Gli italiani oggi si sono disaffezionati alla politica

Gli italiani oggi si sono disaffezionati alla politica

C’è chi sostiene che gli italiani hanno smesso di interessarsi di politica con Tangentopoli.

Allora l’opinione pubblica si è divisa: chi è rimasto scandalizzato dal grado di corruzione dei partiti politici, chi invece non ha digerito l’ingerenza delle toghe nella politica.

Ma non è solo questo. In passato ne hanno viste di tutte i colori. Hanno visto in quel secolo diabolico che è stato il ‘900 la miseria delle due guerre mondiali e l’orrore dell’Olocausto, gli equilibri precari della guerra fredda, ogni forma di terrorismo e sul finire le pulizie etniche.

Hanno visto la creatività del ’68 e del ’77 divenire violenza organizzata. Hanno visto le Brigate rosse, manovrate dall’alto e infiltrate alla base, colpire servitori dello stato. Hanno visto le stragi impunite, in tempi in cui solo la pressione occulta esercitata dagli americani poteva scongiurare il pericolo di un golpe stile sud-americano.

Hanno visto e vedono tuttora una politica, fatta di amici degli amici, di eterni riciclati (perché ricattabili), di yesmen, di intellettuali radical-chic, di portaborse cinici.

Hanno visto che i soldi dei contribuenti finivano perlopiù in grandi opere incompiute (vere cattedrali nel deserto), autoblu, enti statali e parastatali totalmente inefficienti. Hanno visto politica ed edilizia andare a braccetto, fino a realizzare l’osmosi.

Hanno visto l’abusivismo edilizio nelle regioni del Sud che distruggeva il paesaggio e giunte comunali del Nord compiacenti che elargivano i permessi agli imprenditori per distruggere il paesaggio. La forma era diversa. Il risultato era lo stesso.

La cementificazione ha devastato intere zone della penisola. Era il 1957 quando Italo Calvino descrisse la speculazione edilizia. Ancora oggi quel libro è attuale.

Ma già Salvemini nel suo libro “Il ministro della malavita” aveva definito così la logica degli amministratori in Italia: “più soldi, più potere; più potere, più soldi”.

I politici italiani si fanno prima di tutto i propri interessi personali. I lauti stipendi di onorevoli, senatori, sindaci, assessori, consiglieri in altri paesi verrebbero considerati delle prebende, ma gli italiani non se ne lamentano, perché se si presentasse l’occasione farebbero lo stesso e poi è meglio essere accomodanti e servili con i potenti, che potrebbero raccomandarli per un ambito posto fisso in comune, in provincia, in regione o nello stato.

L’italiano quindi tollera tranquillamente ogni forma di baronia e cerca sempre di approfittare della logica clientelare, vigente nel paese. La corruzione della classe politica non scandalizza più perché i politici sono totalmente rappresentativi della società civile.

Anche i sessantottini che volevano al potere l’immaginazione si sono adeguati alle regole vigenti. Niente di nuovo: in Italia secondo un vecchio adagio si nasce incendiari e si muore pompieri.

Alcuni di loro hanno fatto carriera in politica, in televisione, nei giornali.

Alcuni  cercavano la rivoluzione ed hanno trovato l’agiatezza, come ebbe a scrivere in un suo aforisma Longanesi.

Altra caratteristica dell’italiano è il cosiddetto girellismo: l’italiano va sempre in soccorso del vincitore. Il problema di oggi è capire chi sia veramente il vincitore, visto e considerato che dopo le elezioni tutti dicono di avere vinto e nessuna forza politica mai riconosce la sconfitta.

Tutti i giorni gli italiani si imbattono nei lacci e laccioli della burocrazia, nel labirinto delle leggi, ma sanno perfettamente che i politici non snelliranno certe procedure, né si metteranno di buona lena a eliminare delle leggi, piuttosto che farne di nuove continuamente. In Italia – come fa dire Tomasi di Lampedusa a Tancredi nel “Gattopardo”- per far rimanere che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

Di conseguenza i politici continueranno a fare nuove leggi, ma lo scenario rimarrà immutato. D’altro canto una burocrazia arzigogolata e un ammasso informe di leggi sono un toccasana per politici ed avvocati.

E poi non dimentichiamoci che al parlamento e al senato la lobby degli avvocati è influente. Iniziare una causa costa circa mille euro, ma gli italiani sono diventati molto più litigiosi di un tempo o quantomeno ricorrono molto più di prima alle vie legali.

