“Lo sguardo dell’infinito nel dramma di oggi, la religiosità della Chiesa orientale nella tradizione dell’icona”

“Lo sguardo dell’infinito nel dramma di oggi, la religiosità della Chiesa orientale nella tradizione dell’icona”

Sintesi dei contenuti emersi durante l’incontro dell’8 Aprile 2021:

Perché cercare l’infinito nel dramma di oggi? 

La storia del popolo di Dio se vuole essere credibile coglie sviluppi e mete che nessuno immagina, generando uno straordinario stupore. Infatti per una mirabile coincidenza di eventi succedutisi in questi giorni, ci siamo messi in ascolto dell’Omelia di Papa Francesco per la Domenica delle Palme del 28 marzo 2021.

«Da subito Gesù ci stupisce (…) Che cosa accadde a quella gente, che in pochi giorni passò dall’osannare Gesù al gridare “crocifiggilo”? Cosa è successo? Quelle persone seguivano più un’immagine di Messia, che non il Messia. Ammiravano Gesù, ma non erano pronte a lasciarsi stupire da Lui. Lo stupore è diverso dall’ammirazione. L’ammirazione può essere mondana, perché ricerca i propri gusti e le proprie attese; lo stupore, invece, rimane aperto all’altro, alla sua novità. Anche oggi tanti ammirano Gesù: ha parlato bene, ha amato e perdonato, il suo esempio ha cambiato la storia… e così via. Lo ammirano, ma la loro vita non cambia. Perché ammirare Gesù non basta. Occorre seguirlo sulla sua via, lasciarsi mettere in discussione da Lui: passare dall’ammirazione allo stupore.»

Mossi dallo stupore, suscitato dalla medesima immedesimazione con l’esperienza della Settimana Santa, alcuni amici della Fraternità di Comunione e Liberazione hanno accolto l’abbraccio tra il Patriarca Kirill e Papa Francesco, avvenuto all’aeroporto de L’Avana a Cuba, il 12 febbraio del 2016, come un nuovo inizio, un evento così inaspettato e sorprendente da suscitare una riscoperta libertà di incontro e di movimento verso il destino di tutti gli uomini, a cominciare da coloro che ci sono più prossimi nella quotidianità. Rigenerati da questo evento è stato più facile e spontaneo accorgersi della numerosa e significativa presenza nella nostra città di Bari delle comunità ortodossa, a noi accomunata dalla venerazione del santo patrono San Nicola.

Ne è scaturita secondo modalità imprevedibili e gratuite una serie di incontri e iniziative, volte a conoscere e riscoprire, nella diversità delle provenienze e delle flessioni spirituali, il medesimo cuore, il desiderio comune che ci rende uomini, appartenenti allo stesso destino e al desiderio inesauribile dell’Infinito.

L’ultima occasione che ha visto accomunate la sera dell’8 aprile più di cento persone collegate su una piattaforma multimediale ha visto come protagonisti la ricercatrice del Centro Culturale “Prokovskie Vorota” di Mosca, la dott.ssa Giovanna Parravicini, introdotta dal prof. Emanuele Triggiani del Centro interculturale Porta d’Oriente di Bari sul tema “Lo sguardo dell’infinito nel dramma di oggi- la religiosità della Chiesa orientale nella tradizione dell’icona”.

Il prof. Manuel Triggiani, richiamando il filosofo Luigi Russo e la sua introduzione al testo “Vedere l’invisibile. Nicea e lo statuto dell’immagine”, ha ricordato come il Concilio di Nicea del 787 d.C. «oltre a dare uno statuto all’immagine, lo diede anche all’artista: senza quel primo riconoscimento, non avremmo mai avuto l’artista inventore dell’umanesimo». Questo vuol dire che tutta la tradizione artistica e iconografica dell’Occidente affonda le proprie origini nella lotta contro l’iconoclastia, cioè contro quella particolare interpretazione del Cristianesimo che riteneva necessario distruggere le immagini come un residuo dell’antico paganesimo. San Giovanni Damasceno si oppose all’iconoclastia affermando che non venerava come i pagani «la materia … ma il Creatore della materia, che per me si è fatto materia, che ha assunto la vita nella materia e per mezzo della materia ha realizzato la mia salvezza» (Giovanni Damasceno, Adversos eos qui sacras imagines abiciunt, PG 94, 1320). Di conseguenza possiamo affermare che la nascita e lo sviluppo di una civiltà artistica nel Cristianesimo è innanzitutto profondamente connessa all’evento dell’Incarnazione di Dio e che solo l’evento dell’Incarnazione e della Resurrezione di Gesù Cristo dona dignità alla materia in modo definitivo e stabile, intesa come “creazione” del “Creatore” e quindi segno della sua Presenza.

