Recensione di Maria Pia Latorre a Canzoni controfuoco, di Cosimo Lamanna

Recensione di Maria Pia Latorre a Canzoni controfuoco, di Cosimo Lamanna

(Tabula fati, pp. 101) 

Talvolta la forza vitale che anima l’agire umano si ribella all’inevitabilità delle trasformazioni del tempo. Così Cosimo Lamanna, nella raccolta di poesie ‘CANZONI CONTROFUOCO, interroga il tempo, ne coglie le diverse dimensioni, assapora l’odore intenso e a volte acre dei suoi cambiamenti.

Già in quarta di copertina Egli esordisce: “Non ho mai fatto caso/ ai limiti del tempo/ alle demarcazioni/ e ai confini dell’età/ Non ho mai celebrato/ davvero un nuovo anno”, a farci intendere che il tempo sarà componente silenzioso e portante in questa raccolta, uno spazio denso e scuro in cui qualcosa d’inaspettato giace e s’agita.

Di fatti una delle trame poetiche che le liriche si passano una all’altra è l’accettare e il convivere col senso di impotenza e ineludibilità del tempo: ”E ora sto seduto al sole d’autunno, davanti a me ondeggiano pini verdi”; così pare di poter assimilare l’ondeggiare dei rami al ticchettio alterno di un pendolo che ne cadenza il movimento.

Ma la relazione del poeta col suo personale concetto di tempo passa attraverso uno strumento di sublimazione, quasi un’arma nelle sue mani, si tratta della bellezza, che, ironia della sorte, proprio del tempo è l’antagonista per eccellenza. Ben sappiamo che il tempo sfiorisce la bellezza, viceversa la bellezza trionfa sul tempo, in un’eterna lotta senza mai vincitori né vinti. Per Cosimo Lamanna, in questo eterno contrasto, è la donna l’emblema di bellezza per eccellenza; è nella figura muliebre che egli ne esalta lo splendore ed è a lei che ne affida il patema nella lirica ‘Tutta intera la bellezza’, in cui chiede: “Dov’è lo scrigno in cui hai riposto/ tutta intera la bellezza?/ Ora che tutto si frantuma/ E che il tempo ci consuma/ Senza però incantarci più”.  Nei versi l’eterno contrasto ci fa avvertir, forte, lo struggimento per la precarietà del vivere.

Dall’inizio alla fine della silloge il tempo è un rigo del pentagramma poetico di Cosimo Lamanna –  certamente la naturale musicalità dei versi è la prima caratteristica che spicca nella sua poesia, essendo l’Autore anche fine compositore -.

Altri tre righi costituenti questo immaginario pentagramma poetico sono la Parola, il Sogno e il Cuore.

Per dieci volte compare il lemma “sogno”, e per nove volte il lemma “cuore”, che ci raccontano della natura neoromantica della poesia di Lamanna.

Il lemma “tempo” compare per ben ventuno volte, assumendo diverse connotazioni che vanno dal tempo sospeso al tempo-fiore, in una originale rielaborazione poetica tutta da interpretare. Il tempo è onnipresente, è sottinteso, anche in via trasfigurata, difatti è “stagioni”, “autunno”, “inverno”, “giorno”, “primavera”, “nelle ore”, “mattino”, “estate”, “altri domani”,  “maggio”, ma è anche “ultimo giorno di scuola”, in “Cose perdute”, è “tempo dei battiti”, in “Mi starai accanto?”, è “tempo di latenza”, in “Lascio qui”, fino al fiducioso “tempo che verrà”, contenuto nell’evocativa “Specchio infranto”, poiché c’è in Lamanna una forza generatrice, un positivo attivismo di fondo che trasmette ai suoi versi.

Molto intrigante la luce senza tempo che sprigiona dalla lirica “Fino a perdersi”, dove il Poeta si abbandona: “Mi trasvoleranno/ scintille accecanti/ Di attrito al dolore/ Di luce senza tempo/ Di buio così denso/ Sulle correnti notturne/ Della mia fragilità”.

Tutta la raccolta è penetrata da un vigoroso opporsi al tempo sovrano, da una fiera forza che non si accascia mai completamente su se stessa e che ha da proferire ancora nuove parole; è la forza poetica primordiale, che cerca immortalità e si riconcilia con αἰών, il tempo-Aiòn, il tempo dell’eternità.

Anche il lemma “parola” è molto presente e compare ben diciannove volte. A mio avviso, la poesia-chiave sull’interpretazione personale che il Poeta dà di questo lemma è nella poesia “L’utilità del mare”, dove Egli coglie un originale aspetto dell’elemento liquido, la cui utilità sta anche  nel vento che si porta con sé le parole, “le devia, le accarezza, le distorce nel tragitto, le contrae, le rincorre, le traduce nel percorso, le rende vortice di sabbia e tempo”. Belle immagini che descrivono un percorso di scrittura all’insegna della naturalezza del verso e che si muovono con le insite armonie e melodie del linguaggio musicale.

Nella silloge sono presenti molte similitudini, sinestesie, epifore, allitterazioni; numerose le rime che riprendono l’interiore sentire musicale del Poeta, che predilige la scrittura in senari, settenari e ottonari, evidentemente in linea con la sua vena cantautoriale, tanto che, in alcune liriche, s’intravede anche un taglio diaristico, con poesie concatenate una all’altra come perle su un unico filo, o come ne “Il silenzio di queste sere”, in cui il Poeta sembra affidare alla pagina i suoi sogni e i suoi progetti. Spesso si rivolge alla donna amata, in un dialogo che comincia dalla prima fino a giungere all’ultima poesia; in “Marzo 2020” un delicato colloquio in cui il Poeta invita l’interlocutrice a prendere le distanze da se stessa, a guardarsi da altre prospettive, e lo continua in “Lascio qui”: “Tra il mio sembrare e l’essere/ Tra il tuo riflesso e te”.

Sono versi in cui l’uomo abbraccia la sua compagna, la celebra nella sua terrena sensualità, la sente sorella nella paritaria condizione, ne piange il disincanto, ma non si arrende. E’ l’uomo che crede nella bellezza-della-vita-nonostante-tutto, nell’esistenza di un’armonia da costruire ogni giorno, nella fatica dello stare al mondo.

Credo, infine, che ognuno dovrebbe avere la possibilità di leggere questi versi per riconciliarsi col mondo e illuminare le zone d’ombra dell’esistenza, alla ricerca delle sue necessarie risposte.


Redazione

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