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Taranto città vecchia. Amore di storia e colori

Taranto città vecchia. Amore di storia e colori

di Evelyn Zappimbulso

Taranto Vecchia è un’isola. Una di quelle che c’è, che esiste senza bisogno di Peter Pan. Per raggiungerla è sufficiente attraversare il Ponte Girevole o il Ponte Punta Penna, perciò mettete in garage il vascello da pirata e conservate la polvere magica per altre occasioni.

Avete capito bene. La zona più antica di Taranto è concentrata su un’isola che trasuda storia da ogni pietra. Non sono sicura di quel che sto per scrivere, ma credo che Taranto sia l’unica città al mondo (insieme a Siracusa, forse) in cui parte antica e nuova siano separate non solo storicamente ma anche geograficamente. Insomma, confondersi fra le due è praticamente impossibile.

Taranto Città Vecchia, un mondo a parte

Forse è proprio questa “separazione fisica” a rendere Taranto Vecchia un posto speciale. Quando percorro le sue strade, ho sempre l’impressione di trovarmi immersa in un mondo a parte, in un’atmosfera tutta diversa, per nulla simile a quella che ferve altrove.

E’ come se a Taranto Vecchia non splenda lo stesso sole che brilla per gli altri luoghi tarantini. Sembra un altro sole, creato apposta per illuminare quei tetti, quelle strade, quei volti.

Passeggiando fra le viscere dell’isola, ci si accorge di quanto sia facile passare da uno scorcio mozzafiato ad un altro: il mare a strapiombo dalla ringhiera di Corso Vittorio Emanuele II, il tripudio architettonico di chiese e palazzi d’epoca, il fascino antico delle colonne del Tempio di Poseidone.

E poi il tocco finale, così normale e quotidiano, dei balconcini delle case, da cui pendono lenzuola e capi di biancheria variopinta.

Si va avanti così, di stupore in stupore, senza averne mai abbastanza, senza che gli occhi si abituino a una simile suggestione. Eppure, in mezzo allo splendore, sbucano tratti di strade abbandonatezone interdettecase disabitate che hanno il sapore di un’occasione sprecata, di una trascuratezza ingiusta.

Stradine tortuose e cunicoli senza sole si intervallano a palazzi vecchi, sbarrati, addormentati. Osservandone le crepe, qualcuno scorge il fascino di un passato importante, altri l’amarezza per un futuro ancora solo probabile.

Ma qualcosa sta cambiando … c’è nell’aria l’odore del cambiamento, della rinascita. Così, a poco a poco, sono sorti in città vecchia pub frequentatissimi, lounge bar alla moda, caffetterie assortite, ristoranti tipici, alberghi caratteristici e persino l’Università.

Questi luoghi hanno contribuito a vivacizzare le strade della città vecchia, a riempirle di turisti e di cittadini che vogliono riappropriarsi della loro isola, conquistarla, farla bella e sentirsi a casa anche oltre il Ponte Girevole.

Giulio Carlo Argan, uno dei più grandi critici d’arte italiani, restò folgorato da Taranto Vecchia. Giunto in città nei primi anni ‘70, esclamò:

Taranto vecchia è uno dei centri storici più affascinanti d’Italia

Gli stretti vicoli di Taranto Città Vecchia

Come dicevo, Taranto Vecchia è organizzata in vicoli stretti e angusti. Alcuni sono talmente stretti che restano senza sole tutti i giorni dell’anno.

Pensate che una delle viuzze è stata ribattezzata “Vicolo del Bacio”, proprio perché le persone che vi passano attraverso sono costrette a sfiorarsi. 

Vi siete mai chiesti perché siano stati costruiti così?

Dopo il 927, quando i Saraceni causarono la totale distruzione della Taranto greco-romana, si rese necessario ricostruire la città tenendo conto di questa tragica esperienza.

L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, che è considerato il secondo fondatore di Taranto dopo Taras, si interessò alla faccenda su pressione dei superstiti alla strage e fece arrivare architetti dalla Grecia perché la ricostruissero.

Il fatto che sorgesse su un’isola creava già buone opportunità difensive, ma non era sufficiente. La nuova struttura urbanistica di Taranto doveva consentire di proteggere la popolazione dagli sbarchi di nuovi invasori, perciò le sue strade vennero rese strettissime in modo che non potesse passarvi più di una persona per volta.

Molti di questi architetti non tornarono nella terra natia perché non seppero resistere – comprensibilmente – al fascino delle donne tarantine, e ad esse si unirono in matrimonio. Tra le stradine della città vecchia si iniziò a parlare una lingua mista, tanto che ancora oggi nel linguaggio dialettale è rimasta qualche traccia di vocaboli di provenienza greca: babbione, citro, paturnia, vastàse, rummàte, vummìle…

Niceforo dotò Taranto di acquedotti e salde mura; rese inoltre più bassa la costa lungo il Mar Piccolo per consentire ai pescatori di praticare facilmente la loro attività.
Nonostante la devastazione cui fu sottoposta, Taranto ritornò così a dominare il suo mare, da cui aveva tratto sin dall’inizio forza e ricchezza.

Taranto sarà quello che riuscirà a diventare il suo centro storico. Antonio Rizzo

L’esodo da Taranto Città Vecchia

Nel 1746, l’attuale Taranto vecchia costituiva il 100% della città e tutta la popolazione era raccolta sull’isola.
Qui convissero per secoli pescatori e patrizi, modesti artigiani e monsignori.

La città vecchia era inoltre circondata interamente da una massiccia cinta muraria. Questo determinò col tempo un sovraffollamento fastidioso, che si fece più acuto con la creazione dell’Arsenale della Marina Militare.

All’epoca della grande industrializzazione, la situazione migliorò perché la popolazione tarantina – prima dedita solo alla pesca – venne progressivamente assorbita in questo nuovo settore, il che non rendeva necessaria la sua residenza sull’isola.

L’esodo si è fatto sempre più consistente con l’andare del tempo, tanto che oggi molte delle case della città vecchia sono disabitate. Alcune strutture, erette in luoghi strategici ma fatiscenti, aspettano di essere restaurate, di essere riportate alla loro antica, palpitante, unica bellezza.

Evelyn Zappimbulso

Vice Direttore Corrierepl.it

Redazione Corriere di Puglia e Lucania 

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