The Shakespearean candidate

The Shakespearean candidate

Dagli scrittori che si candidano in politica ai politici che scrivono romanzi c’è un inspiegabile filo che lega due campi apparentemente distanti.

di Cristiano de Majo

J.D. Vance davanti a Capitol Hill, 2017 (particolare da una foto di Astrid Riecken per The Washington Post via Getty Images)

È notizia di questi giorni che J. D. Vance, l’autore di Elegia americana, il fortunato memoir, poi diventato un po’ meno fortunato film Netflix sulla storia della sua famiglia bianca e povera nella Rust Belt, correrà in quota Partito repubblicano per il seggio al Senato dell’Ohio, posto peraltro cruciale nelle elezioni di Midterm per definire una maggioranza politica.

Conservatore con tratti di populismo, così lo descrive il New York Times, Vance vanta un profilo insolito per uno scrittore che si dà alla politica: di destra, spinto e finanziato dal tech-trumpiano Peter Thiel, rappresenterà le istanze dell’America profonda, cosa che può sembrare strana per uno scrittore, categoria tendenzialmente liberal. Di sicuro sarebbe strano in Italia se uno scrittore si presentasse con la Lega.

Possiamo vantare scrittori che “la penso come Hamas” (Michela Murgia, già candidata alla presidenza della Regione Sardegna, che proprio in questi giorni ha rispolverato, vantandosene, uno screenshot in cui manifesta la sua comunanza di vendute con l’organizzazione fondamentalista che governa la striscia di Gaza), scrittori che firmano per il terrorista omicida Cesare Battisti, ma credo più difficili da trovare quelli, come J. D. Vance, che rappresenterebbero le istanze di una partita Iva del Nordest.

Nel corso della storia repubblicana la lista degli scrittori italiani arrivati in Parlamento è piuttosto lunga e quasi completamente monopolizzata dal Pci: ci sono Sanguineti e Magris, c’è una bizzarra elezione di Arbasino col Partito repubblicano, c’è Moravia eurodeputato, c’è Volponi, c’è Sciascia (coi Radicali) e si arriva fino a Nesi con Scelta Civica e Carofiglio col Pd. Ma se l’impegno politico è da sempre una caratteristica del letterato italiano, quello parlamentare ha più le caratteristiche di una strana e spesso infruttuosa gita fuori porta.

Non ho ancora deciso però cosa sia più strano tra il vedere uno scrittore in Parlamento o un parlamentare diventare romanziere. Anche in questo campo vantiamo una certa casistica: dalla spessa bibliografia veltroniana al “realismo magico padano” di Dario Franceschini, molto pubblicato seppure grande sostenitore del valore culturale dell’inedito. L’esplosione della memorialistica politica, anche di successo (vedi libro di Giorgia Meloni), non ostacola le più rare ma comunque presenti velleità letterarie.

Non basta sfogarsi con un’autobiografia, ci vuole la storia: caso eclatante, il 15 ottobre uscirà in tutto il mondo il primo thriller di Hillary Clinton.

Redazione

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