Quindi le icone non appartengono solo alla tradizione della Chiesa ortodossa, ma alle radici stesse della nostra civiltà, in un’epoca in cui la Chiesa dell’VIII secolo, ancora indivisa, era già consapevole della ricchezza di quella civiltà dell’immagine, sorta con la grande civiltà greca e romana di cui si riteneva legittima erede.

Anche nel mondo odierno, per non cadere nella diffusa tentazione nichilista che tende a svuotare la materia e l’esperienza terrena di ogni significato plausibile, stabile e condivisibile, o per non cedere alla deriva spiritualista, diffusa tanto in Occidente che in Oriente, nella ricerca di un sentimento soprannaturale privo di reale affezione alla concretezza della dimensione quotidiana, è necessario rivolgere lo sguardo alle radici

da cui si sono generate speranze, energie e creatività nella civiltà Mediterranea ed Europea.

La dott.ssa Giovanna Parravicini ha esordito, proponendo la celebre creazione di Adamo nel Duomo di Monreale, “fatto a immagine e somiglianza di Dio”, εἰκών (eikon) dell’Eterno, come è riportato nel testo greco della Bibbia (Gen.1,26-27), per affermare che la nostra esistenza ha senso solo se in relazione con l’altro. Lì si coglie la consistenza dell’io, inteso come “Tu che mi fai”: il senso antropologico dell’icona, quindi, valorizza la scoperta di se stessi nel volto dell’Altro, pervenendo alla ragion stessa della propria coscienza, affermata non più in modo isolato ma come luogo di una relazione.

Attraverso un’ampia carrellata di diapositive, la dott.ssa Giovanna Parravicini ha mostrato il graduale e costante processo di formazione dell’iconografia cristiana, dalle prime immagini presenti nelle catacombe romane, ancora connesse per stile e consuetudine ai temi della classicità, alle prime attestazioni di una originale estetica cristiana, come ravvisabile negli splendidi esemplari delle icone del Monastero di Santa Caterina al Monte Sinai. Nelle diverse immagini del volto di Cristo e della Vergine, analizzando la scelta e la posizione delle icone all’interno degli edifici di culto, la dott.ssa Giovanna Parravicini, ha mostrato come l’evoluzione dello stile iconografico abbia costantemente accompagnato l’autocoscienza del popolo cristiano, la sua progressiva maturità nell’esperienza della fede, vissuta anche nelle circostanze più controverse e drammatiche della storia: infatti proprio la celebre immagine della Trinità di Andrej Rublëv, divenne occasione nel XV secolo per il riscatto della Russia dall’incalzante invasione dei Tartari e permise la rigenerazione culturale e civile della nazione. L’apparente stereotipia delle icone russe e bizantine, ha aggiunto la Parravicini, può essere ricompresa paragonandole alle preghiere cristiane: sempre uguali nelle formule ma infinitamente diverse nell’esperienza di chi vi si immedesima implorando misericordia dall’Infinito.

In conclusione il prof. Manuel Triggiani ha richiamato come all’origine della rinascita della grande storia dell’arte occidentale, nella splendida Basilica superiore di Assisi, affrescata da Giotto e dai grandi maestri italiani tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, fosse evidente la volontà di ispirarsi al carisma di San Francesco che – come ha ricordato il Papa nell’omelia della Domenica delle Palme – si commuoveva abbracciando il Crocifisso, arginando così lo spiritualismo dell’eresia catara e, come

suggerito il grande maestro della storia dell’arte italiana Federico Zeri, riconducendo all’origine l’esperienza cristiana e la sua espressione artistica. E’ un tema ancora attuale se, ha infine concluso il prof. Manuel Triggiani, il grande pittore francese Paul Cézanne si stupiva di fronte alla Montagna di Saint-Victoire scrivendo, nella lettera al figlio Paul, che essa offriva «una materia di studio così interessante e varia» che poteva «lavorare per mesi senza cambiare posto, solo inclinandomi un po’ più a destra o un po’ più a sinistra» (Lettera dell’8 settembre 1906).

La dimensione contemplativa, perciò, può generare ancora oggi, nella creatività dell’uomo contemporaneo come nell’iconografo del medioevo, il rinnovato stupore per la realtà quotidiana.

Dario Felice Antonio Patruno


Redazione

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