Home Ambiente & Salute L’impianto a Macchia non deve essere costruito

L’impianto a Macchia non deve essere costruito

“Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”. Accade nuovamente dopo la traumatica passata esperienza del petrolchimico, quando nel 1971 l’Eni inaugurò la fabbrica di sostanze chimiche Anic (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili), catastrofica per la salute e l’ambiente.  Nel più totale silenzio istituzionale, di un potenziale nuovo impianto per il trattamento della plastica, da costruire a Macchia di Monte Sant’Angelo, non vi è traccia alcuna di informazioni che mettano al corrente le comunità locali del progetto, tranne qualche sporadico articolo apparso su alcune testate on line e cartacee. Forse per questo sono ancora pochi gli interventi e le prese di posizione consapevoli ed indignate dei cittadini del Gargano e della Capitanata. Macchia si appresta a diventare un centro di raccolta di rifiuti da trattare. Si possono già immaginare i tanti autocarri attraversare il Tavoliere con i loro carichi di rifiuti, che contribuiranno in loco, ad aumentare, in maniera decisiva le immissioni inquinanti di anidride carbonica. Va aperto un serio dibattito, al fine di condividere scelte fatte da pochi, con l’utilizzo, in parte, di risorse pubbliche.

A distanza di 50 anni, è difficile dimenticare i morti di tumore ed il disastro ambientale causati dall’industria chimica. E’ altrettanto difficile comprendere la scellerata decisione del nuovo impianto chimico.

Negli anni Settanta, in tutto il territorio nazionale, c’è stata la proliferazione di poli chimici con localizzazioni sbagliate, cioè lontani dalle fonti di approvvigionamento. Non veniva portata avanti una specializzazione produttiva accompagnata dalla ricerca e dall’innovazione. E’ successo anche a Macchia. Allora (come forse sembra delinearsi anche oggi) lo stabilimento era stato costruito senza alcuna informazione agli abitanti inerente alla pericolosità dei processi produttivi e ai rischi conseguenti. Sempre allora, non erano presenti presìdi di prevenzione e intervento in caso di incidente, né era stato programmato un piano di emergenza. E’ di questi giorni la sentenza n. 250/2021 del 01/03/21 della Corte di Appello di Bari che ha riconosciuto a 11 ex dipendenti dell’Enichem i benefici contributivi conseguenti all’esposizione all’amianto. Il territorio fu devastato, anche perché gli organismi deputati al controllo, nulla facevano in tal senso.

Il miracolo economico che arrivò a toccare anche il Sud Italia, a Macchia di Monte Sant’Angelo aveva appunto un nome: Anic, il 4° petrolchimico italiano (Anic, Enichem, infine Enichem Agricoltura Spa). In una terra di miseria ed emigrazione, vennero riposte grandi speranze per il suo insediamento. Quel tipo di sviluppo economico-industriale era basato su un vulnus di informazioni e sulla mancata consapevolezza della comunità locale dei devastanti effetti che avrebbe portato l’industria petrolchimica. Uno sviluppo basato sul ricatto occupazionale per imporre un modello inquinante: abolizione del diritto alla salute in cambio di lavoro.

Il tipo di dinamica descritto non valeva solo per il comprensorio pedegarganico, ma era facilmente rintracciabile in tante città meridionali, dove la debolezza economica veniva utilizzata per una nuova e diversa forma di colonizzazione, in cui si massimizzavano i profitti scaricando i costi sociali (umani ed ambientali) sul territorio ospitante.

E’ altresì evidente che le istituzioni locali favorirono i grandi  gruppi industriali non tutelando gli interessi collettivi.

Durante l’attività del petrolchimico, non mancarono gli incidenti: il più grave si verificò il 26 settembre 1976, quando fuoriuscirono diverse tonnellate di arsenico. Senza dimenticare che nel 1980, vi fu la concessione ministeriale per lo sversamento in mare dei sali sodici, un refluo della produzione del caprolattame, autorizzazione prorogata fino al giugno 1988.

Ad oggi, l’area interessata risulta, in gran parte, non bonificata. Non si comprende perché un territorio, contiguo al Parco Nazionale del Gargano, con un ecosistema unico, con la Piana di Macchia ricoperta di uliveti secolari debba essere la collocazione di industrie chimiche e/o petrolchimiche. La storia si ripete, in una terra ritrovatasi senza lavoro, con una emigrazione che ha ripreso a crescere. La catastrofe lasciata in eredità si scontra con l’assenza e il disimpegno delle istituzioni locali e nazionali.

Non è un ragionamento luddista. Basterebbe intraprendere la strada dell’agro-alimentare, con la trasformazione, la commercializzazione e la valorizzazione dei prodotti locali. Si può fare. Si deve fare, prima che sia troppo tardi. E’ necessario un gioco di squadra in cui tutti gli organi competenti si impegnino per far decollare un’economia che abbia legami con il territorio, che dialoghi con le comunità interessate. L’altro versante su cui puntare è il turismo, per 365 giorni l’anno.

Chissà che ci sia un ripensamento optando per un percorso bio-compatibile con la millenaria storia del territorio garganico in particolare e della Daunia, in generale.

Matteo Impagnatiello

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