Principale Cultura & Società Serena Brancale ci racconta il suo nuovo album, “Je so accussì”

Serena Brancale ci racconta il suo nuovo album, “Je so accussì”

Ieri, 25 marzo 2022, è uscito per Isola degli Artisti “Je so accussì”, il terzo album di Serena Brancale, cantante polistrumentista barese con una straordinaria musicalità Soul/Jazz. Nel 2015 ha conquistato il grande pubblico con la partecipazione al Festival di Sanremo. Affascinati dalla sua voce scura e versatile e dalla sua incredibile personalità artistica, tanti nomi importanti del panorama musicale mondiale hanno voluto collaborare con lei e questo le ha permesso di calcare i più celebri palchi italiani ed internazionali.

Ho avuto l’immenso piacere di conoscere questo vero talento della nostra amata Puglia e di parlare direttamente con lei del suo ultimo lavoro.

Il titolo del tuo terzo album “Je so accussì” è un chiaro connubio tra barese e napoletano, che traducendolo significa “Io sono così”. Ma così come? Come definiresti la Serena di oggi?

Mi piace guardarmi rivolta al futuro. Questo terzo album è il manifesto di una nuova identità perché grazie alle persone, al manager che mi segue da un po’ di anni e grazie a tutto il team che è fondamentale per realizzare un lavoro fatto bene, ho capito che non sono jazz e non sono pop. “Je so accussì” è per riconfermare che io mi sento in una terra di mezzo tra vari generi musicali e non voglio essere rinchiusa in un’etichetta. Vorrei che una persona mi ascoltasse e dicesse “Ah questa è Serena”: non è una cantante jazz, non è soul, non canta solo in italiano ma anche in barese. Io, infatti, sono sempre stata un po’ di tutto: sono partita dalla musica classica, poi volevo fare l’attrice e ora mi ritrovo da un po’ di anni ad essere una cantante ricca di contaminazioni. In Italia viviamo di stereotipi stupidi e siamo stati abituati a dover dare un nome a quel che si fa, perché esiste ancora la logica errata, a mio avviso, per cui “Tu sei jazz, quindi partecipi a Festival jazz” oppure “Tu sei pop, quindi sei più famosa e vai in televisione”. Io non mi ci ritrovo, perciò, con questo disco, lancio la mia nuova identità, un’identità fiera di essere di natura jazz ma contaminata da tante altre sonorità che fanno parte del mondo pop.

Pensi che il Soul/Jazz sia ormai in grande fermento o è ancora di nicchia?

Il Soul/Jazz è in forte rinascita. È un momento molto florido per la musica, in generale. L’unico lato positivo tra tutti i disastri che ha provocato al nostro settore la pandemia è che anche i cantanti più seguiti sono tornati a suonare nei piccoli locali storici, come i jazz club. Sono contenta perché, per assurdo, in questo momento così brutto abbiamo preso coscienza di tutti i luoghi belli che offre il nostro Paese, che non sono solo gli stadi o le arene. Inoltre, oggi il pop è molto contaminato dal soul, basti pensare alle tantissime canzoni con rapper nelle strofe e cantante nel ritornello.

Tornando al tuo lavoro, possiamo parlare di un concept album o è piuttosto una raccolta di cover e brani inediti? Come mai questa scelta?

Questo terzo album mi piace definirlo un raccoglitore di tematiche importanti, che sento particolarmente, di cui avevo l’esigenza di parlare e portare in musica, ora che ho raggiunto una certa maturità. All’interno del disco, infatti, parlo non solo della mia identità, ma anche della donna, della Puglia e c’è l’omaggio a Pino Daniele.

Ecco appunto l’omaggio al grande Pino Daniele. Conosciamo tutti la tua profonda ammirazione per lui, ma perché del suo vastissimo repertorio hai scelto proprio quei brani?

Alleria” è stato il primo brano di Pino che ho cantato: mi ha accompagnata nella mia gavetta, nei concerti, nei club, negli eventi privati in cui mi sono esibita. L’ho sempre cantata per mio personale piacere. “Viento ‘e terra” è un brano che ho sempre ballato e volevo continuare a ballarlo, dandogli però un “vestito” nuovo, il mio. “Je so pazz” è stato, invece, un esperimento, un grandissimo rischio perché è uno dei brani più conosciuti della discografia di Pino, che io stessa ho ascoltato davvero tantissime volte. Perciò, mi sono fatta un bel segno della croce e mi son detta: “Qui o mi odieranno, o apprezzeranno il mio coraggio”. In questo lavoro bisogna anche essere pronti a ricevere critiche e, infatti, mi ero preparata al peggio. Mi aspettavo che qualcuno mi avrebbe additata come quella che si è permessa di cantare “Je so pazz” con un groove africano, ma nessuno l’ha mai fatto finora.

 

Il groove africano di cui parli è frutto dalla collaborazione con Richard Bona. Com’è nata? Senti che le “porte” della scena internazionale si stanno definitivamente aprendo per te?

