I bambini, i pellerossa e il vecchio west

I bambini, i pellerossa e il vecchio west

John Ford, nato nel Maine, il 1º febbraio 1894, penultimo dei quattordici figli, fu per gli amanti dei film western quello che furono le scrittrici Luciana Peverelli e, soprattutto, Liala, per le donne innamorate dei bei tempi che furono.

Se John Wayne è diventato il prototipo del cowboy magari con qualche macchia, ma sempre senza paura, lo si deve a lui, a John Ford.

Nel 1956, il regista, dirige “Sentieri Selvaggi”, con il già citano Wayne e la giovane Natalie Wood. Nel 1961 gira “Cavalcarono Insieme”, protagonisti questa volta: James Stewart e Richard Widmark.

Seppure realizzati a cinque anni di distanza uno dall’altro, un filo rosso unisce questi due capolavori di azione e d’indagine psicologica; vale a dire gli effetti sulla psiche, subiti da bambini e adulti rapiti dal pellerossa e con questi convissuti per un lungo periodo.

Ricordiamo insieme le due trame per sommi capi.

In “sentieri Selvaggi” Ethan Edwards, impersonato da John Wayne, torna a casa reduce dalla guerra di secessione. Un giorno, in sua assenza, gli indiani Comanche assaltano la fattoria del fratello dove abita e rapiscono le ragazze presenti nella fattoria. Da quel momento in poi inizia l’inesorabile caccia ai rapitori nell’intento di riportare a casa le donne. Dopo anni di ricerche infruttuose, finalmente Debbie, interpretata da Natalie Wood (unica sopravvissuta al rapimento) è individuata, ma inutilmente si tenta di convincerla a tornare alla vita di un tempo. Debbie, è ormai adulta, ha sposato un capo indiano, si sente pienamente integrata tra la gente di colore e, pertanto, non mostra alcuna intenzione di muoversi.

Ethan, invece, a forza, riesce a riportarla tra la sua gente e qui sarà affidata a una famiglia ove troverà amorevole accoglienza.

Il film è tratto da una storia vera, romanzata nel 1954 dallo scrittore Alan Le Mey che partecipò personalmente a molte ricerche di bambini rapiti dagli indiani.

La pellicola caratterizza un Wayne ostinato, dall’animo ricco di odio per i pellerossa e che pur di non lasciare nelle mani di costoro Debbie, avrebbe preferito persino ucciderla.

In “Cavalcarono Insieme” è allo sceriffo di Tascona, Guthrie McCabe (James Stewart) che è affidato il compito di ritrovare alcuni coloni catturati dai pellerossa della tribù dei Comanche. Nella sua impresa sarà coadiuvato dal capitano Gary (Richard Widmark).

Da subito, lo sceriffo si mostra riluttante ad accettare il compito, giustificandosi col fatto che se anche ritrovati, quei bianchi, di certo, sarebbero diversi rispetto al momento del rapimento.

Iniziate, in ogni caso le ricerche, il primo incontro è con il capo indiano Quanah, in buoni rapporti con lo sceriffo. Qui le sorprese non mancano, infatti, sul posto trovano una donna anziana che è riconosciuta come la moglie del predicatore del forte. E’ questa stessa a dichiarare di nascosto che preferisce farsi credere morta che non ritornare fra sua gente, un po’ per la vergogna e un po’ perché ormai si è ambientata nel campo indiano. Anche Frida, la giovanissima figlia di un colono, non mostra alcun interesse a un eventuale ritorno tra i suoi, poiché sposata a un comanche e madre di due bambini.

Alla fine, lo sceriffo e il capitano Gary riescono a tornare con solo due persone, vale a dire Elena, una nobildonna nata in Messico e divenuta la moglie di Orso di Pietra che sarà ucciso nel tentativo di riprendersela, e Lupo Veloce, un ragazzo “viso pallido”, ormai lontano mille miglia dalla cultura dei bianchi, che non sarebbe mai tornato tra i coloni volontariamente. Infatti, lo farà con la forza.

Tutto questo induce a ricordare il paradosso della “Nave di Teseo”.

Si narra, che al suo ritorno in patria, la nave di legno del mitico eroe Teseo, fu conservata nel tempo con la massima cura. Man mano, però, che il manufatto invecchiava, si resero necessarie delle riparazioni. Cosicché, oggi ripara e sostituisci questo pezzo, domani ne sostituisci un altro, dopodomani un altro ancora, alla fine quando tutti le parti della nave furono rimpiazzate, sorse spontanea la domanda: ma questa è ancora la nave di Teseo?

Quanto narrato contiene lo stesso interrogativo che può essere rivolto anche alle persone, oltre che alle cose, per quanto attiene alla loro identità.

Tutto ciò rappresenta un dramma nel dramma per le famiglie di soggetti rapiti, poiché, nei casi più fortunati, si rischia di ritrovare persone diverse da quelle che furono. E ciò, fatto salvo il diritto: quello dei congiunti di riabbracciare i propri cari e quello misto al dovere della “giustizia” a perseguire e condannare i responsabili di un reato tra i più mostruosi ed efferati, per il quale l’ergastolo è poca cosa, viste le conseguenze che per tutta la vita peseranno come macigno sul corpo, l’anima e la mente dei malcapitati.

Giuseppe Rinaldi

Redazione

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