Poesia. ‘Pane e…Quotidiano’

Poesia. ‘Pane e…Quotidiano’

La Poesia è per tutti

foto di copertina  Federico Garcia Lorca

… la poesia non si mangia ma può diventare indispensabile

Rubrica culturale del Corriere di Puglia e Lucania, a cura di Maria Pia Latorre ed Ezia Di Monte

L’intento della rubrica è quello di sfatare l’idea che la poesia sia qualcosa di astruso e che possa piacere o non piacere. In realtà la poesia è nelle nostre vite più di quanto noi possiamo immaginare. Basti pensare alla commistione della poesia con le altre forme artistiche, per esempio alla musica pop, di cui essa è un riflesso.

Proporremo, ogni giorno, pochi grammi di poesia, legati ad un fatto del giorno o ad una data da ricordare sperando che, tra le mille incombenze quotidiane, ogni Lettore, possa ritagliarsi qualche minuto per stare a contatto con l’universo poetico che vibra intorno a noi.

Buona Poesia!

Maria Pia Latorre ed Ezia Di Monte

redazione@corrierepl.it

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Il 15 giugno 1775 nacque a Carlo Porta, uno dei più importanti poeti italiani, anche se uno dei meno letti perché ha scritto versi in dialetto milanese, difficile da comprendere ormai per gli stessi milanesi e per i non milanesi quasi una lingua straniera che non si sa neppure come pronunciare.

E’ un poeta molto divertente, molto narrativo: come ha scritto Giovanni Raboni, «Porta e Belli non sono stati “soltanto” dei grandi poeti; sono stati anche – all’insaputa dei loro contemporanei e, forse, di loro stessi – i nostri Gogol, i nostri Dickens, i nostri Balzac». Le sue opere, ammirate e lodate da molti, tra cui lo scrittore francese Stendhal, sono per lo più componimenti ironici, spesso narranti storie, dal contenuto sociale e politico.

La sua educazione, avvenuta nella scuola dei Barnabiti a Monza prima e in seminario poi, lasciò nel suo spirito un profondo anticlericalismo che il poeta non esitò mai a esprimere. I preti sono, infatti, le vittime preferite della sua satira, accompagnati, solitamente, dagli aristocratici. Illuminista, colto, massone, anticlericale, libertario, il Porta attacca con la sua penna i vizi delle classi dominanti, denunciandone il bigottismo, l’ipocrisia e il perbenismo.

El sarà vera fors quell ch’el dis lu,
che Milan l’è on paes che mett ingossa,
che l’aria l’è malsana, umeda, grossa,
e che nun Milanes semm turlurù.

Impunemanch però el mè sur Monsù
hin tredes ann che osservi d’ona cossa,
che quand lor sciori pienten chì in ista fossa
quij benedetti verz no i spinten pù.

Per ressolv alla mej sta question,
Monsù ch’el scusa, ma no poss de men
che pregall a addattass a on paragon.

On asen mantegnuu semper de stobbia,
s’el riva a mangià biava e fava e fen
el tira giò scalzad fina in la grobbia.

Sarà anche vero il suo gran dirci su:
che Milano è una città stomacosa,
l’aria malsana, umida, gravosa,
noi milanesi fessi senza più.

Ad ogni modo messer Vulevù,
son tredici anni che osservo una cosa:
se lor signori qui prendono posa
le loro tende non le spiantan più.

Per risolvere meglio la questione,
Monsieur, mi scusi, posso quantomeno
pregarla di adattarsi a un paragone.

Un asino tenuto sempre a stoppia,
se arriva a mangiar biada, fave e fieno
tira calci perfino nella greppia.

Traduzione di Patrizia Valduga

Redazione

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