“Michelstaedter: frammenti di una filosofia oscura”di Francesco Innella

“Michelstaedter: frammenti di una filosofia oscura”di Francesco Innella

Prefazione di Vittorio Orlando, Edizioni Ripostes.

Carlo Michelstaedter nasce a Gorizia nel 1887 e muore suicida per un colpo di pistola nel 1910, dopo aver terminato la sua tesi di laurea.

Le sue liriche compaiono in ogni manuale di letteratura moderna ed in ogni antologia di poesia italiana degna di tale nome. Però come filosofo non ha avuto molta fortuna critica, probabilmente a causa della sua prematura scomparsa e a causa dell’originalità della sua opera, che non è sistematica ed organica ma costituita da aforismi ed annotazioni. Inoltre per gli studiosi è stato sempre difficoltoso risalire alle fonti e agli influssi culturali, che hanno caratterizzato la sua opera.

Non solo ma coloro che hanno studiato Michelstaedter si sono trovati al cospetto di un nucleo indissolubile fatto di vita, poesia e filosofia. Non a caso il grande critico letterario Papini scrisse che il suicidio di Michelstaedter era dovuto a “ragioni metafisiche”.

Franco Fortini più recentemente ha scritto un articolo su Michelstaedter intitolato “la retorica del suicidio”.

Forse parlare di suicidio esistenziale o metafisico significa sempre fare retorica del suicidio. Non sapremmo mai però quanto la sua filosofia determinò il suo suicidio e quanto il suo disagio esistenziale contribuì alla formazione della sua filosofia. L’aspetto esistenziale e quello filosofico si intrecciano in modo inestricabile.

Sono un tutt’uno. Oggi nonostante la mancanza di una collocazione adeguata della sua filosofia possiamo prendere coscienza della radicalità della sua opera, in cui si può rintracciare l’istanza di rinnovamento della cultura della sua epoca, lo smascheramento della retorica del sapere e delle magnifiche sorti e progressive.

Michelstaedter non fu legato a nessun ismo letterario né filosofico e criticò aspramente tutti gli assolutismi della cultura del tempo.

Si oppose al nominalismo, al positivismo ed anche all’idealismo. Vide nella religione e nella cultura delle consolazioni e degli “ornamenti dell’oscurità”.

Per il filosofo la conoscenza deve essere sempre rivolta verso il soggetto perché la vera vita è quella interiore. Innella in questo saggio analizza l’epistolario di Michelstaedter per far comprendere pienamente sia la sua personalità che la sua filosofia.

Questo saggio è pregevole per molte ragioni tra cui quella di mettere in risalto un aspetto poco conosciuto della vita del filosofo: il suo rifiuto delle tradizioni ebraiche, il suo tagliare i ponti con l’ebraismo per liberarsi da ogni legame e trovarsi faccia a faccia con se stesso.

Vittorio Orlando nella prefazione scrive: “l’animo di Carlo Michelstaedter è naufragato anche sulla questione religiosa”.

Innella poi si chiede se la persuasione fosse solo l’argomento per la sua tesi di laurea oppure se fosse anche l’ultimo tentativo di sanare il suo contrasto con la società.

L’autore si chiede se la tesi “La persuasione e la rettorica” del poeta-filosofo fosse dovuta allo studio dei presocratici, Platone, Schopenhauer, Ibsen, Tolstoj o se invece fosse un modo per rivendicare l’autonomia dall’imposizione delle regole sociali e per giungere alla libertà totale e all’assoluto.

Insomma la dicotomia michelstaedteriana (la persuasione e la rettorica) era esistenziale, filosofica o entrambe le cose ? Innella nel suo saggio ci fa capire come sia sempre difficile fare i conti con Michelstaedter perché la sua personalità è complessa e racchiude in sé varie sfaccettature: è allo stesso tempo un ebreo solitario, un antiborghese che alla fine abbraccia il solipsismo, un egotista, un mittleuropeo e come è stato definito da molti “un continuatore della cultura classica”.

Innella ripercorre tutta la vita del filosofo-poeta ed evidenzia come la sua esistenza sia stata segnata dal suicidio dell’amica russa Nadia Baraden, dalla morte del fratello (probabilmente suicidatosi) e dalla fine della relazione con Iolanda De Blasi, perché i genitori di Michelstaedter si opposero alla loro unione.

Innella in ogni pagina di questo saggio mette in risalto la concezione michelstaedteriana, secondo cui la società è regolata dalla dialettica padrone-servo e quindi da strumentalizzazioni, che nei singoli individui divengono col tempo automatismi ed abitudini e creano di conseguenza delle autolimitazioni.

Per Michelstaedter la società è “una comunella di malvagi” e la maggior parte degli uomini, essendo vigliacchi, divengono schiavi di essa per avere dalla società la sicurezza.

