Non gli basta mai prenderci per i fondelli tutti i giorni e soprattutto in quelli consacrati e diventati brand per ogni genere di produzione, dai cioccolatini alle retoriche stantie. Vogliono proprio esagerare e ecco che il Sole 24 Ore ci propina uno specialissimo Festa della mamma che lavora:  “lavoro e maternità non dovrebbero essere temi inconciliabili, eppure le donne che scelgono la propria carriera oltre alla famiglia incontrano ancora molti ostacoli. In occasione della Festa della Mamma, proponiamo una serie di iniziative per trattare il tema dell’inclusione e promuovere un dibattito che possa contribuire a limitare il divario di genere”.

Mi è bastata la presentazione per conferire il lieto annuncio nello spam.

Ne avevo avuto abbastanza del Draghipensiero in proposito, delle magnifiche sorti e progressive che si svilupperanno con piano nazionale per “investire” in riscatto di genere i quattrini dell’Europa, superando quel gap disonorevole: solo una donna su due lavora, grazie all’equivoco millenario secondo il quale alle casalinghe è concesso alla peggio un parassitismo al meglio un volontariato in nome dell’amore, per abbassare quello che viene appunto definito “tasso di inattività delle donne a causa della responsabilità di assistenza”, che  ha raggiunto il 35,7 per cento ed è in continua crescita dal 2010, mentre la media UE è pari al 31,8 per cento.

Quindi l’aspirazione in vista del Grande Reset è un incremento dell’attività femminile del 3,7%.

“Anche quando lavorano, le donne risultano più penalizzate rispetto agli uomini, a partire dallo stipendio percepito e dalla precarietà lavorativa…. A questo corrisponde una disparità salariale a svantaggio delle donne a parità di ruolo e di mansioni rispetto agli uomini”, recita la strategia nazionale raccomandando di impegnarsi per raggiungere gli standard comunitari che dovrebbero colmare il divario nelle retribuzioni creando condizioni per cui le donne possano entrare nel mondo del lavoro e parteciparvi in maniera adeguata, grazie a una “terapia d’urto” per usare le parole dell’economista Andrea Ichino, esponente della malinconica dinastia degli austeri tagliatori di teste e futuro, e autore insieme ad Alberto Alesina, della proposta di una gender tax, una tassazione più favorevole sul lavoro delle donne,  “di una spinta gentile”, come suggerisce  quel campione di oltraggio dei diritti maturati, Elsa Fornero, che sono molto piaciute al Presidente del Consiglio.

Quindi “Il Governo attraverso il Dipartimento per le Pari Opportunità intende lanciare entro il primo semestre 2021 una Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, in coerenza con la Strategia europea per la parità di genere 2020-2025. […]”. E già questa è una garanzia, se pensiamo alle prestazioni offerte nel susseguirsi di mandati dalla Ministra Bonetti, che si è audacemente esposta per farsi anche lei le sue task force farcite di Soroptimist e notabili in quota rosa, che si impegneranno in prima linea per attuare quella strategia di emancipazione liberista che consiste nel sostituire  carogne maschi con femmine ancora più carogne nei ruoli di comando della Pa.

Ma sarei poco corretta se non indicassi anche altri obiettivi della strategia: la definizione di un piano asili nido per avvicinare la percentuale di copertura pari attualmente al 25,5 per cento alla media europea, pari al 33 per cento e il potenziamento dei servizi educativi dell’infanzia (3-6 anni), che se tanto mi dà tanto, faranno la felicità del sistema “educativo” privato e confessionale, già ampiamente monopolistico.  Si tratta di interventi marginali però, perché i capisaldi delle politiche per valorizzare il capitale femminile consistono nel rafforzamento di strumenti di mercato, dall’istituzione di un fondo per supportare l’imprenditoria e la definizione di un Sistema nazionale di certificazione della parità di genere per incentivare le imprese ad adottare “policy adeguate a ridurre il divario di genere”, in modo da promuovere a aiutare giovani talenti a diventare delle Marcegaglia, delle Diane Bracco, delle Salamon, per non dire delle Morselli e, ovviamente, delle  Ferragni.

