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Poesia. ‘Pane e …Quotidiano’

Quotidiano

 L’appuntamento è ogni mercoledì.

Augurandovi buona estate vi invitiamo a continuare a respirare poesia!

Maria Pia Latorre    –      Ezia Di Monte

La Redazione

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Il 14 agosto 1876 nasceva ad Alessandria, Rina Faccio, vero nome della scrittrice Sibilla Aleramo. Risentendo sia dell’instabilità mentale della madre, sia della costrizione di un’unione sfortunata, ha nel corso della sua lunga vita continui sbalzi depressivi.

Pur avendo ricevuto solo un’istruzione elementare, comincia a collaborare con riviste femministe, e per tutta la vita, scrive recensioni di libri e critiche letterarie.

Nel 1899 le viene offerto di dirigere una rivista femminile a Milano, dove si era trasferita, per un breve periodo. Milano le offriva una finestra sul mondo, così quando il marito la costringe a tornare al paese, nel 1901, Rina prende la difficile decisione di abbandonare marito e figlio, che non rivedrà mai più, per iniziare una vita che le avrebbe permesso di affermarsi come persona e che lei amava definire la sua “seconda vita”. Distrutta dalla separazione dal figlio, si trasferisce a Roma nel 1902.

E’ in questo periodo, nel 1906, che pubblica il suo primo libro ‘Una donna’. Culturalmente la Aleramo si forma nel clima dell’ibsenismo e del dannunzianesimo.

L’opera guadagna larghissimi consensi sia in Italia che all’estero. A fianco del poeta Cena si occupa attivamente dei problemi delle popolazioni dell’agro romano e delle paludi pontine. Nel 1916 conosce Dino Campana e inizia con lui una passione vorticosa e tempestosa, che dura fino al 1918, testimoniata dalle ‘Lettere’, pubblicate per la prima volta solo nel 1958.

Tornata a Roma si impegna attivamente contro il Fascismo e nel 1949, alla fine della seconda guerra mondiale, si iscrive al P.C.I., continuando il suo impegno nel sociale.

Muore a Roma nel 1960 dopo una lunga malattia ma senza aver mai smesso di scrivere.

Una risata

Una risata.
Forse un giorno
la sentirò prorompermi dalla gola:
giorno di gran sole,
risata sopra il mondo,
e poi
due braccia
che mi sollevino ansante
verso la prima stella della sera.

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