Aneddoto economico-filosofico

Aneddoto economico-filosofico

Di intellettuali italiani come l’economista Piero Sraffa oggi non ne esistono più. Schivo e riservato, riuscì nel corso della sua vita a fare discussioni intellettuali con i più grandi personaggi del ‘900.

Tuttavia non ne fece mai vanto nel corso della sua esistenza. Perfino con gli amici più intimi ne parlava sempre con la massima discrezione e ritrosia di questi grandi incontri. Ad esempio fece pervenire ad Antonio Gramsci dei libri durante il periodo del carcere e fu proprio Sraffa che diede carta e penna, su cui l’intellettuale sardo scrisse i Quaderni. Keynes aveva talmente stima di lui, da designarlo prima come fellow al Trinity College e successivamente – dato che per la sua introversione non si sentiva a suo agio ad insegnare – da nominarlo direttore della biblioteca. A Rapallo per le vacanze estive si incontrava spesso con Filippo Turati. Non solo, ma nel giardino di Cambridge ebbe modo più volte di discutere con L. Wittgenstein, definito da molti come il filosofo dei filosofi. Wittgenstein aveva scritto il suo capolavoro, il Tractatus logico-philosophicus. Un’opera memorabile, che per molti addetti ai lavori ha segnato uno spartiacque nell’ambito della filosofia moderna.

L’opera ha tre chiavi di lettura:

una mistica, perché Wittgenstein non nega la presenza dell’ineffabile.

una epistemologica, perché “di tutto ciò di cui non si può parlare si deve tacere” e di conseguenza viene stabilita una linea di demarcazione tra senso e nonsenso. Se da un lato Wittgenstein non voleva che la filosofia ricalcasse pedissequamente le teorie scientifiche, è altrettanto vero che voleva dividere nettamente ciò che rientrava nei paradigmi logico-scientifici e ciò che apparteneva all’etica ed all’estetica. Chiaramente Wittgenstein era categorico riguardo alla metafisica perché la riteneva un corpus di nonsensi o di questioni formulate in malo modo, a causa di un uso improprio del linguagio filosofico. Wittgenstein in una parola sola era per il vero fattuale.

una puramente linguistico-conoscitiva. Per il filosofo viennese il linguaggio raffigurava il mondo ed esisteva una corrispondenza biunivoca tra linguaggio e mondo. Qualsiasi cosa che accadeva nel mondo per divenire stato mentale doveva quindi essere filtrata dalle categorie verbali. Naturalmente io in questo momento sto semplificando perchè l’analisi del linguaggio di Wittgenstein era molto più minuziosa, dato che comprendeva anche l’atomismo e lo studio delle relazioni logiche tra le proposizioni.

Ebbene Piero Sraffa nel corso di una conversazione con Wittgenstein riuscì a scardinare i punti saldi di quella che dai filosofi oggi viene chiamata “teoria raffigurativa del linguaggio”. Mentre Wittgenstein stava esponendo la sua concezione, Sraffa gesticolò, imitò una pernacchia napoletana e chiese al grande filosofo, che significato avesse e come questo atto potesse essere inteso secondo la sua teoria.

Fu così che dalla teoria raffigurativa del linguaggio Wittgenstein passò ad una concezione totalmente differente, secondo cui il linguaggio è un gioco, le cui regole si imparano giocando.

Davide Morelli


Antonio Peragine

Antonio Peragine