Principale Ambiente & Salute La peste suina spiegata bene

La peste suina spiegata bene

Che cos’è la peste suina? Come si diffonde? E per chi è pericolosa? Per fare chiarezza sul tema, proviamo a dare una risposta alle domande più frequenti.

Lorenzo Vay 

Foto Pixabay

Gli esperti l’avevano prevista, ma la Peste Suina Africana è arrivata nel nostro Paese in anticipo. Il 7 gennaio, infatti, è stato già segnalato il primo caso della malattia in un cinghiale trovato morto nelle campagne di Ovada, in provincia di Alessandria. 

La tipologia di virus è stata confermata ufficialmente dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta e dal Centro Referenza Nazionale per le Pesti suine (CEREP) dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Umbria e delle Marche “Togo Rosati”.

Attualmente l’area interessata dalla epidemia di Peste Suina Africana è definita dall’Ordinanza congiunta Ministero della salute e Ministero delle politiche agricole del 13.1.2022 e dal Decreto del Presidente della Giunta Regionale 22 gennaio 2022, n. 7 

Ma cos’è questa peste suina? Come si diffonde? E per chi è pericolosa? Per fare chiarezza sul tema, proviamo a dare una risposta alle domande più frequenti.

Che cos’è la Peste Suina Africana (PSA)?

La peste suina africana è una malattia infettiva, di tipo emorragico, altamente contagiosa che colpisce esclusivamente i suini domestici e i cinghiali. Il virus rimane vitale anche dopo la morte dell’animale, rendendo le carcasse ancora infettanti e in grado di trasmettere il virus per molto tempo.

La malattia non è una zoonosicioè non passa dall’animale all’uomo, quindi non è pericolosa per la nostra salute ma può avere conseguenze anche gravi sul commercio delle carni suine, con la possibilità che i Paesi esteri che non riconoscono il principio di regionalizzazione possano imporre il divieto di importazione di tutti i prodotti italiani.

Che importanza ha il settore suinicolo in Italia?

Rappresenta uno dei segmenti principali dell’agroalimentare nazionale sia per la produzione di animali vivi che per l’indotto relativo all’industria di trasformazione.

Gli allevamenti suinicoli generano un valore annuo di oltre 3 miliardi di euro, pari al 5,7% del valore complessivo realizzato dall’agricoltura nazionale e quasi il 20% di quello realizzato dal settore zootecnico. La filiera suinicola nazionale è inoltre fortemente specializzata nel comparto della salumeria, il quale realizza un fatturato aggiuntivo di oltre 8 miliardi di euro all’anno, con produzioni locali di eccellenza : 21 DOP (Denominazione di Origine Protetta) e 20 IGP(Indicazione Geografica Protetta)

Quali sono i sintomi della PSA?

I segni clinici della PSA sono variabili e non sempre facili da riconoscere. In genere gli animali malati presentano alcuni o tutti i sintomi seguenti: febbre alta, debolezza e riluttanza a stare in piedi, vomito, diarrea emorragica, pelle di colore rossa o blu in particolare attorno alle orecchie e al muso, tosse e difficoltà a respirare. Inoltre può portare ad aborti spontanei, prole nata morta o debole.

La PSA è letale quasi al 100 %, vale a dire che i cinghiali e i suini domestici muoiono quasi tutti entro 3-7 o al massimo 10 giorni dopo la comparsa dei sintomi, prima ancora che possa svilupparsi una risposta immunitaria specifica. Gli animali possono quindi morire ancora prima della comparsa di emorragie esterne o della colorazione delle orecchie. Bisogna per questo fare molta attenzione ai sintomi aspecifici iniziali nei primi 3-5 giorni ossia inappetenza, apatia, febbre alta e spesso debolezza o paresi degli arti posteriori. Non bisogna attendere molto tempo ed è meglio verificare la malattia tempestivamente attraverso analisi di laboratorio.

Come avviene il contagio?

Il virus è in grado di diffondere attraverso il contatto diretto tra animali infetti mentre la trasmissione indiretta può avvenire a seguito di ingestione di carne e prodotti derivati provenienti da animali infetti o tramite il contatto con oggetti contaminati dal virus come attrezzature, veicoli e abbigliamento.

Il contagio del virus avviene attraverso i liquidi corporei dell’animale, come feci e urina o per contatto diretto tra animali. Questa particella virale è molto resistente: si pensi che può rimanere attiva per 7 giorni senza ospite. Inoltre, è in grado di rimanere attivo alle temperature di congelamento, così come a quelle molto alte.

Il virus, una volta introdotto, si diffonde tra le popolazioni locali di cinghiale attraverso la continuità di areale della specie, infatti tende a diffondersi (onda epidemica) in funzione della densità del cinghiale e della sua distribuzione spaziale. Si stima che l’onda epidemica abbia una velocità variabile tra i 20 e i 40 km/anno.

Qual è il rimedio per la PSA?

