‘Gli occhi di Nausicaa’, la silloge junghiana di Marina Cherubini. Il fascino imperituro del Mito

‘Gli occhi di Nausicaa’, la silloge junghiana di Marina Cherubini. Il fascino imperituro del Mito

Marina Cheubini è nata a Brescia il 6 agosto 1988. Dopo la maturità scientifica si è laureata in “scienze filosofiche”.  Nel 2013 ha  scritto la  prima raccolta di poesie: “Componiti, Mistero”,  vincitrice della XXXIV edizione del  Premio “Letteratura”, attribuitole dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli.

Ecco ora  questa sua seconda silloge, “Gli occhi di Nausicaa”, edita da QuiEdit.

In questa sua ultima raccolta si possono trovare molti componimenti pregnanti e di ottima fattura. Estetica e mitologia vanno a braccetto con sobrietà e senso della misura. Una ricerca poetica di questo tipo sottende una lettura ben digerita ed assimilata di Jung: significa far parlare gli archetipi e l’inconscio collettivo, ricercare il proprio Sé, cercare di compiere il proprio percorso di individuazione.

Con ponderatezza sceglie la via del prerazionale, ma lo fa, per l’appunto, con circospezione e prudenza, senza gettarsi a capofitto nei meandri dell’ignoto: la sua coscienza è sempre vigile. L’autrice si situa poeticamente in una posizione intermedia tra interno ed esterno, anche se il suo viaggio deve intendersi innanzitutto come esistenziale ed interiore. In questa sua ricerca è tutta tesa all’essenziale, i suoi versi non tracimano né strabordano mai.

Va sottolineata ne Gli occhi di Nausicaa, anche l’ironia e il divertissement, che caratterizzano questa opera: se la mitologia ne è il pilastro, l’ironia ne è il substrato; in ogni modo sia le fondamenta che la struttura di questo libro sono benfatte e solide. Le basi, come si suol dire, ci sono. La poetessa non ricerca l’empatia e non esprime nella pagina il suo disagio.

La priorità dell’autrice non è assolutamente quella di persuadere, stupire il lettore. Non ammicca mai né c’è traccia nei suoi scritti di compiacimento. Il suo è un isolamento, che non conduce alla solitudine, ma al raccoglimento, alla contemplazione disinteressata. Il fine ultimo non è quello di impressionare né quello di fare in modo che il lettore si immedesimi. Non fa leva su una presunta sensibilità spiccata, come fanno in molti.

Ne Gli occhi di Nausicaa non si assumono pose. Non si parla della propria condizione psicologica, sociale, esistenziale. La soggettività della raccolta poetica trascende i puri dati biografici. L’autrice non vuole che il lettore si identifichi in quello che scrive, probabilmente. Vuole ascoltare la vera musica del mondo, togliendo i rumori assordanti che la disturbano. Vuole far riaffiorare la parte più atavica ed ancestrale di sé stessa, indipendentemente dalla partecipazione del lettore.

Per perseguire questo obiettivo non tratta dell’idea della morte, non fruga nei ricordi, non si cala nella dimensione del futuro. Ci sono essenzialmente l’eterno presente, sé stessa e gli archetipi. Tutto ciò è un atto di onestà intellettuale. La poetessa utilizza come filtro la mitologia, che si interpone e media tra lei ed il lettore, senza mai mettersi totalmente a nudo interiormente.

Le sue non sono effemeridi. Chi cerca una scrittura confessionale la trovi altrove. Infatti sconfina dall’io, scende nei più profondi scantinati, che non sono quelli dell’inconscio freudiano, ma quelli dell’inconscio collettivo. La poetessa trova in Nausicaa, principessa dei Feaci, il suo archetipo: in fondo è lei stessa ad aiutare Ulisse, l’ospite, lo straniero, in una parola sola l’Altro.

Ma oltre al piano mitologico c’è quello più prettamente esperienziale perché la  poetessa cerca anche  il rispecchiamento tra realtà e mondo interiore.

Ne Gli occhi di Nausicaa il paesaggio non è mai definito. Ma cosa importa delineare con esattezza un luogo preciso? Un luogo o nessun luogo è l’identità stessa cosa ai fini del suo discorso.

Il luogo è un luogo dell’anima. Fondamentale piuttosto è la correlazione tra il mondo e le sensazioni, tra la realtà esterna e gli stati d’animo, anche se letterariamente il paesaggio non si concretizza e non è facilmente riconoscibile.

Fondamentale è l’ipostatizzazione della parte più profonda di sé, attraverso l’auscultazione dei moti del suo animo e lo scavo interiore. L’armonia col mondo, la completa conciliazione con esso è cosa ardua da trovare, anche per gli esseri più spirituali.

La Cherubini si pone comunque ad un livello ulteriore di conoscenza e di approfondimento della realtà.

Gli occhi di Nausicaa, sebbene supportata da una poetica e da certi riferimenti culturali, è leggibile e comprensibile a tutti e questo a mio avviso è un pregio non di poco conto in un periodo in cui le citazioni colte, i richiami intertestuali e gli intellettualismi si sprecano.

Va detto, ad onor del vero, che spesso molti poeti contemporanei mischiano l’immischiabile, fanno delle misture improponibili, cercano nei modi più inverosimili di dare forma all’informe. È un poco come cercare di conciliare l’inconciliabile, come versare nello stesso bicchiere il latte con la birra.

Secondo un vecchio assunto della psicologia il tutto è superiore alla somma delle parti. Ma si potrebbe anche dire che il tutto è la sintesi delle parti.

Invece con Gli occhi di Nausicaa, la poetessa non si cimenta in arditi esperimenti poetici e trovo che sia meritevole per il fatto di non eccedere né strafare mai. Il componimento che mi è piaciuto di più, ma ciò dipende anche dal gusto personale naturalmente, è “Good morning” perché la Cherubini nella notte intravede l’Ombra e l’attraversa definitivamente.

L’autrice in estrema sintesi è ben consapevole che la letteratura europea non potrà più essere mitopoietica, ma questa sua operazione di ritornare al mondo greco è, oggi come oggi, originale.

E poi perché cercare un discrimine tra avanguardia e tradizione? Bisogna guardare soprattutto alla bontà dell’opera ed a mio avviso in questa raccolta c’è semplicemente del buono.

Di Davide Morelli


Redazione

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