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Omettere le cure ai malati mentali, ai poveri, agli anziani è un crimine contro l’umanità 

di Matteo Notarangelo*

Intervento al convegno del Meeting Nazionale ANPIS (Associazione Nazionale Per l’Inclusione Sociale) “Sottosopra” XX Edizione settembre 2021

L’emergenza sanitaria pandemica nega le cure  ai malati mentali, ai poveri, agli anziani.

A distanza di quarantatré anni dalla cosiddetta “legge Basaglia”, le persone con disturbi mentali continuano ad avere un accesso ridotto e discriminato ai servizi sanitari.  I malati mentali, i poveri e gli anziani restano “cittadini” svantaggiati, anche durante la pandemia. La sanità pubblica mostra poca attenzione alle patologie somatiche dei sofferenti psichici, delle persone povere e degli anziani fragili. In questi anni pandemici, i loro decessi, precoci, sono stati determinati soprattutto da patologie somatiche concomitanti, favorite dalle disuguaglianze di accesso alle cure  e al trattamento per malattie del corpo. Ai malati mentali, agli anziani e agli “scarti” sociali viene, tutt’oggi, problematizzato il ricovero ospedaliero e, spesso, vengono lasciati nella marginalità, nell’abbandono con terapie farmacologiche inappropriate, suggerite a distanza. La negazione del diritto alla cura non riguarda solo  i malati poveri, indesiderati, ma anche chi risiede in istituzioni psichiatriche o residenze per anziani. I fattori che motivano i processi di esclusione e di negazione del diritto costituzionale alle cure ospedaliere sono: gli ostacoli procedurali posti dalle istituzioni di cura, i pregiudizi della cultura medica, le condizioni di svantaggio sociale dei malati mentali, la bassa contrattualità sociale delle persone fragili e i silenzi delle autorità sanitarie. Nella lunga emergenza pandemica, questi ostacoli sono diventati  ragioni storiche e prevalgono nella cultura sanitaria, rafforzando le convinzioni che i disagiati psichici, i poveri e gli anziani possono avere una qualità di vita e di cura inferiore ai “sani”. Questa idea è diventata dominante e ha costruito lo stigma istituzionale, il pensiero che in diversi stati del mondo spinge milioni di persone nei tanti disumani manicomi e nelle periferie dell’esistenza.

I deboli sono indesiderati                                          

Per gli architetti dell’umanità, chi non ha non è. Nella loro visione sociale, i poveri, i malati, gli anziani e i folli sono “vite non degne di essere vissute”. In questo scenario umano, non è opportuno ritornare al grande internamento della “classe pericolosa” e improduttiva nei grossi contenitori, chiamati “case lavoro”; non è conveniente isolare gli scarti dell’esistenza nelle nuove città periferiche della follia, chiamati ancora manicomi; non è economico custodire e nascondere “chi non ha” in grandi istituzioni totali,  definiti ospedali psichiatrici e residenze sanitarie assistite. Nel nuovo ordine sociale globale, gli ultimi, gli improduttivi, i pericolosi, i malati psichici, gli indigenti, gli anziani, gli esclusi hanno un costo economico da ridurre, contenere. Secoli fa, durante questa pandemia, statisti, medici e scienziati, senza alcuna vergogna, non hanno smesso di ripetere che le cure non erano rivolte e garantite agli “scarti” della società e tra questi “residui umani” , oltre agli anziani, ci sono gli individui della “classe pericolosa” e i tanti malati mentali, che continuano a non avere  accesso alle cure sanitarie, in diversi stati del Mondo. E’ risaputo, la storia della medicina non è una storia di guarigione collettiva, perciò  non riesce ad avviare un nuovo racconto di storia della salute mentale, psicologica e sociale al di fuori del mercato. Con questa pandemia  non è iniziata una nuova narrazione della scienza medica: è ancora quell’antica, divinatoria, di esclusione e di diritti negati. Lo psichiatra Benedetto Saraceno, in uno dei suoi lavori, intitolato “Un virus classista. Pandemia, disuguaglianze e istituzioni”, scrive: “…subito prima della pandemia, qualcuno pensò che la nozione di “sofferenza urbana” rappresentasse efficacemente il legame tra la dimensione privata del singolo e quella pubblica della città, ovvero dei contesti urbani ove le vite dei singoli si declinano e si incontrano: storie di tanti che fanno storia collettiva”. Una verità sociale, quella di Saraceno, che continua a parlare di incontri, di diseguaglianze, di storie umane, di esclusione sociale, economica e sanitaria, forti determinanti di un possibile e prossimo conflitto sociale. Dopo quarantatré anni  dalla cosiddetta “legge Basaglia”, scrivevo, la solitudine del malato mentale è più forte, seppure relegata nei territori, ancora privi della medicina di comunità. Secoli fa, ossia oggi, crescono le ragioni di un nuovo conflitto sociale.

