Arte, Cultura & Società

Il matrimonio, Ibsen e Strindberg

Il matrimonio non è solo un contratto tra due controparti oppure una mera istituzione.

I grandi drammaturghi Ibsen e Strindberg ci avvertono che non può essere nessuna di queste due cose.

Ibsen scrisse “Casa di bambola” in cui la protagonista Nora, madre e moglie di un avvocato, dopo essere stata ripudiata abbandona il marito per ricercare il proprio sé autentico e la propria autonomia.

Nora infrange le regole della tradizione e della rispettabilità borghese. Sfida le leggi  della morale e dei costumi dell’epoca come il principio del dovere coniugale.

Intravede nel marito “un estraneo” che le ha fatto fare tre figli.

Rivendica il diritto di essere una “creatura umana”, non curandosi di ciò che gli altri possano dire sul suo conto e sulla sua scelta.

Nora è una donna che prende coscienza della sua condizione femminile.

Dopo essere stata delusa dal marito, Nora vuole ricercare da sola la felicità e si accorge che questa può giungere solo tramite la libertà.

Ma un altro drammaturgo è subito pronto a ironizzare sul dramma di Ibsen: lo svedese Strindberg.

Il femminismo avanza e il grande drammaturgo svedese ritiene che ci sia una vera “guerra dei sessi”, “un combattimento dei cervelli”.

Strindberg si oppone all’emancipazione femminile e si rivela così antifemminista da essere considerato un misogino.

Non a caso scrive la tragedia “Il padre”. In quest’opera un Capitano, padre e marito esemplare, diviene completamente succube della moglie, che alla fine compie un vero “omicidio psichico”.

La moglie distrugge gradualmente il marito.

Riesce a farlo internare.

Ma “La casa di bambola” di Ibsen e “Il padre” di Strindberg a mio avviso non devono essere considerate soltanto secondo le classiche dicotomie maschilismo-femminismo, matriarcato-patriarcato.

A mio avviso la cosa più importante è che questi due grandi drammaturghi sono riusciti a far emergere il sostrato profondo e nascosto, che esiste in ogni rapporto di coppia.

Ecco perché queste due opere sono ancora attuali, perché ancora oggi in ogni rapporto di coppia c’è chi ha più potere sull’altro e spesso talune dinamiche di una relazione restano sconosciute anche alla coppia stessa.

Le dinamiche interpsichiche e intrapsichiche possono rivelarsi di una complessità inaudita.

Ma non è questo soltanto. Ibsen e Strindberg ci insegnano che il matrimonio talvolta può essere un “doppio inganno” oppure “un egoismo a due”, come Fromm definì la coppia moderna occidentale. Il matrimonio è stato una istituzione borghese.

Ora forse non è neanche più una istituzione, viste e considerate le convivenze e le separazioni al mondo di oggi. Inoltre il matrimonio non ha più niente a che vedere con la borghesia, che non esiste quasi più ormai.

Sono scomparsi riti, miti, codici, icone della borghesia.

Ad essere generosi restano due soli valori per i cosiddetti borghesi: 1) saper fare i conti della serva.

Espressione infelice ma usata, che rende bene l’idea 2) saper gestire con oculatezza il proprio patrimonio o comunque le proprie risorse economiche.

Come potete constatare sono più regole di comportamento che valori.

Il matrimonio ha perso di credibilità come la stessa borghesia.

Davide Morelli

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