I cancellieri sono sommersi di fascicoli riguardanti cause civili tra vicini. I tempi sono lunghissimi: alla lentezza del diritto romano-germanico rispetto alla common law inglese ed americana bisogna infatti aggiungere le lungaggini specificatamente italiche.

Molti italiani si sono accorti che la politica istituzionale serve solo da facciata. Il vero potere risiede nei clan extra-istituzionali, che sarebbe meglio definire come metaistituzionali, in quanto riescono a fare da regia occulta in ogni fatto e misfatto della cosa pubblica, a governare le relazioni tra stato italiano e Vaticano, tra stato italiano e Usa, tra stato e grande industria, tra stato ed antistato.

Non penso assolutamente di fare della dietrologia, affermando che nella nostra penisola esiste un unico stato e diversi stati nello stato. Poi se da noi esiste la cultura del sospetto, qualcuno deve pur averla alimentata con le proprie azioni.

Lo stesso Giulio Andreotti ha sentenziato che in Italia a pensare male si fa peccato, ma ci si indovina sempre. Alla maggioranza silenziosa non gliene importa più nulla dei problemi italiani e nemmeno dei problemi planetari, come la sovrappopolazione, la desertificazione del pianeta, l’aumento della temperatura in tutto il globo terrestre, la fame nel mondo. L’importante è tirare a campare.

L’italiano cerca di godersi il più possibile questo benessere, di anno in anno sempre più risicato. Il bicchiere dell’italiano è a metà. Se considera i paesi del secondo e del terzo mondo lo può considerare mezzo pieno, se invece considera gli Usa e i paesi dell’Europa del Nord può tranquillamente ritenerlo mezzo vuoto.

Tutto ciò che non tocca direttamente gli italiani è come se non esistesse. Gli italiani si sono ritirati a vita privata. Coltivano tranquillamente il proprio orticello. Hanno tratto dalla recente storia italiana la morale del Candido di Voltaire. Forse non è per mancanza di responsabilità né per egocentrismo.

Gli italiani oggi pensano solo e soltanto alla famiglia. Tutti d’altronde “tengono famiglia” nella nostra penisola. La famiglia è l’istituzione più importante di tutte qui da noi.

La famiglia dà al singolo aiuto, sostegno emotivo, supporto economico e psicologico, consolazione e motivazioni. E poi non c’è più tempo per le grandi questioni.

Tutti oggi vanno di fretta. Hanno mille cose da fare ed anche quando non hanno cose da fare fingono di avere qualche impegno, perché in quest’epoca così “efficientista” non si può restare con le mani in mano.

Certi pensionati addirittura ritornano sul luogo di lavoro e con la scusa di salutare i colleghi, si rimettono a lavorare.

Sempre più italiani vivono per il lavoro e non lavorano più per vivere. Il lavoro diviene riempitivo. Colma i vuoti. Il lavoro è croce e delizia. Anche quando è snervante, stressante fino all’inverosimile, l’uomo moderno si identifica fondamentalmente col proprio lavoro.

Dimmi cosa fai e ti dirò chi sei, dunque. Il lavoro dà i soldi. Il lavoro fornisce uno status socio-economico. E comunque il futuro del pianeta è un problema che dovranno risolvere i posteri. Se sarà troppo tardi per loro, sicuramente è troppo presto per gli italiani di oggi.

Per il momento si sono allontanati dalle gravi questioni, che assillano l’umanità, forse spinti dall’amara constatazione che potenti e potentati, pupi e pupari dell’Italia e del mondo preferiscono garantire il benessere a breve termine della società occidentale, nonostante che ciò vada a discapito del futuro della Terra e delle generazioni successive.

Gli italiani di conseguenza non discutono più come un tempo. Anni fa si poteva trovare gruppetti di persone, che discutevano animatamente in Piazza Maggiore a Bologna oppure davanti al Duomo di Milano. Discutevano di tutto: di politica, di calcio, di usi e costumi italici, di come andava il mondo. Gli italiani di oggi non hanno più il gusto della discussione in piazza.

I dialoghi sui massimi sistemi non li fanno più in famiglia, figuriamoci con amici e conoscenti. Gli italiani di oggi sanno che queste discussioni accese non portano a niente e possono essere sconvenienti, possono incrinare delle amicizie, possono attirare l’antipatia di coloro che la pensano diversamente.

Bisogna a tal proposito ricordarci infatti che se gli italiani non hanno più la passione politica di un tempo, sono sempre divisi in fazioni. Non ci si ammazza più come un tempo.

