Cannabis terapeutica e assoluzione di Walter De Benedetto: la sentenza sul diritto alla cura che ha fatto storia

Cannabis terapeutica e assoluzione di Walter De Benedetto: la sentenza sul diritto alla cura che ha fatto storia

Con una sentenza che è destinata ad assumere importanza storica, Walter De Benedetto, affetto da una grave forma di artrite reumatoide è stato assolto dal tribunale di Arezzo dall’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti. È risultato evidente, infatti, che la coltivazione domestica della sostanza stupefacente era in realtà necessaria a soddisfare il suo bisogno terapeutico.

La vicenda giudiziaria ha inizio nell’ottobre del 2019 quando, a seguito di un blitz dei carabinieri presso l’abitazione dell’imputato, veniva scoperta una serra adibita alla coltivazione di cannabis. Da lì, come previsto dall’art. 335 del codice di procedura penale, è avvenuta l’iscrizione da parte del pubblico ministero nel registro delle notizie di reato e, successivamente, vi è stata la chiamata in giudizio con l’accusa di produzione e traffico illecito di stupefacenti come previsto dall’art. 73 del D.P.R. 309/1990.

In realtà, come ha poi avuto modo di dimostrare nel processo penale a suo carico, la coltivazione della sostanza è stata effettuata per sopperire ad una mancanza dello Stato, ovvero la non sufficiente fornitura del prodotto.

L’artrite remautoide che ha ormai praticamente costretto Walter in un letto, colpisce le articolazioni e provoca un forte e costante dolore e, secondo quanto ritenuto dalla comunità scientifica, l’utilizzo della cannabis riduce drasticamente la percezione del dolore derivante da questa patologia. Walter, quindi, dietro regolare prescrizione medica, ha iniziato a fare uso di questa sostanza, riscontrando da subito gli indubbi effetti benefici.

Purtroppo, però, dall’inizio di questa nuova forma di terapia, il paziente si è dovuto scontrare da subito con l’inefficienza assistenziale dello stato italiano. La quantità a lui riconosciuta per gli scopi curativi, infatti, era insufficiente a generare quel costante sollievo dal forte dolore provocato dalla malattia. Per questo ha deciso di sopperire alla parte mancante della fornitura attraverso una coltivazione propria della sostanza; condotta che ha portato all’accusa di spaccio.

Come già accennato, Walter, in accoglimento dell’istanza di assoluzione avanzata dal PM Laura Taddei, è stato assolto dal giudice penale perché “il fatto non sussiste”.

Il comportamento di Walter, non denota un inno alla droga o una voglia di liberalizzare una sostanza ad oggi vietata, ma mette in evidenza lo stato di disperazione di una persona gravemente ammalata.

Oltre al caso dell’artrite reumatoide, sempre secondo il parere della comunità medico scientifica, la cannabis produce importanti effetti benefici sugli individui affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica (si contano attualmente 6.000 malati in Italia e 2.000 nuove diagnosi l’anno) e sugli individui affetti da Sclerosi Multipla (si contano attualmente 122.000 malati in Italia).

La sentenza che ha assolto Walter è una lezione per tutti, una pietra miliare che potrebbe sancire un definitivo passo verso il futuro. Sebbene, infatti, vi sia stata la commissione di un reato, la situazione di necessità dell’imputato ha condotto ad una assoluzione, perché il diritto alla cura, così come garantito dall’art. 32 della Costituzione, dovrà sempre prevalere su ogni altra cosa. Quest’ultimo diritto di fonte costituzionale, tuttavia, continua a scontrarsi con un legislatore troppo zelante quando si tratta di coniugare il diritto alla cura (e in alcuni casi alla non cura) con terapie che possono assumere un carattere politico.

In che modo, quindi, si potrebbe risolvere il problema?

Per risolvere questo problema, si potrebbero assumere due diverse direzioni che, almeno in ragione dell’utilizzo della sostanza a fini terapici, condurrebbero comunque al medesimo risultato.

