Maria Pia Latorre recensisce la Lingua della Citta’, di Mara Venuto, Delta 3 edizioni

Maria Pia Latorre recensisce la Lingua della Citta’, di Mara Venuto, Delta 3 edizioni

Si fa avanti la Poesia, nella ressa, incede lenta e sicura, non dimessa né intimorita dal fragore.

Io sono la poesia”, “perché io sono la prima e l’ultima,/ Io sono la venerata e la disprezzata,/ Io sono la prostituta e la santa,/ Io sono la sposa e la vergine,/ Io sono la mamma e la figlia,/ Io sono le braccia di mia madre,/ Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli./ Io sono la donna sposata e la nubile./ Io sono colei che dà la luce e colei che non ha mai procreato./ Io sono la consolazione dei dolori del parto./ Io sono la sposa e lo sposo,/ E fu il mio uomo che mi creò./ Io sono la madre di mio padre,/ Io sono la sorella di mio marito,/ egli è il mio figliolo respinto./ Rispettatemi sempre,/ Poiché io sono la scandalosa e la magnifica”.

Così declama un inno a Iside del IV secolo dopo Cristo, rinvenuto nella biblioteca di Nag Hammadi, in Egitto, al quale Mara Venuto pare ancorare perfettamente ancestrali radici.

Il femminino è, per sua propria natura, vita. Ma quanta sofferenza acquattata dentro le pieghe del cuore…

Aggravata tout court  dalla necessità della difesa da sé e da ciò che è altro da sé, la poesia si fa strada con un monofonico imperativo: devo!

E’ mio compito, è mia volontà, è mia natura seguire, confondermi, prendere le distanze, reimmergermi in essa e vivere della sua stessa vita. Credo di ben  interpretare la spinta interiore che ha mosso l’autrice alla pubblicazione del suo ultimo “La lingua della città”, testo a forti tinte, sempre in piena luce, mai smorzato da chiaro-scuri attenuati, suggestivo e reale come un viaggio a lungo programmato, di estrema e misurata ironia, ma che sa ben scagliarsi contro il dramma endemico di Taranto, a cui l’opera è dedicata e che ne pervade le pagine  dalla prima all’ultima.

Nella silloge la poetessa canta silenziosamente-ininterrottamente un’oggettualità amara, attraverso ciò che le accade intorno; prende oggetti-vissuti-sentimenti-poesie e li rimpasta con  mezzi linguistici sapienti, spesso si rivolge all’uso di figure retoriche di significato e attraverso questo faticoso e tormentoso percorso di potatura poetica, tende alla realizzazione di una catarsi della parola, donando in tal modo pienezza ai versi.

Le liriche, fortemente agganciate all’oggettualità degli accadimenti, come già accennato, sono in bilico tra orrido e liberazione introspettiva, un viaggio dantesco in potente contrasto con l’edulcorata raffigurazione che scaturisce, in modo naturale, dallo splendore mozzafiato emanato dalla città ionica. Parole a lungo decantate, fino alla nuda essenzialità, versi frantumati, fratti, che tracciano poche linee portanti, schegge descrittive ferme come può esserlo una barca ormeggiata, con i salsi rollii e beccheggi di sottofondo a testimoniare l’insaziabile irrequietudine, la stessa che anima la Tarantina nei confronti delle ignobili e ataviche ingiustizie subite dall’opalina perla ionica e dalla sua fiera gente.

Ogni processo di decantazione serve anche a donare robustezza, così le immagini si fanno potenti e vivide, nella costante ricerca del frangibile equilibrio tra affanno e parola.

Un equilibrio poetico, dunque, che deve prendere le distanze sia dai disastri politici che dalla sua stessa ispirazione, combattuta, giorno per giorno, come una terribile malattia alla quale solo un personalissimo farmaco può recare sollievo, una commistione di coscienza e autocoscienza, di sentimenti e autocensura, di pensieri e tempo dilatato, con il faro sempre ben piantato lì davanti della vetta poetica, e attraverso essa  il canto della sete di giustizia.

Una poesia, quella della Venuto, che è riuscita a prendere le giuste distanze dalla politica e compie due separati itinerari di viaggio, uno introspettivo, l’altro per le strade, i vicoli e i porti  dell’antica colonia dorica.

E se Ulisse viaggia per provare a se stesso conoscenza e capacità d’adattamento, quasi dimentico dell’approdo, alla stessa maniera l’Autrice viaggia secondo la  dimensione omerica e, in piena consapevolezza, decide che l’esperienza vissuta contenuta in  quest’opera non approderà mai in nessun porto.

Per Horkheimer il canto delle sirene è l’emblema della conoscenza indissolubilmente legata all’inibizione del sé, allora non v’è da meravigliarsi del sofferente disagio che le parole di questa silloge trasudano: è il disagio della nostra civiltà.

Ma se il viaggio non può fermarsi, così questa raccolta non ha un chiaro  e prevedibile epilogo; in continuum di ricerca con l’esperienza umana, seguirà in binario parallelo l’artista nel suo divenire, con la speranza che si risolvano definitivamente i gravi problemi del capoluogo pugliese, e la poesia qui si fa potentemente umanità in attesa di giustizia.

La terra non trema più, è immobile/ l’affanno dei grevi/ sotto un palazzo sporco./ Tutto è sporco, la città di notte/ il respiro sublime dell’innocenza/ fermo alle porte strette./ Un vecchi tarlo soltanto/ le attraversa, avido fino alla morte”;  versi che incidono la pagina come stele lapidea, s’imprimono nella mente, poiché l’umanità risulta essere sempre più insensibile, ottenebrata dai rumori di fondo del mondo invasivo e invadente della modernità.

Il verso, dunque, grida forte con l’intento di svegliare dalla narcolessia imperante e sferzare il torpore delle coscienze.

Suggestive le immagini che rimandano, prepotentemente, al simbolismo cinematografico, all’iperbole dell’immagine scenografica, allo smarrimento onirico di certe pellicole felliniane.

Fare poesia è anche scardinare, invertire la marcia, vagare senza meta nell’immaginazione, fluttuare tra oggetti trasfigurandoli, estraniarsi da se stessi, inseguire percezioni, contenersi in un urlo che vorrebbe dilatarsi, tutto questo si avverte in forte tensione in “La lingua della città”, lingua di sale, lingua che muove le corde dei sentimenti e le manovra sapientemente a produrre effetti partecipativi nel lettore.

Redazione

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