Luana D’Orazio è morta sul colpo il 3 maggio

Luana D’Orazio è morta sul colpo il 3 maggio

Luana D’Orazio è morta sul colpo il 3 maggio  con il torace schiacciato nell’orditoio.

Aveva 22 anni ed era mamma di un bimbo di 5 anni. Era bella Luana ed aveva recitato anche in un film di Leonardo Pieraccioni. Sognava di lavorare nel mondo dello spettacolo ed era una aspirazione più che leggittima naturalmente. Il funerale è stato celebrato ad Agliana, in provincia di Pistoia.

Per i reati di omicidio colposo sono stati indagati la titolare dell’impresa e il manutentore del macchinario.

La notizia ha avuto una vasta risonanza mediatica. Selvaggia Lucarelli in un video su Facebook ha detto che l’impatto mediatico è determinato anche dall’aspetto estetico e che ci sono morti di serie A e morti di serie B. Ci sono stati i soliti odiatori, che l’hanno presa a male parole.

Ci sono state delle polemiche e qualcuno ha scritto che la sua opinione era inopportuna. Gaber cantava  in una canzone, dove giudicava in modo impietoso il giornalismo: “Intervenire se conviene, forse è una regola del giornalismo”.

I maligni o forse i più smaliziati potrebbero ritenere che nel caso di Luana ai mass media sia convenuto intervenire. Per alcuni alimentata da sensazionalismo e curiosità morbosa questa disgrazia è assurta alle cronache nazionali. Si è saputo tutto nei minimi dettagli di Luana, anche quali ciabatte portasse per casa, quale fosse il suo piatto preferito e quale fosse stato l’ultimo concerto a cui aveva assistito.

Ma non c’è da stupirsi. È dal giugno del 1981, dall’incidente di Vermicino nella campagna di Frascati, che non esiste più quello che Walter Veltroni nel suo libro

“L’inizio del buio” definisce “il diritto allo strazio”. È da allora che talvolta i mass media vanno oltre il diritto di cronaca. È da allora che l’asticella del buon gusto si è abbassata notevolmente. Allora Alfredo Rampi di 6 anni cadde in un pozzo. Si trovò a 36 metri sotto terra. Ci fu la diretta televisiva per le sue ultime 18 ore di vita. Misero il microfono in profondità per fare sentire a tutta Italia la voce del bambino, che non riuscì a sopravvivere anche perché aveva una malformazione cardiaca.

Mi si scusi per la digressione, ma per me era doverosa. Ora affrontiamo il problema dei morti del lavoro in senso lato. Secondo i dati Inail nel 2020 ci sono stati 1270 morti sul lavoro, 181 in più rispetto al 2019. Secondo i dati Eurostat degli ultimi anni l’Italia è tra i primi paesi in Europa per infortuni mortali. Nel trimestre del 2021 ogni giorno sono morti 2 lavoratori.

Le aziende stanno attente più alla qualità dei prodotti, alla soddisfazione del cliente, al profitto che non alla sicurezza dei lavoratori ed alla loro tutela. Ci vorrebbero ambienti di lavoro appropriati e progettazione dei posti di lavoro. I titolari dovrebbero assumersi le loro responsabilità e i loro doveri, in una parola sola essere coscienziosi.

In questi ultimi anni sia le multinazionali che le microimprese per essere competitive nella giungla del mercato moderno non hanno tutelato a sufficienza i diritti dei lavoratori.

La sicurezza è considerata un costo inutile. Pochi investono in sicurezza. Eppure un infortunio mortale in una piccola impresa potrebbe causarne il fallimento. C’è innanzitutto la priorità della vita umana, ma la sicurezza conviene anche dal lato economico, se si valuta ogni aspetto.

In alcune aziende forse paradossalmente si pensa più allo stress psicologico e alle posture ergonomiche di impiegati e dirigenti che non alle condizioni di lavoro degli operai. Fino a qualche decennio fa si attribuiva solo ed esclusivamente al fattore umano la causa degli infortuni.

Consideravano solo la predisposizione degli individui, la loro intelligenza, la loro personalità, il loro atteggiamento nei confronti del rischio. Venivano chiamate morti bianche, come se non avessero colpevoli. I lavoratori morti per alcuni erano ritenuti inesperti nei migliori dei casi oppure avventati o imbranati. La colpa era sempre  delle vittime per alcuni.

Solo recentemente gli stessi esperti hanno iniziato a valutare le cause tecniche ed organizzative, le situazioni di lavoro, l’ambiente di lavoro, i rapporti umani, le mansioni lavorative, i locali non in regola, le macchine prive di sicurezza. Solo recentemente hanno iniziato a studiare gli infortuni secondo un approccio sistemico, valutando l’interazione tra i diversi fattori (tecnico, organizzativo, umano).

Ma in Italia ci sono troppe morti sul lavoro. Il settore dell’edilizia è quello più colpito. Ogni tanto si sente di un lavoratore edile caduto dalle impalcature e dicono spesso che era il suo primo giorno di lavoro. È una coincidenza che molti muoiono nel loro primo giorno di lavoro o più probabilmente non erano stati messi in regola? Secondo i più recenti dati 8 imprese su 10 non sono in regola in Italia. Ma gli ispettori del lavoro sono troppo pochi e fanno pochi controlli.

Gli imprenditori sanno che possono fare i furbi e che nella maggior parte dei casi non riceveranno sanzioni. Ed allora perché non rischiare sulla pelle dei lavoratori? Almeno questo si potrebbe concludere, pensando male. Ad onor del vero nel nostro Paese c’è una grave crisi economica, le imprese arrancano e c’è una inflazione legislativa; le regole sono troppe e poche chiare, farraginose, complesse e comunque nella maggioranza dei casi non si applicano.

La sicurezza sul lavoro però è un dovere e non ci sono alibi né giustificazioni che tengano. È auspicabile che la situazione evolva con l’assunzione di 4000 ispettori del lavoro con i soldi del Ricovery.

Anche da questo si vede se un Paese è civile.

Davide Morelli


Redazione

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