Non avrei mai pensato di conoscerlo nella mia vita. Richard Bona, è un artista che ha sempre cantato nella sua lingua come Pino Daniele, portando la sua tradizione sul palco in maniera pura ed autentica.  L’ho contattato tramite social e la mia versione gli è piaciuta così tanto, che mi ha subito detto: “Ok facciamolo”. Ero partita dal voler dare l’impronta soft del nu soul di Cleo Sol, cantante che ammiro molto, ma alla fine la nostra collaborazione ha dato vita un riarrangiamento che abbraccia totalmente le sonorità percussive e i cori dell’antica Africa. Sono onorata di aver condiviso con lui la mia musica e di averlo potuto sentir cantare la sua “idea di follia”. Una volta completato, ha fatto ascoltare il pezzo all’immenso Quincy Jones, il quale lo ha apprezzato e apprezza molto anche il fatto io porti nei testi le mie origini, cantando in dialetto. Così ora è in atto una collaborazione e non vedo l’ora di conoscere anche lui.

Ci sono due featuring che profumano di Girl Power, “Like a melody” con Roshelle e “Donna” con Margherita Vicario, e un tuo inedito in dialetto barese “Sta Uagnedd”. Qual è l’idea di donna che hai voluto trasmettere?

Nell’album parlo della donna vista nel suo quotidiano: la donna madre, sia quella che cucina, sia quella che fa l’amore. Se penso di scrivere una canzone che faccia emozionare, penso subito di dedicarla alla donna e non ad un uomo. Questo perché sono nata in una famiglia matriarcale, nella quale a gestire la casa e a prendere le decisioni più importanti era mia madre. C’è quindi un omaggio alla donna, non incentrata sul tema dell’emancipazione – che ormai è un po’ vecchio, anche se io comunque ci credo –, ma piuttosto intesa come un’anima semplice, che fa cose semplici. 

“Rinascimento” con Davide Shorty è frutto dell’incontro e della fusione artistica di due amici e una sorta di messaggio di buon auspicio per la rinascita. Come si può raggiungere un Rinascimento secondo te?

Con Davide nel brano parliamo di un mondo distopico, ci inventiamo dialoghi con Alexa e ci immaginiamo in un pozzo medievale, dove l’unica salvezza è iscriversi in palestra. Aldilà delle pazzie, in realtà, per me “Rinascimento” vuol dire stare bene e ritrovare il senso delle piccole cose: è farsi una chiacchiera con tuo fratello o con tua sorella, è attorniarsi di energie positive e ora ce n’è tanto bisogno. Ma soprattutto è circondarsi di bellezza e la bellezza per me è la musica e la ricerca delle persone giuste con cui condividerla, perché solo tramite la bellezza si può arrivare a un grande Rinascimento. 

Uno dei protagonisti del tuo ultimo lavoro è, quindi, il Sud. Quanto la tua Terra è fonte di ispirazione per la tua musica e perché?

Sì, sicuramente quest’album ha come parola chiave il Sud. Diventando più grande ho capito che la mia forza è anche il mio dialetto, la mia origine, il suono della mia Terra, perché credo che in ogni caso la tradizione ti rappresenta non solo come persona, ma anche come artista. In questo terzo capitolo della mia vita, infatti, ho deciso di scrivere e cantare in dialetto barese e, quindi, di portare le mie radici nella lingua e nei testi. Anche molti ospiti sono del sud, perciò le canzoni non potevano che parlare di sud, cioè di noi. E non poteva mancare neanche Pino Daniele, che per me è il cantante del Sud più innovativo e visionario che ci sia stato in Italia, il primo ad aver utilizzato il napoletano nel funk soul

In questo progetto convivono tutti i tuoi volti artistici, ma, come direbbe qualcuno, chi sei quando nessuno ti vede?

Beh, quando mi tolgo la maschera di Serena Brancale-cantante, sono sia una sorella minore che maggiore: ho un fratello più piccolo, che tutelo e proteggo come se fosse mio figlio, e ho una sorella più grande di me, da cui invece mi sento protetta. Vivo profondamente il nucleo familiare. Poi, di indole sono una persona molto festosa, ma allo stesso tempo – seppur nessuno lo direbbe, perché si pensa che l’artista sia sempre incasinato – ho anche un lato da “ingegnere” ossessionato dall’ordine (ride, ndr).

Quando potremo ascoltarti dal vivo? Si può spoilerare qualcosa sul tour?

Posso confermarti che il tour ci sarà, ma preferisco non anticipare nulla così da creare sorpresa non appena comunicherò tutte le date in calendario. Quel che è certo è che quest’estate finalmente si suonerà.

In attesa di conoscere le tappe in cui potremo incontrarla e godere dal vivo della sua splendida musica, vi invito ad ascoltare l’album “Je so accusì”, disponibile su tutte le piattaforme digitali.

Noi impariamo i testi e pensiamo già a come muoverci, che poi Serena ci interroga!

Ringrazio Clarissa D’Avena e Red&Blue Music Relations per la fattibilità dell’intervista.

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