San Nicola nella storia dell’arte

San Nicola nella storia dell’arte

San Nicola è patrono degli artisti. E’ stato raffigurato da grandi maestri come Giotto, Tiziano, Raffaello, ma anche da una moltitudine di anonimi mastri artigiani in tutto il mondo. L’arte è stata il veicolo principale di diffusione della sua leggenda.

Enzo Varricchio ripercorre le tappe salienti della “storia dell’arte nicolaiana” in 3 articoli da conservare come un saggio.

PARTE I: Le icone e le prime raffigurazioni. 

San Nicola patrono degli artisti. 

Come ha rilevato Francesco Babudri, San Nicola ha ispirato venerazione universale tra i cultori di tutte le arti, sino a diventare loro patrono.

“Una raccolta delle sue effigi e dei temi della sua leggenda potrebbe comprendere una storia dell’arte, dei modi e dei costumi degli ultimi mille anni” (Anna Jameson “Sacred and Legendary Art”, 1890). 

Il rapporto tra arte e fede è stato biunivoco: la fede ha influenzato profondamente gli artisti, che da essa hanno tratto ispirazione; le innumerevoli opere d’arte o di artigianato devozionale, a loro volta, hanno efficacemente alimentato la fede nel Santo.

Non solo i capolavori dei grandi maestri, come Giotto, Masaccio, Antonello da Messina, Cranach il Vecchio, Veronese, Tiziano, Raffaello, il Ghirlandaio,

Johan Steen, ma soprattutto l’incredibile serie di manufatti dedicatagli (ampolle, arazzi, francobolli, ex voto, vetrate istoriate, etc.) hanno favorito in modo cospicuo l’eccezionale diffusione del culto nicolaiano. L’arte ha costituito, quanto meno, il veicolo di trasmissione della sua leggenda. E questa ha avuto una diffusione pangeografica.

Vi sono immagini nicolaiane nei posti più disparati del pianeta e di frequente ne vien fuori una novella, tanto da rendere praticamente impossibile raccogliere in un ordine omnicomprensivo la sterminata produzione.

La sconfinata iconografia del Santo di Myra e Bari, sia essa musiva, pittorica, scultorea, vitrea, lignea o marmorea, resta appunto a testimoniare tutto il ventaglio di aspirazioni e di speranze delle popolazioni che, nel corso dei secoli, lo hanno venerato nei vari Paesi, entro le chiese e i monasteri, nelle cripte ipogee e lungo le strade intitolate al suo nome.

Il museo ideale dell’arte nicolaiana: le icone e il vero volto del santo 

Nella vasta galleria delle opere d’arte ispirate a San Nicola il primo posto viene occupato, almeno cronologicamente, dalle icone.

Per la dottrina bizantina della perfetta simiglianza tra l’icona e il soggetto sacro da rappresentare, gli artisti per dipingere entravano in una sorta di stato di trance. Dovevano “vedere” il santo, in una situazione di estasi mistica, per poterne catturare la grande anima e riprodurla ad uso pedagogico e devozionale. E pare che sostanzialmente vi riuscissero, atteso che la ricostruzione pittorica dei tratti somatici ha trovato riscontro nelle indagini anatomo- antropologiche, condotte sulle ossa di San Nicola presenti in Bari.

Quale fu il vero volto di San Nicola?

Disponiamo di un probabile identikit realizzato dal professor Luigi Martino, radiologo e docente di anatomia presso l’ateneo barese. Il 5 maggio del 1953, nelle primissime ore del giorno, il professor Martino effettuò, nella sacrestia della basilica nicolaiana, l’unica ricognizione scientifica ufficiale sulle reliquie di Bari. Riscontrò la presenza nella tomba di ossa di un individuo di sesso maschile, appartenente alla razza bianca europoide mediterranea, dell’età di circa sessanta anni e di media statura.

Gli artisti di tutte le epoche avevano, dunque, ragione: quell’uomo aveva avuto aspetto bruno levantino, “un volto ascetico, proporzionato, con fronte alta, larga, spaziosa, con grandi occhi, dolci e nel contempo severi di uomo pensoso e sofferente, con zigomi un poco forti e sporgenti sopra guance appena incavate, con naso né stretto né largo, bocca un poco larga, mento prominente”.

