Principale Cultura & Società È possibile la rivoluzione?

È possibile la rivoluzione?

È possibile la rivoluzione? Che tipo di rivoluzione è possibile? A mio avviso tutto si gioca sul discrimine tra cambiamento individuale e trasformazione sociale.

Si può cambiare sé stessi per cambiare il mondo. È da megalomani. Tuttavia niente è impossibile a priori.

Si può cambiare sé stessi per cambiare gli altri, con cui insieme cambiare il mondo.

Non si può cambiare noi stessi nê gli altri, ritenendo ogni rivoluzione impossibile.

Non si cambia noi stessi perché ci si ritiene giusti come si è, ma si cerca di cambiare il mondo.

  • Non si cambia noi stessi né il mondo perché accettiamo il mondo, condividiamo la logica del potere e già siamo conciliati col mondo.

Si cambia noi stessi, ma ci fermiamo lì perché riteniamo impossibile cambiare il mondo.

Se consideriamo la rivoluzione politica e sociale è chiaro che il potere attua la repressione, la controrivoluzione per il mantenimento dello status quo. Cantava negli anni ottanta Tracy Chapman che “la gente si ribellerà e finalmente prenderà ciò che le appartiene” in Talking about revolution. In verità nessuno parla più di rivoluzione. Con le nuove tecnologie e una sempre più crescente informatizzazione siamo tutti schedati, sorvegliati. Le nuove brigate rosse furono scoperte grazie alle schede telefoniche prepagate. Ovunque ci sono telecamere. Forse se qualcuno volesse fare la rivoluzione dovrebbe imparare dagli Amish, una comunità protestante, che vive quasi senza tecnologia. Ma la questione sta ancora a monte: lo showbusiness e i mass media hanno addomesticato ogni coscienza. Non lo vedete che sono tutti d’accordo nel riempirci la testa di futilità? Poi le cose sono mutate dagli anni settanta.

Un tempo contrapponevano l’operaismo e l’internazionalismo all’imperialismo americano. Oggi non è più l’America a dominare il mondo. La cosiddetta solidarietà tra compagni è minore. Tutto si è sfaldato.

Sul collettivismo ha avuto la meglio la rivoluzione informatica-tecnologica, che ci ha reso tutti omologati, asociali, più individualisti e più soli. Un tempo i comunisti dovevano acquisire una coscienza di classe per fare la lotta di classe.

Oggi non esistono più le classi sociali perché l’identità non è costituita solo dal lavoro e i mutamenti epocali hanno fatto in modo che non ci fossero più miti, riti, codici, cultura di una classe sociale. Non essendoci più classe non c’è più neanche coscienza di classe. Oggi i sociologi parlano di ceti e fasce di reddito.

Perché i comunisti hanno mancato la rivoluzione? Forse perché per dirla con Panzieri è mancato il metodo e per l’appunto secondo quest’ultimo è il metodo che è rivoluzionario? Per dirla alla Lenin forse la teoria rivoluzionaria c’era ed era il marxismo. Ma era la teoria rivoluzionaria giusta?

Negli anni settanta si volevano sperimentare maoismo, marxismo-leninismo, marxismo e psicanalisi, marxismo e fenomenologia, marxismo ed esistenzialismo. E se la questione fosse invece puramente morale? Se si legge qualcosa di uno dei più grandi marxisti italiani, ovvero Labriola, ci si accorge che lui andava in quella direzione, che muoveva quel tipo di critica corrosiva. Forse invece è stata l’opposizione ferrea della borghesia, che ha avuto paura del socialismo? Ma siamo davvero sicuri che fosse auspicabile una rivoluzione marxista? Alcuni ex brigatisti rossi lo hanno confessato candidamente col senno del poi che se fosse loro riuscita la rivoluzione comunista avrebbero fatto peggio. È possibile una rivolta senza armi, come cantava Guccini? Si dovrebbe prendere spunto dalla rivoluzione dei garofani in Portogallo, che fu pacifica e tolse il potere a Salazar, oppure da quella indiana di Gandhi con la tecnica della non violenza.

Riguardo all’impegno politico e al ruolo degli intellettuali ci fu la polemica all’ultimo sangue tra Camus e Sartre. Camus ne L’uomo in rivolta” scrisse pacificamente: “Invece di uccidere e morire per diventare quello che non siamo dovremo vivere e lasciare vivere per creare quello che realmente siamo”.

In fondo viene da chiedersi quanto sangue dovrebbe essere versato per la rivoluzione? Quante vite dovrebbero essere sprecate? E se fosse solo un gravissimo spargimento di sangue per una pura utopia?

Saremmo veramente disposti a questo sacrificio? Saremmo davvero sicuri di cambiare le cose in meglio? Che Guevara riteneva che il primo passo per la rivoluzione era quello di cambiare dentro. Le rivoluzioni interiori sono più probabili.

Ci sono le conversioni, le redenzioni etiche-religiose, le prese di coscienza, etc etc. Ci sono strutture immutabili in noi, il nostro hardware.

Noi possiamo cambiare solo il nostro software, quel quid di mentalità e cultura che ci contraddistingue. Gli altri possono cambiare la nostra neurochimica, noi possiamo cambiare la neurochimica altrui. La rivoluzione interiore si può fare anche solo per noi stessi, per rovesciare la nostra vita, come scrisse Čechov nella “Fidanzata”, non necessariamente per rovesciare il mondo.

Davide Morelli

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