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Un Take-Home Message dal Festival Europeo del Crowdfunding: la Crowd prima di tutto

a cura di Daniele Chignoli

Poco più di una settimana fa è andato in scena quello che sta diventando uno degli appuntamenti imperdibili del panorama dell’innovazione in Italia, la seconda edizione dell’European Crowdfunding Festival, promosso dall’Università degli Studi di Bari.

Tra i numerosi temi trattati negli interventi degli esperti del settore, in veste di relatori, è stato evidenziato che l’attenzione di chi intende iniziare una campagna di Crowdfunding spesso va tutta agli obiettivi che gli permetterà di raggiungere: il successo di un progetto, l’avviamento di una linea di prodotto… con il Crowdfunding, però, non si raccoglie solo denaro ma si costruisce innanzitutto una comunità dietro il proprio prodotto o la propria iniziativa.

Affrontiamo il tema chiave della costruzione di una community, di una crowd, con tre dei relatori che hanno animato la seconda edizione del Festival.

“Prima del denaro viene la community che sostiene il tuo progetto: è lei il vero asset che tu costruisci”, ci spiega Angelo Rindone, fondatore di Produzioni dal Basso, la prima piattaforma di crowdfunding italiana, e averne già una aiuta davvero molto. “Prova a immaginare di essere uno scrittore che ha una comunità di lettori: hai già una comunità di persone che potrebbero partecipare a una tua iniziativa, il potenziale pubblico di un concerto oppure anche dei potenziali clienti per un prodotto tecnologico”.

All’interno delle dinamiche di questa costruzione di comunità c’è anche la partecipazione delle persone: le comunità che decidono di sostenere un progetto non mettono solo denaro ma attraverso anche dei meccanismi delle piattaforme come i commenti, feedback e la relazione con il progettista costruiscono insieme il prodotto. “In questo modo, magari è brutto da dire, ma non sono nemmeno più consumatori, sono produttori e consumatori assieme: dei prosumer”.

Quindi chi lancia una campagna si può aspettare dei feedback ma non solo, anche del sourcing, una partecipazione diretta della crowd. Come esempio ci porta un documentarista che durante la campagna di crowfunding ha incontrato un sostenitore musicista che poi lo ha aiutato con la colonna sonora del documentario.

“Di solito una campagna è un’opportunità per prototipare e testare dei prodotti”, afferma Guglielmo Apolloni, co-fondatore di School Raising, una realtà che si occupa di Reward Based soprattutto riguardo a progetti nati in ambito scolastico, “ma fornisce anche la possibilità di andare ad analizzare un mercato prima di entrarci. Chi riesce a raggiungere i finanziamenti previsti dalla campagna, non solo potrà andare in produzione ma avrà anche validato la richiesta di quel prodotto grazie alla risposta partecipativa della comunità di acquirenti”.

“Può essere definito un modo per assicurarsi dai rischi dell’innovazione chiedendo l’aiuto a chi ci crede”, concorda Luigi di Pace, responsabile di BiUniCrowd, il programma di Reward based Crowdfunding pensato per la comunità universitaria di Milano Bicocca, “anche se la partecipazione deve essere sicuramente progettata a monte: quando vai in campagna con un tuo progetto quello all’80% almeno deve essere pronto”.

Questo in particolar modo per quei progetti con obiettivi scientifici che richiedono la partecipazione dei donatori, regolata a monte e impiegata a valle. Questa modalità può essere un modo importante di fare anche scienza partecipata, la Citizen Science.

Una questione di credibilità

 

“La credibilità, nel crowdfunding, è tutto”, continua Di Pace. “I progettisti devono essere onesti, realistici, metterci la faccia e dire sempre la verità. Altrimenti il rischio è di essere identificati per uno che ha mentito o, peggio, ha cercato di fare una truffa.”

Nel momento in cui il meccanismo della credibilità viene traslato online, viene di fatto formalizzato nel funzionamento delle piattaforme: “L’economia di tutte le piattaforme, non solo quelle di crowdfunding, basa gran parte del suo algoritmo sulla reputazione. Quando acquistiamo su Amazon guardiamo le stelline e i commenti, quando affittiamo su Airbnb un appartamento guardiamo chi l’ha abitato prima e cosa ha scritto, qual è la reputazione di quella persona, se dobbiamo andare in un locale guardiamo con l’app TripAdvisor se in quel locale si mangia bene o si mangia male. Tutto questo vale tal quale per le piattaforme di Crowdfunding”, ci spiega Rindone.

