Home Ambiente & Salute PNRR lontano dagli obiettivi della transizione ecologica!

PNRR lontano dagli obiettivi della transizione ecologica!

Un PNRR che consente di raggiungere le finalità per le quali è stato pensato ovvero la decarbonizzazione dentro una transizione ecologica, che dir si voglia, e la riduzione delle enormi differenze tra Nord, Centro e Sud?

Ma quanto mai! Basta pensare alla ripartizione dei fondi del PNRR, a scelte di alcuni Presidenti delle Regioni del Sud come, per esempio, l’accordo sottoscritto da Regione Puglia con “gli articolati territoriali” di Confindustria, per “laboratori di sperimentazione sull’estrazione di “polifenoli e antiossidanti” funzionali a una “agricoltura 2.0”.

Ma quanti soldi sono destinati al Sud?

Soprattutto se rispettano, si badi bene il Regolamento UE 2021/241 dal titolo “Regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza”?

Il criterio di ripartizione è fissato all’art 11, ma va letto con i considerando “1,2 e 3 “. Conte fissò la percentuale di PNRR al Sud al 34%, Draghi al 40% ma entrambi si sono limitati a considerare l’art 11 “Contributo finanziario massimo “al termine “massimo”, sia omettendo di considerare la procedura di calcolo fissata dal Regolamento alla lettera a) dell’art 11, che i considerando.

Lettera a) che recita “a) per il 70 % dell’importo di cui all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), convertito in prezzi correnti, sulla base della popolazione, dell’inverso del PIL pro capite e del relativo tasso di disoccupazione di ciascuno Stato membro, secondo la metodologia riportata nell’allegato II.

Questi tre parametri avrebbero determinato applicati al Sud l’erogazione del 70% del PNRR e coerente con il considerando (2) “L’articolo 175 TFUE stabilisce, tra l’altro, che gli Stati membri devono coordinare le proprie politiche economiche al fine di raggiungere gli obiettivi di coesione economica, sociale e territoriale di cui all’articolo 174 TFUE. (3)

L’articolo 174 TFUE stabilisce che, per promuovere il suo generale sviluppo armonioso, l’Unione sviluppa e prosegue l’azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica, sociale e territoriale.

Inoltre, a norma del medesimo articolo, l’Unione mira, in particolare a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni e il ritardo delle regioni meno favorite.

Gli sforzi per la riduzione delle disparità dovrebbero andare, a beneficio soprattutto delle regioni insulari e periferiche.

Nell’attuazione delle politiche dell’Unione è opportuno tenere conto delle diverse posizioni di partenza e specificità delle regioni. Invece si è “rinnegato” il Regolamento! Tornando al PNRR l’agri-voltaico ha reso disponibile 1,1 miliardi da spendere entro il 2026.

Al 2030 per raggiungere l’obiettivo europeo di ridurre del 55% le emissioni di gas serra, rispetto ai livelli del 1990 (pacchetto Fit for 55 del Green Deal Europeo), in Italia bisognerà istallare una potenza di circa 70 GW di rinnovabili.

La fetta più grande spetterà al fotovoltaico, che dovrà passare dai 21 GW attuali istallati a uno scenario che va dai 50 ai 70 GW istallati al 2030.

Significa procedere a un ritmo di almeno 4-5 GW da istallare ogni anno. Negli ultimi 5 anni almeno abbiamo però viaggiato ben al di sotto di 1 GW all’anno.

siti di installazione generano le priorità: i tetti degli edifici, le aree dismesse (industriali o discariche), i parcheggi.

Queste però non basteranno: occorrerà anche utilizzare aree agricole, da cui il termine agro-voltaico.

Cos’è l’agro-voltaico? Un impianto agro-fotovoltaico si realizza senza costi aggiuntivi quando, in un’area agricola i pannelli fotovoltaici sono dotati di tracker mono-assiali, che consentono di inseguire la traiettoria del sole evitando l’ombreggiamento permanente di una parte del suolo (aumentando fino al 20% l’energia prodotta) e posti, a un’altezza e a una distanza tali da non incidere sulla normale attività agricola, ma che anzi possono favorirla.

Se installati su aree incolte, mettono a disposizione all’imprenditore agricolo risorse per avviare produzioni altrimenti non competitive.

Possono inoltre rappresentare la base su cui costituire una comunità di energia rinnovabile.

Sono state fatte stime di quanto suolo agricolo andrebbe destinato all’istallazione di impianti fotovoltaici: si tratterebbe di meno del 2% della superficie agricola italiana non utilizzata.

Tutto liscio quindi? Macché! IL 5 Stelle Ing. Patuanelli ieri ministro dallo Sviluppo Economico oggi all’agricoltura, la Coldiretti, la Confagricoltura tutti quasi di traverso…

Infine, il Governo, il Parlamento che elaborino e approvano una cornice normativa entro cui operare.

Assente la convergenza di interessi tra attori, associazioni di categoria, associazioni ambientaliste, istituzioni e politica.

Invece si procede ognuno per se anche in maniera strumentale e speculativa col rischio di greenwashing: si usano progetti verdi solo per avere autorizzazioni.

Soldi legittimati da firme istituzionali. Si tenga presente che gli obiettivi, che dovremo raggiungere sono molto impegnativi e forse per questo alte cariche istituzionali si rifuggono sul nucleare o su sperimentazioni che, in verità sembrano datate.

Certo che il contributo all’incremento delle rinnovabili, alla decarbonizzazione dovrebbe venire massicciamente dal Sud.

Infatti, solo per raggiungere 50 Gw al 2030, ci vogliono 260 milioni di pannelli fotovoltaici per una potenza di 32 GW e “assorbono” 260 milioni di Km quadrati, un po’ più della metà del comune di Foggia.

Rispetto alla superficie italiana è meno dell’1% (86 %). Su semplificazioni norme autorizzative, criteri da applicare, aree da privilegiare, standard da rispettare, buio totale.

I Ministri competenti? Strologano di altro. Le Regioni? Solo il Veneto ha in discussione un progetto di legge. In Francia è molto sviluppato, nei terreni, dove sono allevati i bovini, su tetti che ospitano piante da frutto. Sono almeno sette anni che in Europa si producono pubblicazioni che riportano linee guida per l’agro- voltaico.

A Foggia esiste la Rete Spac o (Sistema Produttivo Agricolo Capitanata) una rete d’imprenditori che operano nel settore agroalimentare e agro energetico.

Gli elementi caratterizzanti la rete sono un territorio condiviso, “la Capitanata “, una vocazione territoriale, l’agricoltura, l’obiettivo della sostenibilità da conseguire attraverso l’innovazione e la ricerca e infine l’autosufficienza energetica con forte riduzione del costo dell’energia e degli impatti ambientali.

Gli obiettivi strategici sono definiti nell’Atto costitutivo. Un’iniziativa imprenditoriale con approccio bottom up e che si è posto il problema ritengo la prima in Italia della interconnessione tra quattro risorse chiave: energia, acqua, cibo e terra.

Il riscontro istituzionale locale? Marginale come ogni ottima iniziativa non supportata da lobby!

Erasmo Venosi 

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