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Poesia. ‘Pane e…Quotidiano’

Quotidiano

PANE E  QUOTIDIANO

la Poesia è per tutti, rubrica culturale del Corriere di Puglia e Lucania, a cura di M. Pia Latorre ed Ezia Di Monte.

L’intento della rubrica è quello di sfatare l’idea che la poesia sia qualcosa di astruso e che possa piacere o non piacere.

In realtà la poesia è nelle nostre vite più di quanto noi possiamo immaginare. Basti pensare alla commistione della poesia con le altre forme artistiche, per esempio alla musica pop, di cui essa è un riflesso.

Proporremo, ogni giorno, pochi grammi di poesia, legati ad un fatto del giorno o ad una data da ricordare sperando che, tra le mille incombenze quotidiane, ogni Lettore, possa ritagliarsi qualche minuto per stare a contatto con l’universo poetico che vibra intorno a noi.

Buona Poesia!

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Il 18 ottobre 2019 è morto Benedetto Di Pietro. Era nato nel 1942, a San Fratello, comune della città metropolitana di Messina.

E’ stato uno dei più grandi cultori della lingua gallo-italica, ancora oggi parlata nel piccolo centro immerso nei Nebrodi. Dopo gli studi liceali e di ingegneria elettronica tra Messina, Milano e Torino, si è dedicato per un breve periodo all’insegnamento di elettrotecnica.

È stato funzionario di una società d’ingegneria del Gruppo ENI, occupandosi di contrattistica internazionale di impianti petroliferi e di petrolchimica.

Per motivi lavorativi si trasferì in Lombardia, ma di fatto il suo cuore rimase sotto l’ombra della Roccaforte, simbolo e segno di appartenenza per ogni messinese.

Negli anni della pensione si è dedicato anima e corpo, allo studio dell’antico dialetto, arrivando a stabilire un sistema completo di scrittura gallo-italico partendo da uno dei suoi tanti libri:“Â tarbunira”.

â TARBUNIRA
-Na vàuta s’arcàunta e s disg,
ô tamp d’u re d’i bàia
ghj’era a Màunt Sar
na mändra d väcchi blèanchi-.
Cuscì accumunzäva u zzu Arfìan
u càunt d la mändra
tramurära ng’ar.
Nièucc carusgì assitèi,
â tarbunira, ô scalàn d la parta
sprämu ch n giuorn
m’avaia acapter d vrar
na bièstia cun tänt d mulògn
ô cadd, scampanièr
ntô buscòtt d Cudura.
-L’avài a pighjer p l carni
e tinarla fièrma, masenànqua
sprisc. Ma se ghjla fai,
acumanzu a passerv davänt,
una, dàui, ciànt väcchi,
l ciarvedi, i chièi,
l sciòschi d’u dät, i quadirì d rräm,
tutta la rrantidarìa
e mèan a mèan s chièngiu ng’ar fìan.
M suntimu gièa rricch, ma ogni sara
s rrumpiva u ncantièsim
quänn mestr Antunìan turnäva d la campegna
a cavèu d n scecch cilärb cu n fesc d’aiàna.
Anämu a rruberghjla p ferm l sampogni
e tutt l vàuti eru santijuoi e giastomi,
ch, p càu nciaièa d Crist,
m’avàiu a cascher ghj’uogg pircò
ermu fighjuoi d grèan baièsci.

All’imbrunire

-Una volta si racconta e si dice,
al tempo del re dei boia
c’era a Monte Soro
una mandria di vacche bianche -.
Così cominciava lo zzu Alfio
il racconto della mandria
tramutata in oro.
Noi bambini seduti,
all’imbrunire, sul gradino della porta
speravamo che un giorno
ci doveva capitare di vedere
una bestia con tanto di campanaccio
al collo, scampanellare
nel boschetto dei Collura.
-Dovete pigliarla per le corna
e tenerla ferma, sennò
sparisce. Ma se ce la fate,
cominceranno a passarvi davanti,
una, due, cento vacche,
le caprette, i cani,
le fiasche del latte, le caldaie di rame,
tutta la mandria,
e mano a mano si tramuteranno in oro fino -.
Ci sentivamo già ricchi, ma ogni sera
si spezzava l’incantesimo
quando mastr’ Antonio tornava dalla campagna
in sella ad un asino guercio con un fascio d’erba.
Andavamo a rubargliela per farci le zampogne
e tutte le volte erano bestemmie e imprecazioni,
che, per quel piagato di Cristo,
dovevano cascarci gli occhi
perché eravamo figli di grandi bagasce.

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