Autopoiesi

Autopoiesi

La Treccani definisce l’autopoiesi come: “La capacità, in biologia, di riprodurre sé stessi che caratterizza i sistemi viventi in quanto dotati di un particolare tipo di organizzazione, i cui elementi sono collegati tra loro mediante una rete di processi di produzione, atta a ricostruire gli elementi stessi e, soprattutto, a conservare invariata l’organizzazione del sistema (spec. di fronte a mutamenti che possono intervenire nello spazio fisico in cui esso opera)”.

Gli studiosi cileni Maturana e Varela si sono chiesti che cosa avessero in comune tutti gli esseri viventi. Hanno trovato risposta non nella microbiologia, ma grazie ad un approccio sistemico nell’autopoiesi, ovvero nell’autoproduzione ed autorganizzazione dei sistemi viventi. Facendo un gioco di parole potremmo definire l’autopoiesi come l’organizzazione di un’organizzazione. Per chi volesse saperne di più consiglio di leggere due opere loro: “Autopoiesi e cognizione: la realizzazione del vivente” e “L’albero della conoscenza”.

L’autopoiesi è ciò che accomuna quindi atomi, cellule, organi del corpo, ecosistemi. Il concetto di autopoiesi è andato oltre il dominio della biologia ed ha trovato consensi ed applicazioni anche nell’intelligenza artificiale e nella psicoterapia. Bisogna però fare alcuni chiarimenti perché il concetto di autopoiesi è a mio avviso controintuitivo e complesso. Può benissimo rientrare in quelle che Piattelli Palmarini definisce come tautologie virtuose, ovvero tautologie complesse ed elaborate.

Innanzitutto Maturana e Varela riprendono, per poi approfondire e raffinare, la definizione di sistema del biologo Von Bertalanffy: il sistema è un insieme di elementi che interagiscono tra di loro. Ma a differenza di Von Bertalanffy, i due neurofisiologi cileni, escludono ogni tipo possibile di finalismo e di perseguimento di obiettivi degli organismi.

Innanzitutto l’autopoiesi non è sinonimo di riproduzione, né di metabolismo, né di sistema omeostatico, eppure riesce a comprenderli ed inglobarli entrambi, perché questi non sono altro che sottosistemi particolari dell’autopoiesi.

Per capire il concetto di autopoiesi bisogna capire prima la distinzione di Maturana e Varela tra organizzazione e struttura. L’organizzazione determina la relazione delle componenti del sistema. La struttura determina le proprietà delle sue componenti. Ne “L’albero della conoscenza” Maturana e Varela fanno un esempio molto chiaro: un serbatoio è composto da un galleggiante, che indica il livello della benzina ed da una valvola di transito, che permette di fermare il flusso della benzina. Il sistema è fatto di plastica e metallo. Se al posto della plastica e del metallo utilizziamo un identico contenitore, fatto di legno, comprendente anche un galleggiante ed una valvola di transito, lo stesso serbatoio sarebbe ugualmente funzionante. In questo caso sarebbe cambiata la struttura (le proprietà dei componenti), ma non l’organizzazione (la relazione tra i componenti).  Nell’autopoiesi è più importante l’organizzazione.

Potremmo anche sostenere che l’autopoiesi soddisfa  un   principio fondamentale del paradigma sistemico di Morin, ovvero  “le parti rappresentano eventualmente più del tutto”, dato che sono proprio le parti del sistema, le loro proprietà (che possono mutare) e le loro relazioni (che possono anch’esse mutare) a definire il tutto, ovvero l’organismo in quel dato momento e non solo, perché possono definirlo nuovamente in altri periodi in modo completamente diverso. I due studiosi cileni proprio come Morin sfidano la complessità, la loro epistemologia è una metodologia della complessità.

Non solo ma le potenzialità inespresse di un organismo sono inscritte nei cambiamenti possibili dell’organizzazione e della struttura (l’autodeterminazione nonostante circoscriva le possibilità di un sistema, può essere perturbata dall’ambiente; possono di conseguenza verificarsi delle congruenze tra organismo ed ambiente non prevedibili da un osservatore esterno).

Alcuni sostengono erroneamente che il concetto di autopoiesi si adatti ad un sistema chiuso e che l’autoregolazione implichi necessariamente l’autoreferenzialità e l’incapacità di ricevere stimoli dall’esterno. Questo è un fraintendimento del pensiero dei due scienziati. Se così fosse allora Maturana e Varela molto ingenuamente non avrebbero tenuto conto del secondo principio della termodinamica, da cui deriva la constatazione di fatto che soltanto in un sistema aperto l’entropia può essere sconfitta. Ricordo in estrema sintesi che il primo principio della termodinamica tratta della conservazione dell’energia, mentre il secondo principio ci dice che certe trasformazioni di energia sono irreversibili. In realtà secondo Maturana e Varela qualsiasi sistema vivente può avere le perturbazioni e le interazioni, che l’organizzazione e la struttura stesse gli consentono di avere. Sia gli input che gli output del sistema vivente sono determinati dalle sue caratteristiche specifiche e sono determinati strutturalmente in modo che possono persino cambiare struttura, ma mai l’identità del sistema stesso. Se cambiano identità non sono più funzionanti e perciò vanno incontro alla morte. Esistono perciò dei limiti ed un dominio definito, delle determinate modalità di relazione con cui un sistema vivente si confronta con l’ambiente. Un sistema non può essere cambiato dall’ambiente in tutti i modi possibili, ma solo da quei modi ammessi dalla sue dinamiche e dalla sua organizzazione.

Davide Morelli

Redazione Corriere di Puglia e Lucania


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