La solitudine del malato mentale

Secoli fa, ossia prima della pandemia, la fiaccata voce dei familiari dei malati  faceva conoscere la difficile condizione dei poveri, dei sofferenti psichici e degli anziani. Nella loro solitudine, i malati mentali e i loro familiari parlavano delle grandi barriere poste alle cure mediche da un organizzazione sanitaria respingente. Anche se l’ospedale psichiatrico è stato soppresso, resta l’ingombro dell’agire biomedico e dell’intralcio ospedalocentrico: due ostacoli che impediscono la nascita della salute mentale comunitaria. Questi due ostacoli, durante la crisi pandemica, hanno provocato la solitudine del sofferente psichico, degli ultimi e ostacolato la cura sanitaria di tanti sofferenti psichici e anziani fragili, che continuano a essere ignorati, trascurati e, spesso, disprezzati e allontanati dai luoghi di cura. Le persone con disabilità psichiche, come gli anziani, restano esposte alla violazione del diritto ad essere curati e, spesso, assassinate dal disinteresse del sistema sanitario, che incardina la medicina e la cura sull’esclusione degli ultimi, degli scarti, di chi non ha voce e non ha potere. Durante la crisi pandemica, ossia oggi,  si è manifestata la scarsa tutela medica soprattutto dei sofferenti mentali. Costoro non sono giunti all’osservazione diagnostica  e al trattamento delle malattie somatiche, se non in fin di vita. Di questa grande omissione sanitaria,  nessuno parla. In questo tempo storico, i decessi delle persone con disturbi mentali sono, per la maggior parte, causati da una cultura medica, che non considera le malattie somatiche delle persone con disturbi mentali. Che si dica: la loro mortalità non è stata determinata dal disturbo mentale, bensì alla scarsa attenzione da parte del sistema sanitario verso le patologie somatiche delle persone con disturbi mentali.

I malati sono “incapaci” di decidere

Negare a un malato mentale o agli anziani le cure sanitarie non è solo un abuso giuridico, ma fisico e psicologico: un crimine contro l’umanità. Eppure, non c’è Stato che non voglia proteggere le persone con disabilità da “trattamenti crudeli, inumani, o degradanti”, assicurando  appropriate forme di assistenza. In questo difficile momento sociale e sanitario, l’assassinio, la strage delle persone fragili,  impone un nuovo impegno sociale e politico: l’esigenza di riaffermare i principi  della “moral case”. I principi della  “cura morale” considerano i  diritti di chi soffre di malattie mentali o del mal di vivere incardinati sull’idea che non c’è salute senza salute mentale e che qualunque intervento su una malattia somatica deve includere e tener in conto gli aspetti di salute mentale. Mobilitarsi per affermare la pratica della “cura morale” vuol ribadire che tutti devono poter avere accesso ai servizi e ai trattamenti sanitari, evitando, anche nell’ emergenze pandemica, di escludere la popolazione più vulnerabile: i poveri, gli anziani e i sofferenti psichici. Tutto questo, malgrado le buone intenzioni, non è accaduto e non accade.

*Sociologo counselor professionale

foto repubblica.it

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