Si può pensare che si tratti di un ritorno alla fase orale, di una regressione all’infanzia, ma gestita secondo i canoni di una bulimia e avidità senza freni che è l’allegoria dell’ “essere affamati” neoliberista, di un vero e proprio solipsismo  mascellare dal momento che non esiste nulla di più solitario del divorare senza più nessuna traccia di convivialità. Di certo non è questo l’ambito più importante nel quale si assiste a una simile sindrome, ma è quello più scoperto, più immediato. E poi nel caso dei cannibali da tv la cosa è particolarmente interessante perché non appena il cibo è finito, l’abito bestiale viene immediatamente dismesso e questi personaggi ricominciano a parlare di sale di questo o quell’indispensabile colore , del lievito madre che vive dal 600 avanti Cristo, del pepe fucsia di chissà quale buco di culo del mondo, della straordinaria erbetta che cresce nel giardino incantato degli acchiappacitrulli, tutti ingredienti senza i quali non si può nemmeno pensare di cucinare. Nel giro di un secondo si passa dalla iena nella savana che immerge il muso nel ventre della  preda, dal boccone pantagruelico, al salottino bene che forse è anche peggio, con tutto il “culinario corretto” del caso, ma senza alcuna traccia di sincerità e fantasia, cultura e ironia, si avverte soltanto il labile ordito delle frasi fatte.

Hide e Jekyll si alternano a favore di camera, l’avidità intera di un mondo appare per qualche secondo e poi scompare dietro il “conforme” che lo nasconde per poi riapparire alla prossima vivanda. E si capisce che viviamo ormai dentro un’infanzia forzata e senza innocenza.