La ricchezza più grande che c’è

La ricchezza più grande che c’è

Nel significato più diffuso, per ricchezza si intende il possesso di beni materiali e la disponibilità di servizi, o, più semplicemente, di denaro che consente di fruirne in piena e larga disponibilità.

Alcuni filosofi moderni scrivono che sovente mentre ai ricchi si riserva rispetto e ammirazione, al contrario vi può essere rifiuto e disprezzo per gli ultimi della società.

Queste affermazioni le possiamo trovare anche nelle opere di autori antichi, greci e romani, poiché da secoli la distribuzione della ricchezza è stata diseguale ed ha favorito le classi privilegiate: “un uomo è considerato per quello che possiede” – scrive Aristodemo – cui fa eco Alceo: “nessun povero è nobile e stimato”.

Ma c’è anche chi prende le distanze dall’idea del desiderio di accumulare ricchezze e beni materiali, e afferma che aspirare alla ricchezza è considerato un grave errore per gli uomini saggi.

Platone riporta alcuni pensieri di Socrate per il quale “felice non è chi vive nel lusso, ma chi non ha bisogno di nulla o del meno possibile

E nella sua “Repubblica” scrive anche che “la città ideale mira al benessere della collettività, non di una singola classe, perciò deve evitare l’eccesso sia della povertà, sia della ricchezza”.

Con Aristotele poi viene meno il valore positivo della ricchezza, ed è espresso il disprezzo per chi la possiede

Plutarco molto argutamente afferma che “ricco fu Mida e tre volte ricco fu Cinira. Ma chi mai è giunto nell’Ade con più di un obolo”?

Accanto a questa ricchezza cosiddetta materiale, esiste fortunatamente anche una ricchezza culturale

Che deriva dalla conoscenza ed uso delle nozioni storiche, artistiche, scientifiche, ecc., nonché della lingua e delle tradizioni popolari.

Le due ricchezze, materiale e culturale, valgono in genere in riferimento ad individui umani singoli o a loro gruppi più o meno estesi: famiglia, tribù, città, regioni, nazioni.

Ma il punto è – ed è qui che volevo arrivare – se ci riferiamo alla Natura in cui l’uomo vive e respira, come si misura la sua ricchezza?

È patrimonio comune che la ricchezza della Natura si misura con la diversità biologica, o biodiversità, vale a dire “la varietà e la variabilità degli organismi viventi e dei sistemi ecologici che li comprendono”, secondo una delle definizioni più complete.

La biodiversità costituisce dunque un attributo fondamentale di ogni sistema vivente, a qualsiasi livello di organizzazione la si consideri, a partire dall’infinitamente piccolo (cellula) fino ad ambienti di grandi estensioni (regioni).

Si possono considerare tre livelli principali di diversità biologica

la diversità genetica, che riguarda numero e frequenze geniche all’interno di una singola specie vivente;

quella specifica, che riguarda numero e frequenza delle specie all’interno di un dato ambiente o ecosistema;

la diversità ambientale, e di comunità, che riguarda numero ed estensioni relative dei tipi di habitat/ecosistemi in una data regione.

Per usi pratici e in riferimento a territori non troppo estesi, la diversità specifica, cioè contare il numero di specie esistenti è il parametro più usato per esprimere sinteticamente la ricchezza di un ambiente naturale.

Infatti come primo livello d’informazione ci si può accontentare del semplice numero di specie diverse presenti nel sito considerato, indicato come “ricchezza specifica”: il che non implica laboriosi calcoli di frequenze dei singoli taxa, ma solo una adeguata conoscenza tassonomica, la capacità, cioè, di distinguere le singole specie presenti nel territorio (ed è un po’ il metodo che usiamo noi naturalisti “autoctoni”…).

