Trump doveva, quando era presidente degli Stati Uniti, essere più diplomatico

Trump doveva, quando era presidente degli Stati Uniti, essere più diplomatico

Trump doveva, quando era presidente degli Stati Uniti, essere più diplomatico. Non poteva certamente trattare certi dittatori come trattava prima i dipendenti delle sue imprese. Quel suo decision making all’americana doveva lasciarselo alle spalle.

A sentire le dichiarazioni di Trump sembrava che decidesse senza consultazioni e senza il rispetto di regole prefissate da tempo. Ora con Biden  è arrivato il momento di mettere da parte questo decisionismo rozzo frutto di una mentalità tutta yankee, che Trump potrà di nuovo utilizzare, tornando di nuovo a fare l’imprenditore.

Ora Trump potrà ancora urlare ai suoi dipendenti con estrema facilità’ “you are fired”. Un capo di stato deve saper anche tergiversare, temporeggiare e se richiesto bofonchiare. Deve essere calmo, avveduto, paziente.

Deve essere un mediatore. Qui si tratta del destino di interi popoli. Trump doveva rappresentare la più grande democrazia del mondo. Doveva essere un esempio per tutti. A mio modesto avviso la ponderatezza è la virtù dei capi di stato.

Battere il pugno sul tavolo e ispessire le vene del collo non è detto che siano segni di efficacia nel governare una nazione. Inoltre per essere dei buoni diplomatici bisogna saper fare gioco di squadra. Uno come Trump poteva fare danni incalcolabili all’assetto del mondo intero, già pieno di ingiustizie, problemi e guerre.

Doveva ragionare da analista lucido e invece la sua politica ha risentito  dei suoi umori, delle sue contraddizioni e del culto della personalità. Trump è stato un essere pericoloso a livello internazionale.

Un leader politico dovrebbe essere equilibrato e questo non è stato  uno dei requisiti di Trump, che non mi è piaciuto minimamente neanche in campagna elettorale: ha parlato alla pancia delle persone, facendo decine di promesse irrealizzabili.

Ha vinto perché ha sfruttato il malcontento e il disagio, derivanti dalla crisi economica. Ha vinto perché ha fatto leva sulle paure più ataviche, sui pregiudizi e sull’islamofobia. Ha vinto perché teoricamente ha preso posizione contro i suoi predecessori. Trump è stato una conseguenza dell’impoverimento dell’America.

In campagna elettorale ha utilizzato una retorica nazionalista intrisa di demagogia, aggressività e spregiudicatezza. Forse queste mie considerazioni sono frutto di una particolare idiosincrasia nei confronti dell’ex presidente?

Forse per vincere ha recitato soltanto una parte? A me ha sempre fatto paura un imprenditore da molti definito isolazionista, che non affondava certo le sue radici nella politica di Roosevelt. C’era chi sosteneva che sarebbe finito presto perché era sufficiente esaminare la lista completa dei suoi finanziatori e valutare le sue nomine.

Non è stato così semplice. Mi ha fatto paura Trump, ma non mi interessano gli psichiatri che hanno fatto una diagnosi a distanza e hanno concluso che Trump è un narcisista perverso. Potrebbe essere anche una scusante.

Per me invece non devono avere giustificazioni la sua scaltrezza nell’avere usato i media, la sua grettezza, l’avere gettato continuamente benzina sul fuoco per quanto riguarda temi delicati (le sue prese di posizione sull’immigrazione, il possibile taglio alla spesa pubblica, l’attacco al welfare e alla cultura).

Forse solo gli americani possono realmente capire Trump e a me non interessa minimamente comprendere un personaggio così. Non mi importa niente di studiare la sua fenomenologia. Personalmente mi auguro che Biden sia all’altezza del ruolo istituzionale che ricopre e non sia più un fenomeno mediatico.

Gli  americani hanno votato Trump perché hanno creduto che sarebbe stato un grande creatore di posti di lavoro e una persona pragmatica.  A mio avviso non ci voleva un personaggio così a capo di una nazione così importante in un clima internazionale così teso in questo periodo di transizione. Fortunatamente  il suo slogan “facciamo di nuovo grande l’America” non ha comportato una nuova guerra. L’altro suo slogan “l’America al primo posto” ha messo in  crisi le altre nazioni.

Perché tutto andasse bene  Trump doveva  utilizzare raziocinio ed un’ottica di insieme a lungo termine. Invece  è stato uno showman autoritario. Altre considerazioni e altri interrogativi più raffinati li lascio a semiologi, filosofi, studiosi di comunicazioni, politologi e sociologi. Ma torniamo indietro nel tempo. Vi ricordate quando Trump finì ai ferri corti col dittatore nordcoreano?

Secondo i media Kim  si era macchiato di atrocità e violenze gratuite nei confronti dei suoi connazionali. Alcuni pensavano fosse un sadico, un folle. Secondo la cronaca aveva  fatto sbranare suo zio dai cani, aveva fatto uccidere anche un suo fratellastro e una sua ex-ragazza. Dicono che fosse disumano nei confronti dei disertori.

I media occidentali non facevano  altro che riportare che fosse paranoico ed avesse molte fobie. Quel che sappiamo di certo è che la sua famiglia Kim governava la Corea del Nord da settanta anni. Sappiamo che i suoi nemici erano gli Stati Uniti e la Corea del Sud.