La prima ipotesi prevede la rimozione della cannabis (e dei suoi derivati) dall’elenco delle sostanze stupefacenti indicate nell’apposito D.P.R. 309 del 1990. Per questa prima ipotesi, si sa, il dibattito è vecchio, ma dopo che un giudice legittima la coltivazione massiccia in casa per fini terapeutici, ora la visione della questione diventa per forza di cose diversa.

Dall’evidenza scientifica sono emersi due fattori cruciali in tema di cannabis, ovvero che non si sono mai registrati decessi da sostanza “cannabinoide” e che, per diverse malattie che colpiscono il sistema nervoso e la muscolatura in generale, infonde una importante sensazione di sollievo sul paziente che ne fa uso.

Il fatto che lo Stato consideri la cannabis una sostanza stupefacente e illegale consentendone l’uso terapeutico solo per alcune malattie, spiega il motivo per cui la sostanza giunge nelle farmacie con il “contagocce”.

Una liberalizzazione renderebbe tutto più semplice per le centinaia di migliaia di pazienti presenti sul nostro territorio che hanno un disperato bisogno di assumere questa sostanza.

Tra l’altro, non deve essere ritenuto retorico il ragionamento per cui con una “statalizzazione” della sostanza si potrà vigilare anche sulla qualità del prodotto. Nel mercato attualmente illegale, circolano innumerevoli qualità diverse di cannabis, spesso aiutate da trattamenti per produrre effetti diversi. Chi può dire se Walter, costretto all’acquisto di semi e sostanza su un mercato non controllato dallo Stato, abbia effettivamente utilizzato una sostanza “pura” tale da non avere controindicazioni derivanti da “taglio” o da mutazioni artificiose del seme?

La seconda ipotesi prevede che, se proprio non si riesce a giungere ad una legalizzazione della sostanza, lo Stato dovrebbe assumersi comunque l’onore di assistere al massimo i malati che necessitano di utilizzarla attraverso, ad esempio, una creazione capillare di sportelli su tutto il territorio nazionale, che non facciano mai mancare il medicamento ai cittadini bisognosi.

Paesi del primo mondo come Svizzera e Stati Uniti, hanno un sistema sanitario che permette ai malati di vedere sempre soddisfatto il loro diritto alla cura, mentre Walter ha dovuto rischiare la galera semplicemente per curarsi.

Per noi italiani, che abbiamo un sistema sanitario già in una condizione economica fragilissima, la soluzione preferibile sarebbe senz’altro la prima. Dai numeri riportati nella tabella sottostante, riportata dal sito del Ministero della salute, si deduce come negli ultimi 7 anni la somministrazione di questo medicamento (a dimostrazione anche della sua efficacia) risulti essere in crescita verticale e, nonostante ciò, dall’esperienza di Walter si è ricavato che il sistema di distribuzione sanitaria non riesce comunque a star dietro alla domanda degli ammalati.

Anno Vendita (distribuzione) dei grossisti delle farmacie Importazioni totali autorizzate dal Ministero della Salute alle ASL (DM 1997) Totale vendita (distribuzione) dello SCFM-Firenze alle farmacie Totale complessivo vendita (distribuzione) di cannabis
2014 33.315 25.275 58.590
2015 61.900 56.725 118.625
2016 127.305 102.410 229.715
2017 162.475 129.265 59.745 351.485
2018 284.290 147.265 146.905 578.460
2019 451.025 252.485 157.165 860.675
2020 664.940 215.255 242.600 1.122.795

Tabella di consumo in grammi.

Ad ogni modo, agli ammalati che hanno un disperato bisogno di utilizzare la cannabis, poco interessa di quale tra le due ipotesi contemplate sia di migliore attuazione, quel che conta è la tutela del loro sacrosanto diritto di stare meglio.

In una recente intervista Walter ha dichiarato che “si aggrappa alla vita giorno dopo giorno”. Ci sono centinaia di migliaia di eroi come Walter in tutta Italia e, dopo l’emanazione della sentenza che lo assolve, è arrivato il momento di muoverci da questo stallo.


Antonio Peragine

Antonio Peragine