Analisi retrospettiva sull’artista altamurano recentemente scomparso  Domenico Ventura

Analisi retrospettiva sull’artista altamurano recentemente scomparso  Domenico Ventura

Giovanni Mercadante

foto di copertina Domenico Ventura

Sulla recente scomparsa di Domenico Ventura, artista altamurano, dal carattere mite, per certi aspetti introverso, poco loquace, si è detto molto, e forse anche poco. Padre di due figli: Francesco e Dario, era  sposato con  Mariolina, sorella del defunto  prof. Fabio Perinei, deputato nonché sindaco di Altamura.

Siamo stati amici; ho ancora il suo numero di cellulare nella mia rubrica. Questo mio modesto contributo vuol essere un semplice  omaggio alla sua memoria.

Un giorno  ci incontrammo a Porta Bari, ero di ritorno da uno dei miei stage all’estero,  probabilmente nel 1968. Lui,  nato nel 1942,  era più grande di me di 3 anni. Avemmo una lunga conversazione.  Aveva da poco finito l’Accademia a Napoli. Ci scambiammo idee sui nostri progetti futuri, ognuno nel proprio campo. Eravamo giovani, pieni di energia e di entusiasmo.

Le sue prime opere iniziarono ad apparire  di lì a breve. In quegli anni, 1970,  il centralissimo Corso Federico II era il salotto cittadino: incontri in Piazza Duomo e struscìo lungo la strada principale con vetrine dei negozi riccamente allestite di loro articoli; oggi purtroppo,  il covid ha desertificato il borgo antico, e ha portato nei luoghi celesti dell’arte anche il nostro artista.

I commercianti erano ben disponibili ad ospitare nelle loro vetrine qualche mio articolo (fotografo Nicola Scalera; il negozio di tessuti Simone, di fronte alla chiesa di S. Nicola); mentre Domenico, per gli  amici Mimmo, si faceva ospitare nella vetrina dell’ottico Colasuonno, o altrove.

Nel 1985 gli feci un’intervista che pubblicai nel mio primo libro  ALTAMURA LA REGINA DELLA MURGIA/Schena Ed./Fasano/1985, aggiungendo altre figure artistiche come Luca Ventura, attualmente in Austria; lo scomparso Franco Nuzzi, poco conosciuto ad Altamura, all’epoca operava in Sardegna.

ll suo atelier era situato all’ultimo piano del Palazzo Melodia in Piazza Duomo. Gli fu messo a disposizione per breve tempo dal farmacista don Salvatore Maggi, all’epoca sfitto. All’inizio della sua carriera ha avuto diversi locali, tra cui uno vicino a casa mia, in via Venezia, angolo via Montecalvario.

                                                                          Colazione a letto

                                               di Domenico Ventura (opera presente in una pizzeria locale) 

La sua prima opera ricordo molto bene fu un nudo con ammiccamenti erotici, non volgari, ma dal piglio decisamente convincente nel suo linguaggio pittorico.

Si fece subito notare per questa dirompente apparizione, al di fuori degli schemi tradizionali. Da tenere presente che il nostro Paese aveva da poco eliminato dall’Ordinamento giuridico la censura contro ogni volgarità: scene erotiche nei film, parole allusive al sesso nelle canzoni, divieto di film ai 18enni.

Insomma la legge sul buon costume veniva archiviata e si apriva una nuova era: libertà di pensiero e di espressione in tutti i sensi.

Mimmo Ventura fu un avanguardista sotto questo aspetto. La sua creatività artistica puntava verso una linea precisa, un punto di fuga particolare nella sua visione onirica,  per esprimere al meglio ciò che gli frullava in testa.

Il suo linguaggio verbale veniva sostituito dalla pittura dove dava sfogo ai suoi pensieri.

Dallo sguardo penetrante, a volte assente perché la sua mente era affastellata da qualche progetto,  riusciva col suo silenzio a insinuarsi nell’animo dell’ interlocutore. Alla ricerca di qualche indizio da trasferire su una  tela.

Infatti, molti soggetti nei suoi lavori non sono veritieri, ma trasformati dai suoi impulsi. Bambini, giovani, ragazze, madre, nelle sue opere non si riscontrano visi comuni; molto sporadicamente. Nella tavolozza dei colori,  raro il cromatismo brillante; piuttosto sempre onnipresente quel grigiore da cui traspariva la sofferenza (era la sua personalità intrisa di tristezza).

Soggetti, nella maggior parte dei casi, traslati in uno spazio senza tempo,  figure smarrite, catapultate in ancestrali situazioni pseudo erotiche; una intimità distorta che affiorava dal subconscio in frangenti incontrollati. Mimmo aveva questa interpretazione del nudo, dell’erotismo; dei genitali femminili e maschili mostrati in imbarazzanti situazioni senza sfociare nella trasgressione più totale; in posizione di riposo, con un velato pudore.

Il fallo, nella mente dell’autore e dei soggetti dipinti,  inteso come punto di partenza e di arrivo nell’opera d’arte. Le rappresentazioni falliche, attraverso i suoi soggetti, sono un caleidoscopio senza fine che generano ilarità, ironia, una pungente provocazione anche al buon senso. Questo era l’artista Mimmo Ventura: prendere o lasciare.

Ecco, il suo linguaggio artistico era indirizzato a scandagliare nell’animo dei soggetti e a far emergere dalle loro profondità il pensiero sull’erotismo, le banalità del momento in cui i personaggi erano rapiti dai pensieri più nascosti; Mimmo li studiava denudandoli della loro personalità, mostrandoli in una sorta di libidine compassata.

Ho raccolto dei brevi commenti di altri amici in comune che manifestano qui appresso  la loro testimonianza.

L’artista cantastorie Donato Emar Laborante, per esempio,  è stato immortalato in un dipinto del maestro Mimmo Ventura, realizzato nel 1988, dalle  notevoli dimensioni: 200 x 130 cm.

All’epoca Donato molto giovane, posto in piedi su due sedie gialle, lo si vede giocare con una fionda,  e alle spalle uno scorcio del palazzo Melodia in Piazza Duomo, e via Già Corte d’Appello, dove sul balcone del Palazzo Viti-Preite si affaccia il vescovo, mentre fa da contraltare un simbolo blasfemo: la bandiera del P.C.I./Partito comunista italiano, che ricorda in qualche modo il famoso film di Gino Cervi: Don Camillo e Peppone.

Molti i ricordi della loro amicizia. Le donne del quartiere davanti alla fontana di Piazzetta Martiri raccontavano episodi che il maestro Domenico Ventura inseriva nelle sue opere.

Nessuno è passato inosservato sotto la sua lente d’ingrandimento che distorceva volutamente le figure: preti, rappresentanti politici, suore; anche in un autoritratto la sua sfrenata simbologia è rappresentata da un lungo fallo e da due attributi a forma di scamorze.

Non mancano ovviamente dipinti ironici, in cui si diverte con le maschere dei suoi amici più stretti, tra cui un quadro dedicato all’amico Tommaso Lorusso, simpaticamente comunista, caratterizzato da  un sorriso smagliante quasi malizioso e inevitabilmente  con i suoi attributi ironicamente rappresentati da un bastone col pomello rosso e due scamorze appese.

Sul Palazzo di Città sono presenti diverse sue opere che fanno parte del patrimonio del Comune.


Redazione

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