Sappiamo che il leader aveva carisma, era benvoluto dal suo popolo che viveva con il culto della sua personalità, forse perché non conosceva come vivono i cittadini del Sud Corea. Sappiamo che ha voluto un test nucleare che ha causato un sisma di magnitudo 6.3.

Questo test è stato condotto a settecento metri di profondità e gli esperti stimano che la potenza sia stata cinque volte più forte di quella di Nagasaki. Sappiamo che questa dittatura era in possesso di missili balistici intercontinentali. Nel corso degli anni la Corea del Nord ha subito pesanti sanzioni da parte dell’ONU. Trump lo considerava uno stato canaglia e più volte ha dichiarato di volerlo attaccare. Nel frattempo il leader nordcoreano, che era il più giovane capo di stato del mondo, aveva

un esercito con più di un milione di soldati e aveva dichiarato di avere la bomba H. Il dittatore nordcoreano aveva dichiarato che era pronto ad “una guerra santa di giustizia” contro gli invasori. Oggi possiamo essere assolutamente certi che la famiglia Kim in tutti questi anni sia stata sottovalutata.

Anche lo stesso dittatore per molto tempo è stato considerato uno zimbello, non è stato preso sul serio e le sue minacce non sono state considerate realistiche. Lo stesso Trump è stato sottovalutato; lo dimostra il fatto che i democratici non hanno fatto altro che litigare perché erano tutti sicuri che avrebbe vinto la Clinton.

Per quel che riguarda la Corea del Nord molto probabilmente i politici di tutto il mondo credevano che ci sarebbe stata una rivolta popolare ed allora avrebbero aiutato un popolo che voleva autodeterminarsi. Non voglio scrivere inesattezze né mistificare la realtà ma secondo i giornalisti la popolazione, schiava di un regime e povera, non si ribellava perché aveva paura dei campi di lavoro e di una repressione sanguinaria.

Ma non sappiamo esattamente se fosse più il consenso o la paura che causava l’immobilismo del popolo. Secondo alcune fonti sarebbe pericoloso ancora oggi per i turisti occidentali spedire email dalla Corea del Nord e parlare con la gente coreana di economia e politica.

Ma sono poche le cose assolutamente certe di questo stato piccolo ma tra i più militarizzati del mondo. Con certezza sappiamo che questo conflitto poteva  determinare una catastrofe su scala planetaria e che doveva  essere usata la diplomazia, perché le sanzioni potevano rivelarsi a lungo termine controproducenti.

Di certo alle dichiarazioni belligeranti del dittatore nordcoreano non si poteva rispondere con i tweet estemporanei ed emotivi di Trump, che voleva  mettere a punto un piano per far fuori il leader nordcoreano. I due capi di stato nel frattempo si scambiavano accuse, si offendevano reciprocamente e si davano del pazzo a vicenda. Alcuni si chiedevano perché gli Stati Uniti non abbattevano i missili nordcoreani e in cosa consisteva effettivamente lo scudo antimissile. Altri ancora si chiedevano se fosse possibile annichilire l’offensiva nordcoreana con un attacco cibernetico.

Fortunatamente per questo mondo gli Usa non hanno reagito alle azioni nordcoreane. Sicuramente c’è stato l’incontro tra Kim e Trum a Singapore che ha portato la pace. Ma Trump non si era comportato in modo responsabile prima. Si è rischiato una guerra. Di certo quel che era accaduto precedentemente era totalmente l’opposto rispetto ai dettami del trattato di non proliferazione nucleare.

Con questo non voglio paragonare Trump a Kim perché il totalitarismo nordcoreano faceva  acqua da tutte le parti e faceva vivere di stenti la sua popolazione. Inoltre anche se fosse stata la più perfetta delle dittature preferirei sempre la più imperfetta delle democrazie, come ebbe a dire Pertini.

Già da questi suoi comportamenti avevo avuto delle se negative riguardo a Trump.

Ma veniamo all’assalto al Capidoglio del gennaio 2021 da parte dei sostenitori di Trump, che tenne un discorso in cui dichiarava: “«Non vi riprenderete mai il nostro paese con la debolezza. Dovete esibire forza e dovete essere forti.

Siamo giunti qui per chiedere che il Congresso faccia la cosa giusta e che conti solo gli elettori che sono stati nominati legalmente. So che ognuno di voi presto marcerà sul Campidoglio per far sì che oggi la vostra voce, pacificamente e patriotticamente, venga ascoltata. […] Combattete. Combattiamo come dannati.

E se non combatterete come dannati, per voi non vi sarà più un paese. […] Cammineremo lungo Pennsylvania Avenue – adoro Pennsylvania Avenue – e andremo al Campidoglio e ci proveremo e daremo [ai Repubblicani] il genere d’orgoglio e ardore di cui hanno bisogno per rimprendersi il nostro paese”.

Cosa è successo lo sappiamo tutti. Ci sono stati 5 morti, 400 feriti, vari arresti. Forse nessun giudice deciderà mai che Trump aveva una responsabilità legale in tutto ciò. Ma se parliamo di responsabilità morale? E poi la responsabilità non implica necessariamente la concezione di punibilità?

Davide Morelli

Redazione Corriere Nazionale


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