9 Maggio 1978: il cadavere di Aldo Moro e la ricerca del bene comune

9 Maggio 1978: il cadavere di Aldo Moro e la ricerca del bene comune

Mentre il popolo barese si accingeva a vivere la festa dei baresi che chiude i festeggiamenti in onore del Santo Patrono Nicola, in un’auto in via Caetani in una Renault 4 rossa, veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro presidente della Democrazia Cristiana.

Quella mattina ero a casa e stavo preparando l’esame di diritto penale il cui titolare della cattedra era un allievo di Aldo Moro, Renato Dell’Andro che tanto si prodigò andando da Erode a Pilato per trovare una soluzione invano.

Una vicina di casa bussò in maniera forte più volte alla veranda della loggetta interna della casa dove abitavo con i miei genitori per avvisare mia madre di accendere il televisore dove il conduttore Paolo Fraiese in una edizione straordinaria annunciava il ritrovamento del cadavere dello statista.

Rimanemmo attoniti e increduli di fronte ad un epilogo a cui non avremmo voluto  credere ma che tutti purtroppo paventavamo.

Due domande sorgono spontanee: lo Stato fece tutto quello che era in suo potere per giungere alla liberazione di Aldo Moro? La verità sul delitto è stata svelata per intero?

Quando parlo di Stato mi riferisco alle persone che in quel momento storico gestivano il potere e avevano la responsabilità degli apparati dello Stato. Il Presidente del Consiglio,Il ministro dell’Interno, i servizi segreti, la magistratura, le Polizie giudiziarie che si avvicendarono nelle ricerche della verità. Sicuramente si doveva e poteva operare meglio.

Ma sicuramente chi era uno spettatore inerme come me giovane studente di Giurisprudenza iscritto al terzo anno di Giurisprudenza si chiese: una vita umana può essere sacrificata alla ragion di Stato? Una qualsiasi vita umana e tanto meno quella di Aldo Moro che pochi avevano compreso nella sua curiosità e nella ricerca del bene comune.

La risposta è no. Manzoni celebrando Napoleone Bonaparte si chiedeva: fu vera gloria ? Ai posteri l’ardua sentenza”. Per Moro la gloria post mortem fu tanta ma forse fu vana.

Quanti hanno ispirato i loro comportamenti allo statista scomparso, hanno perso il patrimonio di idee contenute in una persona e nelle sue opere. Incarnare gli ideali non è opera facile ma quando si individua una persona che coglie e sa come dare speranza e concretezza a questi, il patrimonio comune non va disperso.

Questo tentativo, in tutta onestà, fu effettuato da  Don Luigi Giussani  sacerdote lombardo di Desio del 1922 con un volantino del 10 maggio 1978: “E noi che speranza abbiamo?”

Alberto Savorana in Vita di Don Giussani lo descrive come un uomo che traeva dalla realtà la sua fonte di santificazione, raccontando la sua vita di incontri con persone nell’avventura della vita.

Come questo prete lombardo lesse questo avvenimento diventa lectio magistralis di come ogni italiano visse inespresso quel dolore: “Moro è stato ucciso in nome della ideologia, di una analisi politica e di conseguente programma di azione inevitabilmente certi di cambiare la società. Da dove è venuta questa certezza infallibile fino ad essere violenta?   Dall’astrazione […] Una nuova speranza non si fonda su sintesi di idee, ma su certezze di vita. Su fatti che sono entrati nella nostra vita, incominciando a liberarla  a poco a poco, regalandole la gioia di una coscienza nuova di sé, del rapporto degli altri con le cose. Questo è quanto ci suggerisce il cristianesimo . Questo è il motivo della nostra solidarietà con il dolore profondo della famiglia dell’on .Moro e della umiliazione che sta vivendo tutto il popolo italiano. […] Domandiamo a noi stessi e a tutti quale speranza abbiamo, di quale vita e socialità siamo portatori. Per chi è capace di mettere  in comune ciò che è, senza pregiudizio con consapevolezza, per chi è capace  di costruire unità come tensione ideale di identità diverse ,Moro non è morto invano. La memoria non può fermare la vita autentica.” Quel volantino esigeva come ricordò Angelo Scola di dare un giudizio sulla storia che dopo Aldo Moro non sarebbe stato più la stessa.

Un laico, il deputato Leonardo Sciascia scrive a caldo tre mesi dopo l’uccisione dello statista l’Affaire Moro e presenta il 22 giugno 1982 a quattro anni dalla morte dello statista la relazione di minoranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di Via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, la strategia e gli obiettivi perseguiti dai terroristi.   In apertura del testo c’è una frase di Elias Canetti tratta da La provincia dell’uomo: La frase più mostruosa di tutte: “qualcuno è morto al momento giusto.”

Sciascia da grande narratore, dimostra che i brigatisti cercano di creare un clima “familiare”  ad Aldo Moro perché nella prigionia fosse se stesso e quindi dimostrare l’autenticità delle sue lettere. Basta riportare questa frase per dare senso alla quasi certezza di una morte annunciata. Nella lettera che Moro indirizza alla moglie Noretta, scritta tra il 27 e il 30 aprile si fa riferimento alla richiesta di scambio di prigionieri e alla linea del rigore. In questa lunga lettera  tra l’altro afferma “Applicare le norme del diritto comune non ha senso. E poi questo rigore proprio in un paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani.”

Quanto sono vere e amare queste parole.

Come era lontana la ricerca del bene comune che deve sempre prevalere in politica come il bene di tutti e ciascuno ma soprattutto di esclusi, a cominciare dai più fragili e dai poveri, includendo i giovani sulla disponibilità delle risorse ambientali. Di questo bene se ne parla sempre meno e aspetto più grave solo in campagna elettorale.

Mi piace pensare e immaginare che quando Lucio Dalla compose Futura nel 1979,un anno dopo, abbia pensato per un attimo a quanto accadde in quegli anni, a quel delitto, ai Russi, agli Americani e fermandosi davanti al muro di Berlino abbia concepito un brano che parlava dell’amore tra due giovani e della decisione di chiamare la figlia Futura.

In un periodo in cui nascono sempre meno bambini, guardiamo con fiducia al futuro ma non dimentichiamo il passato prossimo e chiediamo ai terroristi ancora vivi, in Francia: qual è la verità e Moro avreste mai potuto liberarlo o anche voi siete state vittime e carnefici di occulti suggeritori, non entità astratte ma persone in carne e ossa? A noi contemporanei l’ardua sentenza.

Dario Felice Antonio Patruno  


Antonio Peragine

Antonio Peragine