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Adelfia, il Palazzo Marchesale come simbolo di un passato che continua a vivere

Adelfia, il Palazzo Marchesale come simbolo di un passato che continua a vivere

di Virginia Capozzi

Il Palazzo Marchesale di Montrone rappresenta indubbiamente ancora oggi, dopo 626 anni, il fiore all’occhiello del Comune di Adelfia: la sua storia e la sua imponente bellezza vivono nel presente e si proiettano al futuro.

Esso sorge sulla quota più alta del borgo antico di Adelfia ed è il risultato di una complessa stratificazione architettonica. Il nucleo originario risale al 1396 e fu costruito in pietra calcarea e tufo da Niccolò Dottula, feudatario dell’epoca ed esponente di una delle più illustri famiglie d’origine bizantina, che vanta di aver trasportato con le sue navi le ossa di S. Nicola da Mira a Bari.

Inizialmente si trattava di un primitivo fabbricato ad uso agricolo, dotato di una serie di grotte e vani ipogei. Solo nel 1519 il palazzo fu acquistato da Giambattista Galeoti, patrizio napoletano, che provvide ad ampliarlo, ad abbellire le pareti dei saloni con affreschi e dipinti di valenti pittori napoletani e a realizzare un fossato laterale, un torrione ad angolo, garitte di guardia e camminamenti di difesa, trasformandolo così in una residenza feudale-fortificata.

In seguito, nel periodo sei-settecentesco, da casa castrale venne trasformata in residenza gentilizia grazie alle migliorie apportate dal marchese Luigi dei Bianchi-Dottula. Dopo aver cambiato diversi proprietari, il palazzo passò nelle mani del famoso letterato Giordano De Bianchi Dottula e infine giunse agli attuali proprietari, i marchesi Carrelli-Palombi: due fratelli discendenti diretti per linea materna che si sono divisi l’edificio in due aree, utilizzandole come proprie residenze nei loro soggiorni occasionali.

Ad oggi la dimora consta di venti meravigliosi saloni, arricchita da ampi e spaziosi sotterranei: cantine, stalle con mangiatoie, depositi di vario genere, sale molitorie ed un’artistica cappella dedicata a San Rocco, in cui sono custodite preziose reliquie di martiri del Cristianesimo.

Il fascino dell’arte e l’amore per l’antico spinsero molti anni fa un caro amico dei predetti marchesi a vivere il palazzo e a rappresentare sul posto un continuo punto di riferimento della famiglia: Angelo Bruno, il suo nome, è un pittore locale che mantiene accesa la sua grande passione, dedicandosi con devozione a quanto di più prezioso il suo paese conserva, per non perderne mai la memoria.

I marchesi concedono di aprirlo al pubblico generalmente per manifestazioni culturali: nel 2016, infatti, in occasione della 24esima edizione delle Giornate FAI, venne scelta tra le sedi da poter visitare in Puglia e all’interno venne allestita una mostra di quadri del famoso pittore adelfiese Giovanni Gasparro.

Nel 2017 il castello è stato anche tappa delle visite guidate previste dall’iniziativa “99 Borghi”, promossa da Confcommercio Puglia in collaborazione con ConfguidePuglia e Pugliapromozione, che ha interessato più di novanta comuni pugliesi, con l’intento di riscoprirne i luoghi-simbolo più noti attraverso emozionanti storie e ricordi.

Negli ultimi anni, inoltre, il sig. Angelo è riuscito, con suo estremo orgoglio, anche a creare in una delle stanze un Museo della civiltà contadina, frutto di una raccolta di tutto ciò che negli anni ha ritrovato e conservato, dagli attrezzi di lavoro a semplici utensili di campagna molto antichi.

E dopo la chiusura imposta a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19, nei mesi scorsi il palazzo è tornato ad aprire le sue porte alla comunità, facendo da perfetta cornice alla presentazione di diversi libri – in particolare, quello promosso dal Comune di Adelfia “Ti racconto un ricordo” – a testimonianza che il connubio tra storia e cultura rappresenta sempre la formula migliore per custodire, rievocare e tramandare la memoria.

Guardando al futuro, la famiglia Carrelli-Palombi, con il supporto della prestigiosa Accademia VIVARIUM NOVUM (Frascati, RM), è attualmente al lavoro per creare una Fondazione che conduca il palazzo a diventare centro studi di manoscritti antichi greci e latini, in cui giovani studiosi provenienti da tutto il mondo possano leggere e tradurre, in diverse lingue, testi classici dell’Umanesimo in maniera trasversale, quindi sia che si tratti di letteratura, filosofia o belle arti, etc.. Adibendo alcuni spazi della dimora privata a tale progetto, l’obiettivo è innanzitutto quello di mantenere un fil rouge con le origini bizantine dei primi proprietari del palazzo, i Dottula, e con la Città di Bari, che è stata per quasi due secoli sede della massima autorità bizantina nei territori occidentali dell’Impero romano d’Oriente. L’ambizione più grande è però, senz’altro, quella di stimolare le nuove generazioni allo studio del vastissimo patrimonio del sapere antico di cui l’Italia gode, andando di conseguenza a recuperare una tradizione ormai di nicchia e a realizzare un vero e proprio polo di attrazione culturale di respiro internazionale sul nostro territorio.

Intanto, lungo questo audace percorso, il palazzo rimarrà a disposizione per eventi di vario genere, quali mostre, conferenze ed esibizioni artistiche.

Abbiamo il dovere civico di riscoprire le ricchezze dei piccoli centri storici pugliesi e di usufruire delle loro meraviglie perché solo in questo modo il passato continuerà a vivere.

Redazione Corriere di Puglia e Lucania 

Corriere Nazionale

Fonti

 

3 COMMENTI

  1. Avrei voluto rivedere in foto gli ambienti che aprimmo, col Fai, nel 2016. Fu la prima apertura ufficiale del palazzo e i suoi visitatori ebbero anche l’occasione di conoscere la storia della famiglia Bianchi Dottula, personaggi che si sono distinti, nel barese, per il loro mecenatismo e la loro generosità

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