La community, ancora una volta, ha un ruolo chiave anche nel generare credibilità intorno a un progetto e un progettista, ci spiega Apolloni. Per illustrare il suo punto ci parla delle tre cerchie di cui è composta ogni community

La prima cerchia è composta da chi già conosce il progettista ed è bendisposto nei suoi confronti, generalmente famiglia e amici. Nei progetti scolastici è più grande che altrove e c’è già una dote di fiducia che si è creata al suo interno.

La seconda cerchia è rappresentata dalle comunità che ruotano attorno al progettista o al progetto, che possono essere territoriali e tematiche: nella scuola sono molto più forti quelle su base territoriale.

Infine, c’è il la terza cerchia di chi non conosce né il progettista né il progetto ma ne viene a conoscenza, gli piace e si lascia convincere dalla fiducia di chi già ha contribuito.

Una classica campagna si rivolge a queste cerchie concentriche partendo prima dalla più interna e raggiungendo le successive, rafforzata dall’eco di partecipazione e credibilità che ha raccolto nelle precedenti.

Piattaforme e tecnologia al servizio del Reward Based Crowdfunding

 

Queste attività di raccolta fondi e di community building avvengono prevalentemente online, grazie a canali come i social network, strumenti di mail marketing e a piattaforme finanziarie come PayPal e Lemonway. Ma le vere protagoniste sono le piattaforme dedicate specificamente al Crowdfunding.

Rindone ce ne parla come di un mondo sovraffollato, “ci sono migliaia di piattaforme di crowdfunding: ci sono piattaforme verticali, piattaforme regionali, piattaforme internazionali, piattaforme nazionali, piattaforme dedicate a determinate tematiche, piattaforme solo Donation, piattaforme Reward, poi Lending ed Equity. È chiaro che sono talmente tante le piattaforme, solo in Italia sono un’ottantina, che è difficile dire qual è il modello in generale perché ognuno poi ha le sue caratteristiche”.

In generale il loro ruolo è di abilitare il processo, di dare la possibilità in maniera semplice e abbastanza economica – la maggior parte sono anche a ingresso gratuito – a tanti se non a tutti di potersi avvicinare e tentare la strada del crowdfunding, lanciando la propria campagna.

Le piattaforme aiutano “nell’allestire la vetrina” ma tendenzialmente la campagna di comunicazione, cioè la promozione della campagna è nelle mani del progettista: lui deve coinvolgere la sua community, a lui spetta di comunicare il suo progetto. La piattaforma può farsi amplificatore del progetto solo quando le cose vanno bene perché il progetto comincia a spingere ma se il volume è troppo basso non serve a nulla.

Ci spiega questo concetto con un paragone. “È un po’ come pensare di andare su YouTube e, visto che sono su una piattaforma che ha un miliardo gli utenti, posto il mio video e il giorno dopo un miliardo di persone vedranno il mio video. In realtà non lo vedrà nessuno il video rimarrà a 0 visualizzazioni. Non è la piattaforma di per sé a risolverti il problema delle visualizzazioni, quello lo risolverai tu con la promozione. Se però diventi importante, diventi rumoroso, allora la piattaforma ti amplificherà. Allora lì sì, effettivamente se YouTube ti mette in homepage hai un miliardo di possibili visualizzazioni”.

Alcune piattaforme affiancano all’offerta hard (tecnologica) quella soft (conoscenza) aiutando chi vuole pubblicare una campagna di crowdfunding nel suo disegno e promozione. Lo fanno in School Raising, ci dice Apolloni. “Aiutiamo sempre chi vuole pubblicare il proprio progetto sulla nostra piattaforma. Soprattutto nel mondo scolastico serve passare dall’approccio ‘racconto il nostro progetto al ministero’ a quello ‘come posso far capire il nostro progetto ai vicini di casa?’”.

Per chi volesse, però, c’è anche l’opportunità di non rivolgersi a delle piattaforme ma di costruire in autonomia la propria campagna di Crowdfunding.

“È il cosiddetto Do It Yourself Crowdfunding”, ci spiega Rindone. “Lo fa chi tendenzialmente ha una community molto forte ha già un Brand importante e quindi può autonomamente costruirsi la sua campagna nei suoi ambienti, come sul suo sito. Per esempio, c’è un quotidiano on-line che si chiama Valigia Blu che da diversi anni si fa ogni anno il suo Crowdfunding nel suo ambiente”.

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