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Navi e trivelle: Erdogan studia un nuovo equilibrio nel Mar Nero insidiato da Putin

In questa guerra il presidente turco ha dimostrato sin dall’inizio di voler evitare il muro contro muro con Putin, ha ribadito più volte che la Turchia non vuole rinunciare né alla Russia né all’Ucraina e con le elezioni nel 2023 si trova a fronteggiare in primis la peggiore crisi economica dell’ultimo ventennio

Erdogan e Putin

Il lungo assedio e la presa di Mariupol da parte delle truppe russe hanno ribadito la centralità del controllo dei porti, dell’accesso al mare, nelle strategie del Cremlino. Una strategia di lunghissima tradizione, risalente a quando in Russia regnavano ancora gli zar, ma mai abbandonata, come testimoniato nel recente passato dall’annessione della Crimea e dall’intensa campagna militare con cui Mosca ha cambiato le sorti del conflitto in Siria, Paese essenziale per garantire al Cremlino accesso al Mediterraneo.

Dispiegamenti strategici, avvenuti con tempismo non casuale, perché la Convenzione di Montreux del 1936 riconosce all’altra potenza militare del Mar Nero, la Turchia, la facoltà di chiudere il passaggio degli stretti di Dardanelli e Bosforo al passaggio di navi militari in caso di guerra.

Facoltà di cui Ankara si è avvalsa a conflitto iniziato, come previsto da Montreux. Una decisione che non ha influito sulle sorti del conflitto perché Mosca aveva già ordinato tutti i movimenti necessari in vista dell’invasione dell’Ucraina, ma che ha cambiato gli equilibri nel Mar Nero, dove nel frattempo il presidente Recep Tayyip Erdogan è stato costretto a prendere delle contromisure.

Proprio nel Mar Nero infatti la Turchia ha recentemente scoperto delle riserve di gas, concentrate nel lotto denominato Sakarya, dove si stima vi siano 540 miliardi di metri cubi di gas che costituiscono una fonte di potenziale approvvigionamento per un Paese che dipende da forniture di gas provenienti dall’estero al 90% (45% dalla Russia).

Non è un caso che dall’inizio del mese Ankara abbia inviato le proprie (uniche) tre navi dotate di trivelle per la ricerca di idrocarburi, la Fatih, la Yavuz e la Kanuni al largo del porto di Zonguldak, nell’area del giacimento Sakarya, allontanandole dal Mediterraneo Orientale e Cipro, area al centro di contese con la Grecia che negli ultimi anni non ha mancato di creare tensioni tra Turchia ed Ue.

Una mossa mirata a blindare riserve destinate a contribuire ad affrancare la Turchia dalla dipendenza dal gas russo nel prossimo futuro. Una mossa arrivata in quasi contemporanea con 10 giorni di esercitazioni militari che la marina turca ha effettuato nei tre mari che circondano il Paese: Egeo, Mediterraneo e Mar Nero. Esercitazioni che hanno visto impegnate 122 navi da guerra, 41 tra aerei, elicotteri e gli ormai celebri droni Bayraktar, oltre a circa 12 mila militari.

“Andremo avanti con decisione fino a divenire la principale potenza navale nella regione e nel mondo”, ha detto Erdogan a conclusione delle esercitazioni, ribadendo che per la Turchia è essenziale difendere i propri diritti e far valere le proprie rivendicazioni nei tre mari.

Il nome delle esercitazioni, ‘Mavi Vatan’, la ‘Patria Blu’, riprende la dottrina sviluppata dagli ammiragli Cem Gurdeniz e Cihat Yayici, personaggi non vicini al presidente turco, ma di cui quest’ultimo ha sposato la linea per la delimitazione dei confini marittimi in linea con il peso geografico del Paese.

Fino alla fine della guerra fredda la Russia aveva mantenuto una posizione dominante nel Mar Nero, dove toccava proprio ad Ankara controbilanciare il fianco est della Nato in quella che è l’architettura dell’Alleanza così come tradizionalmente concepita.

Equilibri poi mutati quando Bulgaria e Romania, altri due stati rivieraschi, sono entrate nella Nato. A quel punto a Mosca è scattato l’allarme con preoccupazioni divenute sempre più impellenti quando anche Georgia e, soprattutto, Ucraina, hanno manifestato l’intenzione di entrare a far parte della Nato.

Preoccupazioni che non hanno comunque impedito a Mosca di utilizzare il Mar Nero come principale linea di rifornimento di uomini e mezzi da inviare in Siria negli ultimi anni. La contromossa di Mosca nel Mar Nero era non a caso arrivata l’anno prima dell’intervento russo in Siria, con l’annessione della Crimea del 2014.

Ora la presa di Mariupol, Kherson, l’avanzata russa verso Odessa, fanno pendere l’ago della bilancia a favore di Putin nel gioco che vede in ballo la supremazia nel Mar Nero. Una situazione che rende sempre più difficile per la Turchia controbilanciare militarmente la presenza russa, soprattutto dopo che navi e sottomarini con testate nucleari capaci di colpire a migliaia di chilometri sono sfilate una a una attraverso gli stretti che tagliano in due la città di Canakkale e la metropoli di Istanbul.

Erdogan ha fatto valere nelle settimane della crisi gli ottimi rapporti con Putin, tentato una mediazione, si è offerto come parte terza per un negoziato e ha rifiutato di sanzionare la Russia. Un atteggiamento che lascia intendere come il presidente turco difficilmente cercherà un braccio di ferro nel Mar Nero, al contrario proprio il gas potrebbe risultare un mezzo di soft power per far valere interessi economici e presenza turca in quelle acque.

Il governo di Erdogan ha stanziato più di 10 miliardi di euro per impianti di estrazione e lavorazione delle riserve del giacimento Sakarya, la prima parte del gasdotto dovrebbe essere operativa a partire da Novembre prossimo e in 5 anni Ankara potrebbe ridurre le proprie importazioni di gas del 25%.

In questa guerra Erdogan ha dimostrato sin dall’inizio di voler evitare il muro contro muro con Putin, ha ribadito più volte che la Turchia non vuole rinunciare né alla Russia né allUcraina e con le elezioni nel 2023 si trova a fronteggiare in primis la peggiore crisi economica dell’ultimo ventennio.

Ragioni che spingono Ankara a radicare la propria presenza nel Mar Nero per garantirsi l’accesso alle più grandi riserve di gas trovate nella storia del Paese e allo stesso tempo mantenere buoni rapporti con Mosca. Due fattori chiave per dare linfa all’economia turca in crisi, in disperato bisogno di ridurre i costi dell’approvvigionamento energetico, ma anche di mantenere vivo e magari incrementare il volume di affari con la Russia.

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