Erboristeria delle Lettere – Un viaggio inaspettato: la Pachira

Erboristeria delle Lettere – Un viaggio inaspettato: la Pachira

di Anna Rampini

Cosa regalare a un’amica che inaugura un negozio?

Il solito “gingillo” portafortuna?…Anche no!

Non sono di quelle fissate per gli oggetti che attirano la buona sorte.

Credo, piuttosto, che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino, affrontando i sassi, a volte massi, le buche e le salite che incontriamo sulla nostra strada.

Detto questo il problema resta, cosa le regalo?

Una bella pianta!

Mi reco, dunque, in un vivaio e spiego al fiorista il motivo per cui sono lì.

Sicuro di sé e senza pensarci due volte mi mostra un alberello molto particolare.

Mi incuriosisce la puntualità del suo consiglio e chiedo, oltre le solite informazioni riguardo le cure, l’origine e la storia di questa pianta.

Il fiorista mi spiega che la Pachira è un’elegante pianta ornamentale che appartiene alla vasta famiglia delle Bombacaceae,  piante sempreverdi originarie dell’America Centro – Meridionale.

Questa specie è presente anche in estremo Oriente ed è nota, soprattutto, per la forma caratteristica del suo tronco intrecciato.

Le sue foglie, che crescono a gruppi di cinque, simboleggiano, secondo il Feng Shui, i cinque elementi fondamentali: metallo, legno, acqua, fuoco, terra.

Questa pianta viene chiamata anche albero dei soldi e si pensa che sprigioni energia positiva e, per questo motivo, è spesso donata a chi deve intraprendere un nuovo lavoro.

Perché si chiama così?

Una leggenda racconta che un contadino molto povero aveva pregato per poter cambiare la sua condizione economica; in risposta alla sua preghiera, un giorno, trovò una strana pianta. La prese e la portò a casa sua. In breve tempo il contadino iniziò un nuova attività: aveva cominciato a vendere semi, e più la pianta cresceva, più lui vendeva. In breve tempo  tutti i suoi problemi di soldi finirono. Per questo motivo, la Pachira fu battezzata l’albero dei soldi. Si pensa, infatti, che le sue foglie attraggano soldi, mentre il tronco intrecciato su se stesso li trattenga portando prosperità e ricchezza a chi viene donata.

Non posso non sorridere ascoltando le parole del mio interlocutore e, nonostante il mio scetticismo, decido di regalare una pachira alla mia amica, non tanto come foriero di buona sorte, ma per le origini lontane di questa pianta.

Arrivata a casa, non faccio che ammirarla. Mi sembra di avere un pezzetto di Amazzonia nel mio salotto. Ora non mi resta che sedermi e lasciarmi trasportare dalle parole di Luis Sepúlveda: 

“Antonio José Bolìvar sapeva leggere, ma non scrivere.[…]

Leggeva lentamente, mettendo insieme le sillabe, mormorandole a mezza voce come se le assaporasse, e quando dominava tutta quanta la parola, la ripeteva di seguito. Poi faceva lo stesso con la frase completa, e così si impadroniva dei sentimenti e delle idee plasmati sulle pagine.

Quando un passaggio gli piaceva particolarmente lo ripeteva molte volte, tutte quelle che considerava necessarie per scoprire quanto poteva essere bello anche il linguaggio umano.”

(da Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepúlveda).


Redazione

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