Con Vittorio Veneto via il sogno di un museo sul mare

Con Vittorio Veneto via il sogno di un museo sul mare

Il Vittorio Veneto ha lasciato oggi all’alba il Mar Piccolo di Taranto. E va via con l’ammiraglia il sogno di un museo sul mare

di Evelyn Zappimbulso

A salutarla, solo una decina di persone. Cala il sipario su quella che una volta era stata la nave ammiraglia della Marina Militare italiana. Ma si compie anche la parabola di uno dei tanti sogni che hanno alimentato, per poi deluderle, le speranze dei tarantini.

Il sogno della nave museo

Nave museo. Questo doveva essere il Vittorio Veneto dopo quasi quarant’anni di carriera in giro per i mari del mondo. Un sogno, divenuto lentamente un incubo, inseguito vanamente per quindici anni da quando, il 29 giugno del 2006, l’ultimo ammainabandiera mise fine alla vita operativa dell’ultimo incrociatore europeo.

Doveva essere e non è stato. I motivi sono molti. L’amianto, su tutti; i costi per rimuoverlo, l’oggettiva difficoltà ad individuarlo e bonificarlo completamente in una nave grande e longeva come il Veneto. Nonostante questo, più di una volta il progetto è stato sul punto di partire. Qualche tempo dopo il disarmo era parso quasi che la nave fosse pronta a partire per Bagnoli. Si gridò allo scippo ma Bagnoli rinunciò. Troppo amianto. A Taranto si gioì, c’era ancora tempo perché quel museo galleggiante si facesse in riva ai due mari. In Mar Piccolo, alla banchina torpediniere che del Veneto era stata la casa durante tutta la sua vita operativa. O, perché no, in Mar Grande, all’isola di San Paolo. Lo spettacolo si ripeté qualche anno più tardi, con la città di Trieste che si era candidata a sfruttare i fondi per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia per realizzare lì il museo che Taranto non era stata in grado nemmeno di avviare. Ma anche in quel caso non se ne fece nulla.

La sua storia

Eppure, i motivi che avrebbero reso il Vittorio Veneto un museo galleggiante ideale sono vari. Motivi logistici, sicuramente (il grande hangar per gli elicotteri sarebbe stato un ottimo spazio espositivo), ma soprattutto motivi storici. Il Veneto, infatti, ha visto passare sui propri ponti la Storia degli anni più duri della Guerra Fredda. Non a caso la più celebre fra le sue missioni rimane quella, datata 1979, per il soccorso ai profughi del Vietnam, in squadra con l’altro incrociatore Andrea Doria e con il rifornitore di squadra Stromboli, unico superstite ancora in servizio.

Per Taranto, poi, un museo sul Veneto avrebbe avuto un significato tutto particolare. Con la sua ostinata permanenza, in questi quindici anni, al posto 25 di una Banchina Torpediniere rimasta deserta, l’ex-ammiraglia ricordava a tutti un’epoca in cui la Marina e la città vivevano in simbiosi, in cui se una nave doveva uscire o rientrare il traffico si bloccava, in cui ci si accalcava sul belvedere della Villa Peripato o sugli spalti del Canale Navigabile per salutare chi stava per partire o chi era tornato da mesi di navigazione.

Nessuna autorità al suo funerale

La sconfitta, come si sa, è orfana, e infatti non c’è nessuna autorità a salutare l’ultimo incrociatore europeo che si avvia al suo destino.

Lasciando per sempre la città che l’ha ospitato per cinquant’anni (il primo passaggio del canale risale addirittura al 30 ottobre del 1969), il Vittorio Veneto mette la parola fine su una delle tante pagine dell’infinito libro dei sogni della città di Taranto, ma non sarebbe corretto parlare di una sconfitta solo tarantina. Il Vittorio Veneto, quale nave ammiraglia della flotta, per decenni ha rappresentato l’Italia nel mondo, e l’intera nazione, per bocca dell’allora neo-eletto Presidente Napolitano, aveva deciso di preservarlo perché, si disse, era assurdo che un Paese di millenaria tradizione marinara come il nostro non avesse nemmeno una nave museo, mentre marine come quella inglese possono permettersi addirittura un incrociatore nel centro di Londra (il Belfast). Tre lustri dopo il sogno non si è realizzato e questo lascia a tutti noi un monito: ciò di cui non ci prendiamo cura, prima o poi, va perduto per sempre. È accaduto al Vittorio Veneto ma ogni giorno accade, lentamente, a tanti piccoli pezzi del nostro patrimonio storico, culturale, paesaggistico (evitiamo l’elenco perché la giornata è già abbastanza amara così com’è). Quindi oggi, dato che non c’era nessuno a farlo, salutiamo noi il Vittorio Veneto che va via e gli chiediamo scusa per aver perso un altro pezzo della nostra Storia di tarantini e di italiani senza lottare abbastanza per salvarlo.

Redazione Corriere di Puglia e Lucania


Evelyn Zappimbulso

Evelyn Zappimbulso