Forma

Forma

di Rossella Cerniglia 

Le due figlie stavano già per uscire. Dopo che si fu rivestita, guardò fuori dalla porta finestra della sua camera, prima i vasi di fiori che stavano alla ringhiera del balcone: le begonie fiorite e le piccole rose. Il sole era debole: a tratti sbiadiva, poi tornava ad accendersi un poco. Faceva desiderare che la sua luce e il suo calore si estendessero sul mondo. Fuori c’erano i palazzi e un angolo di verde dove erano disseminate eleganti ville residenziali, con doppi ingressi sulle stradelle che si incrociavano e portavano ai cancelli, e poi alberi di pino, abeti, ulivi saraceni e prati verdi, intensamente verdi.

Sentì nel cuore un richiamo a quella natura gioiosa. In un angolo di prato, a distanza, un piccolo albero insignificante, un giovane arboscello, attirò la sua attenzione, chissà perché: era appena distinguibile nel grande prato e nell’intrico di verde, ma per quella fuggevole pochezza esercitava su di lei un fascino struggente, come sentisse quella piccola voce chiamarla e senza un perché, se non a un doloroso senso di nostalgia remota, un invito ad andare oltre dove pareva esserci una terra promessa… ma talmente doloroso e impreciso e angosciante.

Ora, allontanarsi da quell’insistente richiamo era una perdita e una rinuncia indicibile, era una sconfitta, cedere e abbandonare quella piccola gioia luminosa che s’accendeva repentina nel suo animo e brillava senza uno scopo, facendole presagire cos’era la felicità, ovvero che al mondo si potesse, ancora, gioire per qualcosa. Ma cosa? Dov’era la piccola luce a mandare i suoi raggi? Guardò vanamente, in fondo al prato, l’albero stenterello, la frasca mossa dal vento e quella gioia dell’aria, esile quanto il sole. Le colline intorno mostravano le loro groppe grigie, mostruose, come bestie preistoriche che giacessero accovacciate. E avevano un’aria inquietante eppure familiare.

Le figlie erano già uscite. C’era un grande silenzio tra le cose. Ormai non chiedeva più a se stessa di varcare tali distanze. Un tempo, invece, era la sua sola ansia: trovare a chi raccontare se stessa come ad uno specchio. E voleva dall’altro l’assoluta comprensione che ella aveva di sé, lo stesso sguardo pietoso, l’assoluta accettazione che erano come un “sì”, un invito ad esistere, anzi una sanzione.

Allo stesso modo aveva cercato l’amore in una forma disperata, paradossale, inesistente, e aveva voluto credere nel paradosso con quella convinzione di onnipotenza con cui si crede che tutto ciò che si vuole ci sia per ciò stesso concesso. La penetrazione intima dell’altro, una penetrazione che non fosse solo fisica, di due corpi, bensì di due anime: questo aveva voluto, lo aveva cercato. E capiva come il frammento riproducesse il Tutto o aspirasse al tutto attraverso la riappropriazione dell’altro. Ma, a guardar bene, a chi avrebbe potuto ripetere le medesime cose, la sua inguaribile malattia? Su chi avrebbe potuto scaricare il fardello della sua indicibile pena, quella nostalgia indecifrabile che la traeva con l’esca di una sottile malia a mete invalicabili, a un punto che passato e futuro parevano congiungersi e divenire identità?

La gente pareva non far parte del suo mondo. Gli altri erano ebbri delle cose di questa terra. La loro eterna “cura” li distraeva e la vita sembrava trascinarli con sé in un turbine inesausto di sensazioni. Forse, soltanto, lei faceva compagnia a se stessa coi suoi pensieri o forse non era possibile altro; e così ognuno era solo con se stesso, dolorosamente solo coi suoi pensieri e per di più consapevole di questa inalienabile condizione.

Tra tutte le cose del mondo c’è distanza. La distanza è il silenzio e il vuoto, la mancanza di senso. La distanza è pure tra gli uomini, esseri-cosa del mondo, senza giustificazione o senso per il loro vivere, per il loro esserci. Non si sono, infatti, curati di avvertirci, di confidarci quale significato potesse avere l’essere al mondo.

E questo sentimento così sconfortante naufragava nell’oceano della “Distanza”. La Distanza era il demone dell’invalicabilità, era il limite, l’assoluto confine. La Distanza era la soglia remota da Dio, la soglia che rompeva e allontanava i frammenti di quella unità. La Distanza diveniva qualcosa di corposo: era l’idolo-enigma da cui sorge la paura d’ogni vuoto, era la sfinge misteriosa dell’Assenza, era la stasi, l’immobile e la morte.

Ormai aveva capito l’origine di quell’indomabile sensazione. Era a una fatale svolta: di non più cercare rimedio né senso a questa piaga inguaribile, di non più cercare l’incontro dopo i tanti tradimenti della realtà, ma di trovare appagamento in questa sostanziale malattia, di vedere in questo il senso e la pena da scontare, senza più chiedersi il perché. In fondo, i suoi pensieri, i moti del suo animo, le ombre e le piccole luci, le fiammelle di gioia, facevano compagnia a sé stessa; il suo universo ineguagliabile ruotava intorno all’asse del suo sé, con impareggiabile costanza, ed ella sapeva che questa quieta rivoluzione era ciò da cui non poteva essere disgiunta, che questa persistenza dell’eguale nell’ineguale era la sua forma.


Antonio Peragine

Antonio Peragine