Le chiese rupestri di Matera e lo stupendo affresco di Sant’Agnese

Le chiese rupestri di Matera e lo stupendo affresco di Sant’Agnese

Le origini degli insediamenti rupestri in Puglia sono molto antiche tanto che le tracce più remote della presenza dell’uomo nelle lame risalgono ad epoca protostorica.

Il ritrovamento di reperti precedenti all’età classica e di età medievale ha portato ad ipotizzare una interruzione durante il periodo classico nell’utilizzo delle grotte che – con l’età successiva – diventa massiccio fino a prolungarsi, senza soluzione di continuità, ai secoli XIV e XV. Nell’epoca di transizione tra tarda antichità e alto medioevo (V-VI secolo) gli studiosi ritengono che vi fu un recupero della vita in grotta incrementatasi durante la seconda colonizzazione bizantina (fine IX-XI secolo).

La civiltà rupestre, come fenomeno di aggregazione sociale, si esaurì a partire dal XIV secolo con l’affermarsi di una diversa cultura abitativa che giunse all’utilizzo degli impianti rupestri in funzione delle successive costruzioni di case lamiate, case soprane, case palaziate, rendendo da quel momento discriminante, dal punto di vista sociale, l’abitare in grotta. La storiografia più recente sconfessa la tradizionale idea delle grotte-chiesa come “cripte anacoretiche basiliane”, ossia luoghi isolati di ascetismo fondati da monaci eremiti di culto greco (basiliano).

Del resto, lo stesso San Basilio, padre del monachesimo orientale, non aveva predicato la vita ascetica, ma un’esperienza spirituale libera e a contatto con il mondo. E non aveva fondato ordini: la regola basiliana esiste a partire dal XIV secolo. La scoperta delle chiese rupestri a Matera e nel suo hinterland è avvenuta quasi per caso, spesso visitatori curiosi o esploratori desiderosi di conoscere meglio le grotte presenti sul territorio si avventuravano nel loro interno nonostante fossero profonde e stracolme di materiali di risulta e con le pareti annerite dal fumo di  antichi falò. Accadeva, talvolta, che, inaspettatamente, nelle loro escursioni ispirate allo spirito di avventura alla Indiana Jones, davanti ai loro occhi si presentavano delle grotte non solo ricche di affreschi bellissimi ma con i segni evidenti d’essere state frequentate o abitate in passato.

A volte queste chiese sotterranee si affacciavano timide quasi evanescenti sotto un arco o una volta, sulle pareti tutte inghirlandate di parietaria, forse più un ricordo della pietra , o una fantasia dello sguardo tratto in inganno dai licheni abbarbicati sulla roccia.

Se ne stavano lì pronte a svanire per una variazione della luce o del tasso di umidità. Altre volte, più rare, balzavano agli occhi con i loro colori miracolosi: gli ocra, i rossi, gli azzurri, appena un po’ sbrecciate o irrimediabilmente sfregiate dal tempo e da generazioni di saccheggiatori.

Erano le madonne bizantine, solitarie e scontrose, come pastorelle, o trionfanti, con le loro schiere di angeli e di santi guerrieri che si accalcavano sui piccoli altari di pietra.

Gli abitanti di quei luoghi non ci hanno fatto mai caso, quasi del tutto indifferenti a quello che le grotte sotterranee potessero nascondere.

Erano luoghi frequentati per stare un po’ lontani dagli occhi indiscreti della gente, per parlare o per fare dell’altro, scambiarsi magari baci ed effusioni.

I nomi di quei luoghi per gli abitanti dei quartieri sovrastanti erano conosciuti per sentito dire  una sorta di leggenda tramandata tra le altre leggende. : Santa Barbara, Santa Lucia alle Malve, la Madonna della Vergine,  San Nicola dell’Ofra.

A volte qualcuno trovava un teschio, in un ossario sotterraneo, e ridendo gli dava n nomignolo, o lo usava come portacandela  (un pò macabra come idea). Forse era appartenuto, quel cranio, a un antico anacoreta arrivato fin lì dal medio oriente, uno di quei monaci siriani o armeni che in tempi molto lontani avevano dovuto lasciare le loro terre per sottrarsi ad una persecuzione religiosa, e nei luoghi più impervi e irragiungibili, sul ciglio di in dirupo  o sul greto di un torrente , avevano scavato  nella roccia: colonne,, nicchie e altari , trasformando le grotte  preistoriche in luoghi sacri.

Oppure il teschio era soltanto di uno dei tanti pastori che qualche secolo dopo trovavano rifugio  lì dentro  con le loro capre , trasformando le chiese in stalle.

O chissà di un brigante in fuga dall’esercito sabaudo, che venuto a nascondersi nella più sperduta delle cripte annidate sula Murgia, e ormai stremato, mezzo morto di fame e di paura , era caduto in ginocchio pregando la Madonna  affinchè lo salvasse.