L’autore di questo saggio poi pone l’accento anche sul tentativo di fuga dalle piccole cose da parte del filsofo per cogliere la pienezza del presente. Innella quindi esamina accuratamente anche la filosofia di Michelstaedter, che trovo arduo riassumere in poche righe. Ma ci proverò comunque.

Per il filosofo goriziano l’uomo cerca continuamente al di fuori di sé. Cerca nelle cose, negli altri, nel piacere. Ma così facendo è come un peso, che pende da un gancio e che una volta giunto al punto più basso cessa di essere tale, non essendo più un peso.

La vita dell’uomo è “mancanza della sua vita”.

Si fa così sopraffare dalla retorica, che consiste nella serie di inganni, menzogne e seduzioni, che la società mette in atto per assoggettare la sua coscienza. Nell’ambito della retorica prevale la logica del dominio. Il filosofo goriziano scrisse infatti: “Possesso e identità: tanto posso possedere, quanto posso essere posseduto”.

La vita quindi per Michelstaedter è “un’infinita correlatività di coscienze”.

Ma ogni rapporto umano implica una lotta e un tentativo di possesso. Però il possesso si può avere solo nell’ambito della persuasione. Lo stesso linguaggio è un inganno, un’illusione.

L’uomo ha esigenza di comunicare, ma non riesce a farlo in modo autentico. Gli uomini parlano per avere coscienza di esistere e per affermare la loro individualità.

Per il filosofo l’uomo può comunicare solo il razionale e cercare invano di rendere “ragionevole” la propria realtà all’interlocutore. In questo senso la critica che Michelstaedter fa al linguaggio è destabilizzante.

Inoltre come Nietzsche aveva scoperto la genealogia della morale il filosofo goriziano scopre la genealogia della società civile (anche se lui la definisce “ontogenesi”): individua i meccanismi psicologici, basati essenzialmente su rinforzi positivi e negativi, che consentono ai bambini quell’interiorizzazione delle norme e dei principi, che li faranno diventare in futuro dei cittadini. Michelstaedter valuta in modo negativo questi meccanismi che oggi potremmo definire dinamiche psico-sociali.

Scorge in queste inganno e falsità. All’epoca le istituzioni, l’economia, il diritto, la cultura, la scienza erano considerate in modo retorico delle entità metafisiche indipendenti dai singoli individui.

Il filosofo goriziano scopre che esse al contrario sono fondate sull’educazione dei fanciulli. Istituzioni e cultura, elementi che all’epoca venivano considerati eterni ed indistruttibili, dipendono esclusivamente dalla genesi delle coscienze.

Era opinione diffusa allora che le istituzioni e le branche dello scibile umano scaturissero da un’intima e costante esigenza dell’uomo di conoscenza e di civiltà. Michelstaedter invece laddove gli altri vedevano virtù e conoscenza individua tutta una serie di piccole ritorsioni e gratificazioni da parte degli adulti nei confronti dei bambini.

Da questo punto di vista l’originalità del filosofo non è quella di intuire la presenza del Super-Ego, ma quella di capire la banalità con cui si forma il Super-Ego e quanto questa categoria psichica sia un elemento fondante delle istituzioni e del sapere di tutti i tempi. Michelstaedter scrive nella sua tesi (parte seconda intitolata “Della rettorica”) riguardo agli organi assimilatori: “La peggior violenza si esercita così sui bambini sotto la maschera dell’affetto e dell’educazione civile.

Poichè colla promessa di premi e la minaccia dei castighi che speculano sulla loro debolezza e colle carezze e i timori che alla loro debolezza danno vita, lontani dalla libera vita del corpo, si stringono alle forme necessarie in una famiglia civile”.

L’essere umano quindi non può vivere autenticamente il mondo. Gli uomini “si sentono con nessuno e mancano di tutto”. Solo tramite la persuasione l’individuo può trovare il possesso di sé. La conoscenza può avvenire solo tramite l’esclusione dal mondo. L’uomo persuaso, trascendendo tutte le illusioni, allora può vivere solo di sé e ricreare il mondo. L’uomo persuaso supera l’identificazione, la rete di legami sociali, la ricerca del piacere e dell’effimero.

La persuasione quindi è la via che conduce alle sfere dell’essere, evadendo da ciò che è già codificato ed istituzionalizzato. Ma così facendo- a mio modesto avviso – si fa anche il deserto attorno a sé e sente gravare su di sè il peso della solitudine.

Ritengo che così facendo scompaia l’esistenza inautentica (i luoghi comuni, i retaggi culturali, le convenzioni), ma anche la sicurezza, la comodità e quel divertissement che secondo Pascal era necessario all’uomo per rimuovere il pensiero e la paura della morte.

Davide Morelli


Redazione

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