Omaggio a Franco Battiato

Omaggio a Franco Battiato

Ho lasciato passare dei giorni per trattare della dipartita di Franco Battiato. Voglio essere sintetico e analizzare tutto a bocce ferme e a mente lucida, per quanto possibile. Non voglio in questo articolo improvvisarmi suo biografo o fare l’esegesi dei suoi testi. È troppo presto per valutare obiettivamente il suo apporto culturale, che comunque è stato senza ombra di dubbio significativo e memorabile.

Non è stata solo musica leggera la sua. È stata molto di più. Ha segnato un’epoca. Forse più di un’epoca, almeno qui in Italia. Ha formato con i suoi testi generazioni di studenti. A mio modesto avviso non è stato commemorato decentemente e dignitosamente. D’altronde basta ricordare che questo Paese, per quanto ne so, non ha ancora intitolato una via a Piero Ciampi o a Claudio Lolli.

Battiato non è stato ricordato in modo degno, per l’artista e l’intellettuale che era, per quello che avrebbe meritato. Nella televisione generalista si sono avvicendati i soliti opinionisti da talk show che hanno banalizzato la portata della sua arte, i contenuti ed i messaggi delle sue canzoni. Non si sono discostati dall’ovvio e dal risaputo. È stata la solita retorica.  È stato tutto un susseguirsi di narcisisti e prezzemoline: personaggi che si parlano sempre addosso e vivono di ospitate. Di lui non hanno detto che era contro la società di massa e i mass media. Se ne sono guardati bene. Così come non hanno menzionato che era uno contro, uno scomodo, che non le mandava a dire a nessuno, a costo di risultare inopportuno.

A chi voleva tirarlo per la giacchetta e spacciarlo per pensatore di questo o quell’orientamento politico, lui ricordava sempre che non stava a sinistra, al centro o a destra, ma stava sopra. Lui voleva innalzarsi al di sopra del bene e del male. Forse non è stato ricordato a dovere perché la sua cultura è stata ritenuta fastidiosa o addirittura pericolosa. Battiato poi era un vero intellettuale, ma non si perdeva in intellettualismi astrusi nelle interviste.

Si faceva capire da tutti o quasi. Tutti capivano che la nostra “Povera patria” ed il nostro tempo erano rovinati da “parassiti senza dignità”. Sarebbe stato molto più appropriato ricordarlo con la messa in onda di un suo concerto in prima serata e di alcune sue interviste quando era nel pieno delle sue energie psichiche, intellettuali. Invece ho assistito ai soliti aneddoti. Tutti erano diventati di colpo suoi collaboratori o suoi amici. Bastava aver avuto anche il contatto più superficiale ed occasionale con il Maestro per essere annoverati nella sua ristretta cerchia di amicizie. Non dico che fosse millanteria, appropriazione indebita, trovata lugubre da pubbliche relazioni, ma  rasentava,  sfiorava tutto questo. Come ha scritto la brava scrittrice e giornalista Veronica Tommasini molti parlavano sempre del rapporto più o meno autentico che avevano avuto con Battiato per mettersi in mostra e vivere di luce riflessa. Tutti dicevano “io e Franco” oppure “con me Franco quella volta”.

Anche io sono completamente d’accordo con questa impressione della Tommasini. Battiato veniva sempre messo in secondo piano. Le comparse e i comprimari  diventavano protagonisti. Non è che voglio fare a tutti i costi una polemica. È una pura e semplice constatazione di fatto. Allo stesso modo ho ascoltato i giorni dopo la sua scomparsa le radio in macchina per ore ed ore. In auto ho memorizzato diverse radio Vintage e diverse radio di musica italiana. Ho ascoltato rarissimamente le canzoni di Battiato in queste radio e senza ombra di dubbio erano quelle che avevano più di tutte il dovere di passarle. Invece di far conoscere a ragazzi che ancora non lo conoscevano passavano i soliti pezzi attuali, quelli della odierna Hit Parade.

Allo stesso tempo mi è sembrato fuori luogo che per ricordare il Maestro alcune televisioni si limitassero soltanto ad eseguire alcune note di una delle sue canzoni più celebri poco prima della pubblicità. Non è che si sono impegnate tanto. L’impegno profuso è stato molto scarso. Hanno fatto il minimo sindacale. Lo hanno fatto per atto dovuto, perché non potevano esimersi.

Ma lo show-business e la politica tutta non vedevano di buon occhio un intellettuale così alieno da compromessi e così poco commerciale come lui. Forse era troppo chiedere che dicessero che le sue canzoni potevano essere intese come propedeutiche alla mistica di Gurdjieff ed alle filosofie orientali. Forse era troppo aspettarsi che dicessero che le sue canzoni apparentemente sconclusionate erano invece ben congegnate e scritte con la tecnica poetica del cut up. Forse Battiato ha pagato lo scotto di non essere mai stato nazionalpopolare. Forse neanche nei primi anni ottanta lo capivano, nonostante più di un milione di persone avessero acquistato il suo album “La voce del padrone”. Mi ricorderò per sempre dei miei viaggi in treno a Padova quando ero ventenne. Ascoltavo le sue cassette con le cuffie, mentre osservavo il paesaggio dal finestrino.

Scoprivo la sua musica colta. Mi affascinavano le sue intuizioni poetiche, frutto di riflessione intellettuale e meditazione. È proprio vero che la sua voce ed il suo stile  erano inconfondibili in un mondo in cui tutti tendiamo a somigliarci e ad omologarci. Ascoltavo in religioso silenzio e le sue canzoni erano la colonna sonora della mia giovinezza. Ci restano i suoi album. Ci resterà il ricordo di questa sua figura ieratica e di altri tempi, così originale, spirituale e diversa nel mondo dello spettacolo. Ci restano i concetti che potremmo vedere su YouTube gratuitamente. In fondo anche noi semplici fruitori di musica abbiamo qualche vantaggio al mondo di oggi nell’era della “riproducibilità tecnica”.

Battiato fa parte del patrimonio culturale nazionale e deve diventare di tutti o quantomeno dei più. È proprio il caso di dire che non erano assolutamente canzonette. Per niente.

Davide Morelli


Redazione

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