La bellezza, nessuno la cercava, era una cosa come le altre, una cosa in cui incappavi  come si incappa in un tramonto struggente ed infuocato, da godere per qualche attimo, di sfuggita, e da  dimenticare di li a poco portandosela dentro per sempre.

Tornando oggi in questi luoghi, ritroviamo le chiese rupestri chiuse da una porta o da un cancello, e cartelli stradali che indicano come arrivarci, sottraendole al riserbo sospirato dei loro fondatori, che ne mimetizzavano l’ingresso e sceglievano, per questi alveari dello spirito , gli anfratti più inaccessibili.

Per raggiungerle non bisogna più inerpicarsi su stretti sentieri a strapiombo su un burrone, impraticabili  per chi soffre di vertigini; ci sono dappertutto ringhiere di ferro che fanno da tutor e protezione  conficcate nella roccia, rampe e persino scalinate di marmo, come quella che spicca sul belvedere di Mone Timone, per raggiungere il complesso rupestre di San Falcione.

Hanno tutti nomi certi e repertoriati: Santa Maria de Idris; Cripta del peccato originale; San Clemente, San Nicola al Seminario, San Pietro alla Civita, la Madonna delle tre Porte.

Promettono meraviglie  e le mantengono. I turisti che pagano il biglietto per poterle visitare se ne vanno sempre soddisfatti, dopo aver ammirato sui muri la Madonna del Melograno, il Cristo Pancreatore, San Giorgio che combatte con il Drago, Sant’Agnese, Santa Sofia e il martirio dei Santi.

Tutti affreschi straordinari, tra questi quello di Sant’Agnese, si presenta in tutta la sua mistica bellezza grazie  alla dolcezza del suo volto, al candore delle sue  mani, alla purezza del suo sguardo profondo che ti  scende giù all’anima: Agnese, bella come una Madonna, fu  martire cristiana uccisa per aver voluto difendere sin in fondo il suo voto di castità .

Non la si smette mai di guardarla, i suoi occhi posseggono un fluido magico e miracoloso che ti  coinvolge  e che rende difficile allontanarsi da lei.

E’un fatto assolutamente fuori dall’ordinario che ha fino ad oggi coinvolto centinaia di visitatori che si sono fermati estatici dinanzi al suo affresco e qualcuno ha compiuto il gesto spontaneo di inginocchiarsi per una preghiera.

Morta da subito in odore di santità ha dispensato molti miracoli soprattutto guarendo ragazzi e persone giovani particolarmente afflitti nel corpo e nello spirito.

Agnese  subì il martirio durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano all’età di 12 anni; molto varie e talvolta contrastanti sono le notizie circa la sua vita e il suo martirio. Secondo alcuni il figlio del Prefetto di Roma si era invaghito di Agnese senza essere ricambiato, avendo la giovane fatto voto di castità a Gesù.

Dopo il rifiuto della ragazzina, il padre del giovane, saputo del voto di castità, le impose la clausura fra le vestali, con le quali avrebbe dovuto rendere culto alla dea che proteggeva la città di Roma. Al rifiuto di Agnese, il prefetto l’avrebbe fatta rinchiudere in un postribolo.

Qui però nessun cliente aveva osato toccarla, tranne un uomo che la tradizione religiosa vuole accecato da un angelo bianco, cui però successivamente, per intercessione della stessa Agnese, Dio rese la vista.

La tradizione agiografica racconta anche che Agnese, accusata di magia, fu a quel punto condannata al rogo, ma le fiamme si divisero sotto il suo corpo senza neppur lambirlo e i suoi capelli crebbero tanto da coprire la sua nudità. Dopo questo “miracolo” Agnese fu trafitta con colpo di spada alla gola.

In queste grotte oggi non c’è più lo spirito degli anacoreti mediorientali che un tempo vi aleggiava ,né lo stupore  e le fantasticherie  incontrollate dei viandanti  o il  misticismo ruvido  degli antichi pastori, tutt’uno con il vento odoroso  di timo che si infila nelle gravine.

Per fortuna le Sovrintendenze ai Beni Culturali hanno strappato le chiese rupestri  di Matera  e delle Murge  al degrado , ma anche al loro incanto inconsapevole. Eppure la spiritualità che le abitava latita ancora  in qualche ultimo presbiterio  trasformato in mangiatoia , in qualche remota cripta acquattata nella garriga, nascosta tra i cespugli di lentisco  e biancospini, dove si mimetizza da secoli  per sfuggire a pericoli e invasori di ogni genere compreso il più insidioso di tutti: la banalità del consumo.

Giacomo Marcario

Comitato di Redazione de Corrierepl.it


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