Per la peste suina africana non esiste a oggi un vaccino o una cura. Studiando le proteine che compongono il capside virale, ossia l’involucro esterno del virus, alcuni studi sono arrivati a fornire una speranza per la formulazione di un vaccino in merito. La difficoltà principale nella sua preparazione consiste nel fatto che questo virus non sembra scatenare l’attività anticorpale, fattore che viene molto utilizzato per la formulazione di vaccini.

Dove è attualmente diffusa?

Globalmente si conoscono oltre venti genotipi del virus, ma solo due sono presenti fuori dal continente africano, territorio di provenienza del virus: il genotipo I, limitato alla Sardegna e il genotipo II, responsabile del recente fenomeno epidemico iniziato nel 2007 in Georgia; l’infezione si è poi progressivamente diffusa nell’ex blocco sovietico (Federazione Russa, Moldavia, Bielorussia, Ucraina), e successivamente in diversi paesi dell’Unione Europea (Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Belgio, Slovacchia, Grecia, Germania) e nei Balcani (Serbia), principalmente attraverso i cinghiali, ma con il coinvolgimento anche di allevamenti di suini domestici. Più recentemente l’infezione è arrivata in Cina e si è diffusa anche in molti altri Paesi asiatici.

Considerando la recente situazione epidemiologica in continua espansione, l’ingresso della malattia nel territorio nazionale, e in particolare nelle regioni indenni del nord Italia, era quindi già stata valutata come una ipotesi concreta.

Come è arrivata la PSA in Piemonte?

Il primo cinghiale trovato nel Comune di Ovada (Alessandria) è stato sottoposto ai test previsti dal Piano di Sorveglianza Nazionale: il sequenziamento del campione ha permesso di rilevare che lo stipite virale appartiene al genotipo II escludendo quindi la provenienza dal territorio sardo. Il Manuale delle emergenze da Peste Suina Africana in popolazioni di suini selvatici a cura del Ministero della Salute, datato 21 aprile 2021, nella valutazione del rischio di introduzione della PSA in Italia, ha posto l’attenzione sulla capacità del virus di effettuare salti geografici, attraverso alimenti, materiali o mezzi contaminati veicolati dall’uomo; questi potrebbero aver determinato la comparsa della malattia nel basso Piemonte e in Liguria, a distanza di molti chilometri dalle aree infette, come recentemente avvenuto anche in Belgio e nella Repubblica Ceca. La probabilità invece che la PSA sia arrivata per contiguità con popolazioni infette di cinghiali, è stata considerata minore, considerando che gli Stati Membri ancora indenni e direttamente confinanti con l’Italia creano una zona cuscinetto.

Quali sono le misure raccomandate a seguito della conferma di PSA nel cinghiale?

Alla conferma della presenza di PSA nel cinghiale è immediatamente necessario stabilire una “zona infetta”, suddivisa in ACA (Area di Circolazione Attiva del virus) e AR (Area ad alto Rischio), e una “zona di sorveglianza” i cui confini sono comunicati dal Ministero della salute alla Commissione Europea, specificando le misure restrittive adottate nel rispetto delle Linee guida europee (Strategic approach to the management of African Swine Fever for the EU)

Cosa si sta facendo per arginare l’emergenza della diffusione?

Con la conferma dei casi di PSA nei cinghiale rinvenuti, è stato immediatamente attivato un gruppo degli esperti per la definizione della zona infetta, e l’Unità di Crisi Centrale che ha il compito di definire la strategia di controllo ed eradicazione della malattia nelle aree interessate e in quelle limitrofe.

Sulla base dell’indagine epidemiologica, il Ministero della Salute ha definito la “zona infetta”, tra il basso Piemonte e la Liguria, nella quale sono incluse le Aree Protette dell’Appennino Piemontese, e ha imposto prescrizioni sanitarie e limitazioni alla fruizione del territorio tenendo conto che la malattia è trasmissibile attraverso le movimentazioni di animali, persone, veicoli e materiali contaminati (tra cui rifiuti di cucina, scarpe o vestiti, attrezzi zootecnici ecc.).

Dove si può rimanere aggiornati sui controlli in corso?

L‘Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte Liguria e Valle d’Aosta pubblica sul proprio sito la mappa aggiornata con i risultati della campagna di raccolta e analisi sulle carcasse di cinghiali rivenuti morti.

Nella mappa i punti colorati indicano il luogo di rinvenimento dell’animale e il risultato dell’analisi (i punti in rosso indicano i capi in cui è stata confermata la malattia, quelli in blu i capi risultati negativi all’analisi, e quelli in giallo i capi per i quali le analisi sono ancora in corso).

Dal punto di vista sanitario quali provvedimenti sono stati presi?

Il 18 gennaio la Direzione Generale della Sanità animale e dei farmaci veterinari del Ministero della Sanità ha emanato un dispositivo con il quale vengono disposte “Misure di controllo e prevenzione della diffusione della Peste suina africana”.