Ovviamente grandi aspettative si ripongono nello sviluppo dello smartworking. E come non augurarsi che diventi la modalità dominante, che permette di modernizzare il cottimo delle guantaie, delle maglieriste, delle calzolaie del Casertano, della Riviera del Brenta, estendendolo a funzioni comunque gregarie e precarie perfette per dividersi tra cucina e pc, come un tempo tra macchina da cucire, orto, e fornelli.

Quasi quasi è meglio Tajani che almeno ci vuole a casa a figliare come coniglie per combattere la minaccia del meticciato, mentre  la spinta gentile ci promuove a tuttofare, cameriere, infermiere, cuoche, insegnanti di supporto nel contesto dalla Dad, amministratrici e “lavoratrici” part time, precarie, sottopagate, non riconosciute a meno di non essere nate da sacri lombi o aver annullato qualsiasi personalità indipendente per tesserarsi nell’associazionismo che realizza la mimesi nel peggior arrivismo e cinismo di sistema.

Ormai c’è una gara a fare perdere senso a qualsiasi forma di riflessione   e pensiero autonomo dall’ideologia dominante  che impone disuguaglianze e tollera le differenze purchè siano ammissibili dall’ideologia imperante, quelle che autorizzano la diversità e l’alterità a patto che non si traduca in dissenso, lotta, e opposizione antisistemica.

Perché è vero che la liberazione della donna deve avvenire nel quadro di un affrancamento delle persone tutte dallo sfruttamento,  ma è anche vero che in tutti i casi l’abuso, la repressione e  l’umiliazione delle donne sono doppi, pubblici e privati, politici a personali.

Sono risvolti che non vengono considerati quando ci mettono davanti i conti della spesa, quei calcoli di miliardi in più o in meno spalmati sui vari capitoli che dimostrano la volontà di cancellare lo stato sociale per privatizzarlo in forma volontaristica e non pagata con le donne o  incaricando un sistema parassitario confessionale, visto che a una religione obbedisce, quella dei preti o del mercato.  E che invece, nell’investire la qualità della nostra vita, nel condizionare il presente e il futuro, sono quelli che interessano di più le famiglie, i genitori, le mamme cornute, mazziate e festeggiate da quello stesso mercato, che vuole più stato al servizio delle imprese e meno stato al servizio della collettività.

Quando parliamo di quella  nuova guerra di classe dichiarata dai ricchi contro i poveri, dovremmo ricordarci che è stata vinta dai ricchi contro i poveri  sul piano di un’ideologia, che è riuscita ad imporsi nella mente di ognuno di noi, persuadendoci dell’impossibilità e della necessità della rinuncia a un’alternativa, a convincerci che era doveroso abdicare a tutele, garanzie e diritti, faticosamente conquistate nel passato, in cambio di sicurezze labili, elemosine arbitrarie, riconoscimenti regressivi di ruoli e funzioni di status e di genere.

D’altra parte il progresso, che doveva assegnarci più salute, l’affrancamento dalla fatica, un benessere generalizzato, le invenzioni benefiche della tecnologia nel quadro di una onnipotenza virtuale che oggi fa i conti con una concreta impotenza, che tutto  mercifica e commercializza, ci regalerà negli anni a venire dopo il Grande Reset, una festa speciale, quella della mamma in affitto, da quando sarà sancita la coesistenza “di desiderio, diritto e mercato”, superando i limiti della ragione  e dell’etica,  e da quando, già ora quindi,  l’accesso incontrollato a possibilità e prerogative eccezionali,  alimentato dal riconoscimento di aspirazioni individuali conferma che si fondano su regole economiche e commerciali, alimentando la disuguaglianza e appagando solo chi può permetterselo.

E non stupisce che nella gran confusione che regna sotto il cielo sia ormai lecito non distinguere più tra quello che è giusto e ingiusto: basta mettere un codicillo che insinui che la licenza a pagamento sia una sottospecie autorizzata di libertà, che ciò che è permesso a nome ai legge sia legittimo e ecco che si scopre l’inganno che consente di trasformare ogni persona in merce e ogni donna, fertile e sana, in produttrice grazie alle nuove frontiere dell’occupazione femminile.