E’ passata l’epoca delle spranghe, delle molotov e delle p38, dello spontaneismo armato e del militarismo. Ma ancora oggi c’è una certa distanza tra chi è di sinistra e chi è di destra. Non scordiamoci che questo è il paese di Don Cammillo e di Peppone.

Qualsiasi cosa decenni fa era consentita per non far vincere l’avversario politico. Questo era il paese in cui Guareschi per la campagna elettorale coniò lo slogan “in cabina Dio ti vede, Stalin no”.

Eppure a pensarci bene questa dicotomia destra-sinistra è assai retrograda. La tv è di destra e la piazza è di sinistra? Gli intellettuali sono di sinistra e gli industriali di destra?

Più correttamente bisognerebbe ogni volta fare invece una distinzione tra chi è reazionario e chi è progressista, tra chi è populista e chi è elitario, tra chi è per la tradizione e chi è per la modernità, tra chi mette in primo piano la libertà e chi invece la giustizia.

Non siamo più ai tempi delle due chiese. Comunque questa distinzione destra-sinistra permane e nonostante il fuoco dell’ideologia si sia spento, c’è ancora chi soffia sulle sue ceneri.

Nel frattempo gli onorevoli di destra e di sinistra si scannano in televisione, ma poi in gran segreto sono dediti al solito consociativismo, ovverosia agli accordi sottobanco per farsi i propri interessi personali.

Rispetto agli altri paesi europei sono relativamente pochi i connazionali che leggono un quotidiano tutti i giorni. Rispetto agli altri paesi europei sono relativamente pochi coloro che si recano in libreria e poi leggono il libro acquistato.

Per gli italiani il libro non è uno strumento di conoscenza, ma un oggetto ornamentale, che può fare arredamento nella propria casa e fornire un certo prestigio culturale al proprietario dell’abitazione. Per questo sono davvero pochi gli scrittori italiani, che riescono a vendere più di quindicimila copie.

Scrittori, amati dalla critica, sono spesso costretti a fare un altro lavoro. Nonostante l’aumento di diplomati e di laureati sono ancora scarsi i lettori. Una maggiore istruzione non ha coinciso con un aumento incisivo delle letture private. Nonostante una maggior livello di istruzione le librerie rischiano il fallimento ed invece i cartomanti e sedicenti sensitivi riescono a guadagnare cifre astronomiche.

E’ un paese dalle mille contraddizioni l’Italia. Molti sono cattolici e credono contemporaneamente nell’astrologia. La stragrande maggioranza di coloro che leggono un quotidiano, leggono l’oroscopo. Gli italiani sono superstiziosi e creduloni, anche se non lo danno a vedere.

Piuttosto che affidarsi allo psicologo, al sindacalista preferiscono recarsi dal cartomante, che li dovrebbe illuminare d’immenso riguardo ai problemi di coppia, alle disfunzioni sessuali, ai problemi di lavoro.

In Italia esistono criminalità organizzata, familismo amorale, corporazioni e consorterie di ogni tipo, funzionari corruttibili, contribuenti il cui maggior sfizio è evadere totalmente le tasse, truffatori professionisti, intellettuali prezzolati, ladri di opere d’arte, imprenditori che non depurano i liquami delle proprie fabbriche e scaricano nei fiumi, piromani che bruciano i boschi, lanciatori di sassi dai cavalcavia, figli cocainomani che uccidono i padri ……eppure il paese riesce ancora a stare in piedi grazie alla capacità di arrangiarsi, all’industriosità, alla creatività del popolo italico.

Questo è anche il paese degli impiegati, che hanno il doppio e il triplo lavoro. Il turismo comunque ci aiuta molto. Gli inglesi, gli americani, i tedeschi, i giapponesi subiscono ancora il fascino delle basiliche, dei musei, dei monumenti, degli acquedotti romani, dei nuraghi, dei trulli, dei centri storici, dei nostri paesaggi, dei nostri campi di girasole, dei nostri vigneti, dei nostri uliveti, dei nostri aranceti, delle nostre spiagge assolate, dell’ondulazioni delle nostre colline, dell’imponenza delle nostre montagne, delle nostre pianure, dei calanchi dell’Appennino, della laguna di Venezia, del panorama delle Dolomiti, della costa amalfitana, del delta del Po.

Probabilmente è anche il popolo italiano, che esercita un certo fascino sugli stranieri. Siamo così pittoreschi, così “gesticolatori”, così mattacchioni, così cordiali, così espansivi, così estroversi, così disorganizzati.

Ritengo che dopo aver visto il caos che regna in Italia, ritornino nei loro paesi più contenti.

Davide Morelli

Redazione

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