Vengono indicati i provvedimenti da mettere in atto in tre distinte “aree”: la zona “infetta” in restrizione, l’ area “confinante” con la zona infetta in una fascia di 10 Km e il resto del territorio nazionale.
Nella prima zona tra le altre cose è prevista la macellazione immediata dei suini detenuti all’interno di allevamenti bradi, semibradi, misti e la programmazione delle macellazioni dei suini presenti negli allevamenti di tipo commerciale, mentre nell’area confinante sono state invece adottate misure di biosicurezza rafforzate.

Perché i provvedimenti restrittivi sulla fruizione del territorio?

La finalità è impedire il più possibile il propagarsi del virus e per questo è necessario limitare sia gli spostamenti degli animali selvatici all’interno dei boschi sia delle persone e dei mezzi sul territorio.

L’Ordinanza congiunta dei Ministeri della Salute e delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali del 13 gennaio 2022 ha vietato, per una durata di sei mesi, le attività venatorie di qualsiasi tipologia, la raccolta dei funghi e dei tartufi, la pesca, il trekking, il mountain biking e le altre attività che, prevedendo l’interazione diretta o indiretta con i cinghiali infetti o potenzialmente infetti, comportino un rischio per la diffusione della malattia.

Il Decreto del Presidente della Giunta Regionale 22 gennaio 2022, n. 7 ha inoltre previsto, sino al 30 aprile 2022, il divieto di svolgimento di qualsiasi attività venatoria di tutte le specie, comprese le attività di addestramento, allenamento e prove con i cani nonché di gestione faunistica sul territorio compreso nell’area di 10 km confinante con la Zona Infetta. Inoltre lo svolgimento delle attività all’aperto di natura agro-silvo-pastorale è subordinato al parere positivo dei Servizi Veterinari delle A.S.L. competenti sul territorio, in modo da limitare al massimo il disturbo dei suini selvatici col fine di ridurne la mobilità.

Le Aree protette dell’Appennino Piemontese cosa stanno facendo?

guardiaparco, coordinati dell’Unità di Crisi Regionale, sono quotidianamente impegnati nella verifica delle presenza di eventuali altri casi di cinghiali affetti da PSA nell’area intorno alla “zona infetta” per definire il grado di diffusione della malattia.

L’obiettivo è definire accuratamente la situazione epidemiologica per poter eventualmente aggiornare le aree interessate dall’epidemia. La speranza è quella di allentare le restrizioni soprattutto per il settore turistico: ristoratori, produttori eno-gastronomici, guide ambientali e cicloturistiche, proloco, mercati contadini, associazioni di promozione sociale e culturale, ecc.

Il lupo può limitare la diffusione della PSA?

Dalle lettura scientifica sembrerebbe che il lupo non abbia un ruolo nella diffusione della PSA ma, al contrario, contribuisca a limitare la diffusione della malattia, consumando animali infetti. Lo studio “Valutazione della presenza di PSA nelle feci di lupo raccolte da aree in Polonia con persistenza di PSA“, ad esempio, riporta la conclusione che “quando i lupi consumano carne di cinghiale positivo per PSA, il virus non sopravvive al passaggio attraverso il tratto intestinale. Inoltre, i lupi possono limitare la trasmissione di ASFV rimuovendo le carogne infettive”.

Quali sono gli elementi per un Piano di gestione del cinghiale finalizzato alla prevenzione della PSA?

Varie cause hanno contribuito all’aumento diffuso e consistente delle presenze e della distribuzione del cinghiale. Secondo il documento “Gestione del cinghiale e Peste Suina Africana – Elementi essenziali per la redazione di un Piano di gestione” è necessaria una modifica sostanziale dell’attuale approccio gestionale di questa specie: dovrà essere indirizzato verso un obiettivo di riduzione generalizzata delle densità della popolazione di cinghiale con l’utilizzo di tecniche a basso impatto, le uniche in grado di limitare la movimentazione degli animali e la loro ulteriore diffusione sul territorio; inoltre massimizzare l’efficienza del prelievo, e l’incremento del prelievo selettivo nei confronti di specifiche classi di sesso ed età. Indirettamente, la riduzione delle densità del cinghiale sul territorio e il corrispondente abbassamento del rischio di epidemie di PSA, dovranno essere perseguite anche attraverso la limitazione all’accesso a fonti di cibo alternative come residui e rifiuti alimentari, e il rispetto rigoroso del divieto di foraggiamento previsto dalla Legge 28 dicembre 2015, n. 221.

Cosa fanno le Aree protette in Piemonte per la gestione del cinghiale?

La gestione della fauna selvatica all’interno delle aree protette regionali viene svolta ai sensi dell’articolo 33 della Legge regionale 29 giugno 2009 n. 19 “Testo unico sulla tutela delle aree naturali e della biodiversità” e del Regolamento n. 2/R  approvato con Decreto del Presidente della Giunta regionale 24 marzo 2014.

Nelle Aree protette del Piemonte viene pertanto applicato un modello gestionale sperimentato, nel rispetto delle Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette, che prevede interventi standardizzati, durante tutto l’anno, per il monitoraggio e il controllo del cinghiale, con la collaborazione del mondo venatorio e il coordinamento di Enti territoriali.

 

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