Bisogna dire infine che questi metodi per studiare la biodiversità risultano particolarmente utili in biologia della conservazione ed hanno un duplice scopo:

  • studiare la biodiversità e l’impatto della attività umane sull’ambiente
  • sviluppare metodi di prevenzione nei confronti di perdita di specie e di diversità genetica.

La ricchezza di biodiversità in Italia è ben conosciuta e si compone di oltre 90.000 specie viventi (protisti, animali, piante e funghi)

Proprio l’Italia risulta essere il primo Paese europeo per abbondanza di specie (hotspot di biodiversità), nonostante sia solo il decimo per estensione del territorio ( poco più di 300.000 Km2).

Il motivo di tale ricchezza avremmo voglia di celebrare nel tanto agognato Museo di Scienze Naturali e Ambientali nella nostra Taranto

La quale peraltro è da ricercarsi nella marcata estensione latitudinale del nostro Paese e nella sua diversità climatica.

Alla quale si aggiunga la fortunata collocazione al centro del mediterraneo, il che favorisce flussi migratori e di colonizzazione di flore e faune da ogni direzione e nei due sensi.

Altra ricchezza è data dalle specie endemiche (circa il 10% delle specie italiane), cioè esclusive del nostro territorio.

Le minacce alla ricchezza di biodiversità sono oggi sotto gli occhi di tutti

l’indiscriminato aumento delle popolazioni umane, il sovrasfruttamento delle risorse naturali, la perdita di habitat dovuta, per es., a inquinamento e frammentazione, cui si sommano i cambiamenti climatici e l’introduzione di specie aliene.

A queste minacce direi che se me aggiunge una non nuova, in verità, costituita dalla generale, endemica disinformazione circa i fondamenti di ecologia:

quella che l’amico prof. Franco Tassi sintetizza come  “analfabetismo ecologico

e che E.P.Odum chiama “scarsa conoscenza di quei processi e di quelle condizioni generali dell’ambiente che rendono possibile la vita e la sopravvivenza di singoli organismi quali noi siamo”.

Servizio ecosistemico

Una breve riflessione ci porta però a capire quanto il benessere delle società umane dipenda dal benessere e dalla ricchezza della Natura, e riguarda in particolare il concetto di “servizio ecosistemico”: ne avete mai sentito parlare?

Quando una società umana riesce ad accedere alla ricchezza di tali servizi il benessere degli individui risulta sicuramente elevato stiamo parlando;

dei servizi di approvvigionamento (cibo, acqua, fibre tessili e combustibili),

servizi di regolazione ( es. controllo naturale del clima),

servizi di supporto (formazione del suolo, vegetazione)

e servizi culturali (educativi e ricreativi).

Se tali servizi sono scarsi, come avviene, per es. nei Paesi dell’Africa sub-sahariana, la popolazione deve far fronte a carenze di acqua, cibo e protezione dai disastri ambientali.

Dobbiamo renderci conto, e al più presto possibile, che la biodiversità e la costante presenza dei servizi eco-sistemici tra le “ricchezze” è certo la più grande che abbiamo su questo pianeta

Occorre lavorare urgentemente e alacremente per attuare politiche di tutela salvando le specie a rischio e facendo il massimo sforzo per proteggere gli ecosistemi.

Come scrive di recente Daniel Blumstein (University of California)

Oggi avremmo bisogno molto di più delle azioni individuali:

  • come usare meno plastica
  • mangiare meno carne
  • usare meno l’auto o l’aereo:

A causa dei problemi climatici e ambientali che urgono, è arrivato anche il momento dei grandi cambiamenti sistemici a livello mondiale

Spendendo tutte le risorse possibili per cercare vita e sopravvivenza non su Marte o sulla Luna, ma per preservarla proprio qui, sul nostro pianeta!

Abbiamo ancora una grande ricchezza da conservare e proteggere, con orgoglio e con onore.

Altrimenti cosa ci sta insegnando l’attuale crisi pandemica?

Valentino Valentini

Redazione Corriere di Puglia e Lucania


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