Il piano di Biden sulle infrastrutture: al di là di strade e ponti

Il piano di Biden sulle infrastrutture: al di là di strade e ponti

È come un cavallo di Troia”. Ecco la reazione di Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e leader della minoranza al Senato, mentre commentava il massiccio piano infrastrutturale annunciato da Joe Biden in un discorso a Pittsburgh in Pennsylvania. McConnell ha elaborato sostenendo che il progetto si basa su “ulteriori prestiti e ingenti aumenti fiscali a tutte le componenti produttive” dell’economia.

Il programma dell’attuale inquilino alla Casa Bianca di circa duemila miliardi di dollari si aggiunge al pacchetto di stimolo anti-Covid approvato recentemente con voti di soli democratici. I repubblicani, a differenza dei democratici che votarono a favore del pacchetto anti-Covid durante l’amministrazione di Donald Trump, sembrano essersi rinchiusi nella loro tipica strategia di bloccare qualunque cosa un presidente democratico possa fare. Lo fecero in grande misura durante l’amministrazione di Barack Obama e lo stanno mettendo in pratica con Biden.

Biden sa benissimo che il tema delle infrastrutture è popolare con gli americani e in un certo senso anche con i repubblicani, ma lavorare in maniera bipartisan a Washington sembra essere scomparso. Il piano di Biden etichettato “American Jobs Plan” spenderebbe ingenti somme sulle strade, ponti, ferrovie, ma includerebbe anche fondi per nuove tecnologie e il cambiamento climatico. Biden lo ha classificato come “l’investimento più significativo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale” che metterebbe l’America all’avanguardia anche nelle emergenti tecnologie.

Il 73 percento degli americani favorisce il piano annunciato da Biden, cifra molto alta specialmente di questi giorni. Alcuni repubblicani, a differenza di McConnell, se ne sono accorti, riconoscendo l’importanza dei progetti di infrastrutture, obiettando però sulle dimensioni del piano. Il senatore repubblicano del Missouri Roy Blunt, in un’intervista alla Fox News, ha detto che bisogna ridurre il piano di Biden del 70 percento se il presidente spera di ottenere supporto del suo partito. Blunt ha dichiarato che 615 miliardi sarebbero sufficienti perché il resto sarebbe speso in aree che non hanno nulla a che fare con le infrastrutture.

Blunt non ha tutti i torti se si definiscono infrastrutture semplicemente come ponti e strade. Biden la vede diversamente includendo anche l’ampliamento di banda larga a zone in America dove non esiste. Include anche infrastrutture legate all’industria manifatturiera, la modernizzazione delle reti elettriche, migliorie alle scuole, e anche assistenza per la cura degli anziani e per assicurarsi che l’acqua sia potabile per tutti.

Si tratta di una differenza non solo del termine infrastrutture ma anche di una visione del ruolo del governo nella società. I repubblicani continuano ad insistere che lasciando mano libera alle aziende private il sistema funziona per tutti. Una visione limitata poiché le aziende private investono solo quando vedono il profilo dei guadagni. Il tipo di investimenti fatti dal governo non mira a produrre profitti ogni tre mesi per soddisfare gli investitori. Gli investimenti governativi producono alcuni frutti immediatamente ma in molti casi i benefici saranno duraturi e verranno a galla in tempi poco vicini.

I repubblicani non sono gli unici insoddisfatti con le spese della proposta di Biden. L’ala sinistra del Partito Democratico dissente anche ma nella direzione opposta. Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare ultra liberal di New York (14esimo distretto), in un’intervista alla Msnbc ha dichiarato che le spese proposte da Biden sono insufficienti poiché includono un lasso di tempo di dieci anni. La cifra indicata da Ocasio-Cortez si aggirerebbe invece non su duemila ma diecimila miliardi di dollari.

La proposta di Biden sarà dunque massaggiata e discussa alla Camera che come si sa è dominata dai democratici. Alla fine emergerà un disegno di legge che soddisfi le due ali del partito democratico il quale arriverà al Senato dove si prevede una strada in salita. Nella Camera Alta i democratici dovranno fare i conti con il filibuster che richiede 60 consensi per procedere al voto il che vuol dire che 10 repubblicani dovrebbero votare con i democratici. Già si parla di raggirare il filibuster ripetendo la reconciliation che solo richiede una semplice maggioranza se i disegni di legge sono concentrati su questioni di bilancio. La parlamentarian Elizabeth McDonough, il funzionario che consiglia il Senato su questioni di procedure legislative, ha informato i vertici del Partito Democratico che possono usare altre tre manovre di reconciliation nei primi due anni dell’amministrazione di Biden. Una buona notizia per i democratici anche se uno dei loro senatori conservatori, Joe Manchin del West Virginia, ha dichiarato che non appoggia totalmente la proposta di Biden. In particolar modo Manchin è contrario all’aumento delle tasse alle corporation dal 21 al 28 percento che lui vorrebbe ridurre al 25 percento. Va ricordato che nel 2017 i repubblicani ridussero la cifra dal 35 al 21 percento. Tutto sommato, le corporation ne uscirebbero abbastanza bene anche con Biden nonostante l’evidente piccolo passo indietro. Jeff Bezos, infatti, il padrone di Amazon e l’uomo più ricco al mondo, si è dichiarato favorevole alle tasse sulle corporation programmate da Biden.

Questo piccolo sacrificio per le corporation coprirebbe il costo della sua proposta, secondo Biden, anche se il tam-tam di una patrimoniale alle classi benestanti suonato dai senatori democratici di sinistra Bernie Sanders e Elizabeth Warren gli chiederebbe un altro piccolo sacrificio. Non dovrebbe fare loro tanto male considerando anche i notevoli profitti accumulati durante la pandemia. I benefici della nuova proposta però andrebbero a tutti gli americani, come ci confermano ricerche citate in un recente articolo del Washington Post. Uno studio di Moody Analytics ci informa che ogni dollaro investito dal governo si traduce a 1,50 nell’aumento del Pil (Prodotto interno lordo). La crescita verrebbe stimolata al 3,8 percento, la disoccupazione scenderebbe a 3,5 percento e 13,5 milioni di posti di lavoro verrebbero creati. Un altro studio della Georgetown University conferma questi dati anche se il numero di posti di lavoro sarebbe 15 milioni.

La proposta di Biden sulle infrastrutture fa parte dell’ideologia dei democratici di usare il governo per migliorare la società guardando al passato ma anche al futuro. Donald Trump nel suo slogan di “Make America Great Again” (Rifacciamo grande l’America) mirava a riportare il Paese nella società degli anni 50 quando i bianchi dominavano e i gruppi minoritari si trovavano decisamente in una posizione sfavorevole, specialmente gli afro-americani. Biden sta cercando di fare l’America grande includendo però tutti gli americani, prendendo ispirazione dai programmi progressisti del New Deal degli anni 30 di Franklin Delano Roosevelt, la cui foto lui vede ogni giorno dal suo studio ovale alla Casa Bianca.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.


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