 Una equipe di scienziati inglesi ha più di recente confermato le intuizioni di Martino, anche se il volto del Santo ha assunto connotati più marcati e aggressivi, con le sopracciglia folte e col naso storto (rotto nella colluttazione con un vescovo antitrinitario al Concilio di Nicea del 325 d.C., come vuole la tradizione?).

D’altro canto, la prova che il modello originario veniva ben riprodotto dalla mano del pittore e che le icone funzionavano come dei mandala orientali (immagini simboliche catalizzatrici di energia psichica), proviene dal fatto che in molti luoghi le icone si rivelarono miracolose, generando culti autonomi, celebrati in santuari appositamente eretti per esaltarne le portentose qualità. Dunque, la staticità e la ripetitività delle prime immagini non costituiva un limite creativo, come comunemente si crede, bensì un pregio di icone che funzionavano come simulacro del Santo a supporto spirituale di intere comunità antropiche.

Questo fenomeno ha sempre sollevato sospetti di idolatria e ostilità da parte delle religioni ufficiali, che lo hanno sempre, più o meno apertamente, osteggiato (Ebrei e Musulmani non ammettono la raffigurazione del divino).

Niceforo, cronista della traslazione a Bari delle spoglie nicolaiane, ci parla di una prima icona, custodita nella chiesetta di Myra ove riposavano le reliquie prima del “sacro furto”. Doveva essere stata dipinta in un tempo non lontano da quello in cui visse il Santo e poteva essere alquanto vicina al modello reale. Di certo, era collocata in bella mostra e veneratissima dal popolo mirese.

I marinai baresi, appena entrati nella sacra dimora di Licia, cercarono lestamente di impadronirsi dell’antica immagine, ancor prima di occuparsi delle spoglie. Ma l’icona, pur tirata a viva forza dalla parete, non si staccò e rimase in Turchia a mo’ di consolazione del danno patito dai miresi, forse ora custodita al museo di Antalya.

A Costantinopoli si temevano le contaminazioni col paganesimo che l’iconodulia poteva incarnare e si bandirono le immagini, perché violavano il Secondo Comandamento biblico: fu l”Iconoclastia” (distruzione delle immagini), proclamata nell’VIII secolo dall’imperatore di Costantinopoli Leone III Isaurico.

Contro l’immagine di San Nicola i persecutori dovettero dapprima accanirsi, visto che il santo cristiano aveva sostituito le divinità pagane patrone dei mari, conservandone talune caratteristiche. E poi, le sue icone dovevano essere prodigiose, visto che riuscirono a convertire persino ebrei e saraceni, come riportano le fonti. I monaci orientali contrari alla furia iconoclasta fuggirono in massa, portando seco una quantità di oggetti raffiguranti San Nicola. Forse proprio grazie alla diaspora dei monaci bizantini verso l’Europa, il culto del santo si diffuse e partì per il suo primo viaggio verso Occidente.

In Puglia, i monaci italogreci lasciarono numerosi affreschi del Santo nelle cripte ipogee di Massafra, Mottola, Gravina, Fasano.

Nel tipo bizantino il Santo appare tra il V e il VI secolo, figurato in stato ascetico, astratto da ogni legame mondano, privo di personalità.

Le immagini più antiche conservate sono una tavola policroma proveniente dal monastero di Santa Caterina sul monte Sinai (VIII sec.) e l’affresco nella chiesa di S. Maria Antiqua a Roma (IX sec.), il primo con raffigurato l’episodio della dote alle tre fanciulle povere.

Dietro l’altare che custodisce le spoglie del santo nella cripta della basilica a lui consacrata nella città di Bari c’è la grande icona, donata nel 1327 (?) dallo zar di Serbia Stefano Uros III Deciansky.

Questi, nel 1314 si ribellò al padre Uros II Milutin, il quale lo fece accecare e lo mandò in esilio. Nel 1318 Uros III guarì miracolosamente, per intervento di San Nicola. Quando il padre lo richiamò dall’esilio, escogitò uno stratagemma, fingendosi ancora cieco. Non appena il padre morì, Uros III svelò l’inganno, rivelò il prodigio compiuto dal santo taumaturgo e riuscì a conquistare il potere.

L’icona della basilica è il segno della profonda gratitudine dello zar serbo verso San Nicola di B

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Redazione

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