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Si celebra il 26 settembre la giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato

Trattasi di un appuntamento che vede unita la Chiesa di Cristo nella riflessione sul tema, sempre più incandescente e attuale, di inculturazione di inserimento nella realtà civile ed ecclesiale, con il noi uniti ai nostri fratelli e sorelle.

La nostra terra è stata per decenni terra di emigrati, ma dal ‘90 è stata anche terra di approdo delle masse di immigrati che sono arrivati sulle nostre coste e hanno trovato l’accoglienza e l’ospitalità in strutture civili ed ecclesiali, predisposte dalla Chiesa, dallo Stato e dalle altre Istituzioni.

Dopo aver conosciuto, nell’inizio del secolo scorso, l’esodo di migliaia di famiglie, che sono andate all’estero per trovare lavoro, abbiamo accolto decine di migliaia di immigrati, che hanno posto innumerevoli problemi e hanno anche creato non poche complicanze anche a coloro che hanno fronteggiato l’accoglienza.

L’ accoglienza degli immigrati ci ha fatto aprire gli orizzonti culturali e religiosi, ma ci ha anche fatto misurare con le difficoltà di inserire gli immigrati nel circuito lavorativo, tanto che si sono ripetuti i casi di sfruttamento di manodopera, agricola e non agricola, e si è rimasti spesso in una solitudine che ha  aggravato ancor di più la fatica dell’accoglienza.

Oggi si propone a livello mondiale il problema, poiché al momento vi sono 150 milioni di profughi e immigrati che camminano da una parte all’altra della terra in cerca dell’accoglienza.

Il  problema è di tutte le nazioni europee, ma è anche il problema della fascia che sta tra gli Stati Uniti e il Messico, per non parlare dei profughi africani, degli asiatici e di  altre parti del mondo.

La giornata delle migrazioni oggi giunge opportuna, bisogna riflettere non solo sul problema del movimento di popoli poveri, ma anche sul dovere che l’Occidente ha di aprire le porte con un’accoglienza favorendo un ponte tra culture con integrazione culturale civile e sociale.

Il tema della giornata può essere, allo scopo, stimolante e indicativo, perché con l’immigrazione, il modello della famiglia viene presentato come comunione nella diversità.

La famiglia è il nucleo stabile fondato sull’amore ma anche sulla condivisione della stessa lingua, della stessa fede, della stessa civiltà; eppure è composta di giovani di anziani, di persone di differente cultura e intelligenza.

Le legislazioni hanno a cuore i veri interessi umani anche se ci sono alcuni rigorismi espressi.

La famiglia umana, si apre alla accoglienza riconoscendo le doti degli altri aprirsi non solo per dare ma anche per ricevere, per ottenere dialogo confronto coi diversi così si rende più facile più solida.

Quando parliamo di famiglia vediamo che in essa c’è una virtù di base, che è l’amore, l’unica vera spinta che fa progredire i popoli e conduce a quella integrazione, che prima di essere culturale, è morale, e spirituale.

La famiglia, pur nella diversità delle persone ha l’apertura che proviene dal sapersi porre alla pari, con gli altri senza alcuna superiorità o supponenza.

La famiglia con i suoi pregi e le sue virtù può divenire il vero modello per la desiderata inculturazione con condizione che la libertà e la responsabilità si coniugano insieme e il rispetto dell’altro sia pari al rispetto di sé e dei propri simili.

La religione, tutte le religioni, contribuiscono non poco a imprimere il modello familiare al tema della Migrazione soprattutto quando, come nella religione cristiana, i temi di uguaglianza e di dignità sono innestati nella parola di Cristo, perché si  rifugga da ogni atto disgregatore e con sapienza evangelica  si  possano costruire percorsi di pace, di fraternità e di accoglienza.

Antonello Liuzzi

 

 

 

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