Poesia. ‘Pane e…Quotidiano’

Poesia. ‘Pane e…Quotidiano’

Gentili amici della poesia, vi comunichiamo che nei mesi estivi la rubrica Pane e Quotidiano avrà cadenza settimanale. L’appuntamento è ogni mercoledì. Augurandovi buona estate vi invitiamo a continuare a respirare poesia!

La Redazione

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Il 2 luglio 1877, nasce  a Calw, in Germania, Hermann Hesse. La madre, Maria Gundert, è nata in India, a ciò si può forse far risalire l’attrazione che Hesse svilupperà in seguito per il  mondo orientale. Avviato dai genitori agli studi teologici a Tubinga, lascia il seminario dopo una fuga e un tentativo di suicidio nel 1892, prendendo le distanze dall’impostazione religiosa rigida dei suoi genitori.

Queste drammatiche esperienze giovanili si riveleranno decisive per l’attività narrativa di Hesse. Dopo un soggiorno in una clinica per malattie mentali a Stetten, si trasferisce a Tubinga, dove esercita la professione di libraio e scrive le sue prime opere.

La consacrazione letteraria giunge con il romanzo ‘Peter Camenzind’, pubblicato nel 1904. Lo stesso anno Hesse si trasferisce in Svizzera.

Lo scoppio della Prima Guerra mondiale corrisponde ad un momento di profonda crisi dello scrittore che lo porterà, alla fine del conflitto, a ricorrere al trattamento psicoanalitico. Nel 1919 vede la pubblicazione il romanzo di formazione ‘Demian’, che riscuote un grande successo. Nel 1922 vede la luce ‘Siddharta’, frutto di un viaggio in India, che lo porta ad avvicinarsi alla spiritualità buddhista e induista. Un altro tra i romanzi più celebri, ‘Il lupo della steppa’, del 1927, riflette la profonda crisi emotiva che attanaglia lo scrittore.

Nel 1930 Hesse scrive ‘Narciso e Boccadoro’, storia di un’amicizia ambientata nel Medioevo cristiano, periodo affascinante agli occhi dello scrittore.

L’anno successivo inizia a scrivere il suo ultimo romanzo, ‘Il gioco delle perle di vetro’, che viene pubblicato nel 1943. Nel 1946 lo scrittore riceve il Premio Nobel per la letteratura. Muore a Montagnola, il 9 agosto del 1962.

Scritto sulla sabbia e  Lamento

Che il bello e l’incantevole
siano solo un soffio e un brivido,
che il magnifico entusiasmante
amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d’artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.

E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d’oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
– effimeri-, non raggiungono il fondo dell’anima. […]

Non ci è dato di essere. Noi siamo
soltanto un fiume, aderiamo ad ogni forma:
al giorno ed alla notte, al duomo e alla caverna
passiamo oltre, l’ansia di essere ci incalza.

Forma su forma riempiamo senza tregua,
nessuna ci diviene patria, gioia o pena,
sempre siamo in cammino, ospiti sempre,
non c’è campo né aratro per noi, né pane cresce.

E non sappiamo cosa Dio ci serbi,
gioca con noi, argilla nella mano,
muta e cedevole che non piange o ride,
mille volte impastata e mai bruciata.

Potessimo, una volta, farci pietra, durare!
Questa è la nostra eterna nostalgia,
ma un brivido perdura a raggelarci
e non c’è pace sulla nostra via.


Redazione

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