Poesia. ‘Pane e…Quotidiano’

Poesia. ‘Pane e…Quotidiano’

Oggi, 2 maggio 2021, è la Giornata mondiale della risata. Ricordarlo non significa ignorare la tragedia che stiamo vivendo, ma  è un segno di resistenza attiva. Con l’ironia di Ennio Flaiano: Ha una tale sfiducia nel futuro che fa i suoi progetti per il passato.

Il 2 maggio 2003 muore a Sofia Blaga Dimitrova, autrice di poesie, poemi, romanzi, saggi.  Nasce in Bulgaria, a Bjala Slatina, il 2 gennaio 1922 e termina gli studi secondari classici a Sofia. Si laurea in Filologia slava nel 1945 e negli stessi anni studia pianoforte con uno dei più grandi compositori contemporanei bulgari, il Maestro A. Stojanov. Inizia a scrivere giovanissima, collaborando, fin dal 1938, ad alcune riviste di letteratura e pubblica le sue prime poesie. Convinta antimilitarista si reca per ben cinque volte in Vietnam durante la guerra, e adotta una bambina vietnamita di 4 anni. La sua opposizione al regime dei comunisti più fedeli a Mosca, è profonda, basata su forti motivazioni etiche. Alla fine degli anni ’70 comincia a frequentare conferenze sui diritti dell’uomo. Verso la fine dell’era comunista fonda con altri il Comitato per la protezione ambientale a Ruse e il Club per il sostegno della glasnost e della perestroika, che diede origine alla coalizione d’opposizione “Unione delle Forze Democratiche”. Nel gennaio 1992 viene eletta vicepresidente della Bulgaria ma, delusa dalla politica, si dimette nel luglio del 1993 in seguito ai contrasti con il presidente Zelju Zelev e si ritira dalla politica dedicandosi completamente alla scrittura. Notevole è anche la sua attività di traduttrice di classici e moderni della letteratura europea. Traduce in bulgaro Le Metamorfosi di Ovidio e L’Iliade di Omero insieme allo scrittore A. Milev.

ILLUMINAZIONE

Entro nella vecchiaia in punta di piedi,

come in un bosco d’autunno,

passo dopo passo sulle foglie vive

che ancora cadono.

Davanti a me – l’albero della vita.

E lentamente con sguardo ansimante

salgo verso il passato

e scendo nei giorni futuri.

Finalmente! Tanto infinito è per me

il cammino senza fretta.

Le direzioni non sono avare di curve.

La lontananza non fa male.

Non colpisce il gong della luna.

Non può essere incatenato

lo spirito che ha infranto le catene.

Non ti può essere tolto

quello che hai dato.

Mi rimane un’ultima

goccia di luce senza fine.

E spira pace dal mondo intero.

Oggi, 3 maggio, si celebra la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, diritto sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Con l’avvento della tecnologia e dei social media resta precipuo il compito del mondo dell’informazione di difendere la libertà di stampa, il pluralismo e l’indipendenza.

A servizio della verità è anche la scrittrice e poetessa Edith Bruck. Nasce il 3 maggio 1932 in un piccolo villaggio ungherese ai confini dell’Ucraina, in una numerosa famiglia ebrea. Nel 1944 il suo primo viaggio la porta, poco più che bambina, nel ghetto del capoluogo, e di lì ad Auschwitz e Dachau. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio, dal 1954 si stabilisce in Italia, dove conosce Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi e stringe amicizia con Primo Levi. Attraverso l’opera Chi ti ama così (Lerici, Milano 1959), inizia la sua testimonianza dell’Olocausto e la sua carriera di scrittrice e testimone dei campi di concentramento. A Roma inizia un lungo e intenso sodalizio sentimentale e artistico con il poeta e regista Nelo Risi. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui suo marito trae l’omonimo film.  È autrice di poesie e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009), trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B. Nella lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, giornalistica e televisiva. La sua poesia richiama molto lo stile di Primo Levi e ha la forza della testimonianza del dolore dei sopravvissuti alla Shoah.

Educazione

E se il futuro non fosse figlio del passato o del presente?

Ma orfano, tabula rasa per i nuovi nati

per educarli al buono, al bello,

al rispetto di ogni prossimo di qualsiasi etnia e fede.

Non dire mai ai propri figli che sono i più belli

ma che tutti i bambini sono belli.

Educali a dividere a scuola, durante la pausa,

la propria merenda con chi non ha niente

i giocattoli di chi ne ha troppi.

La condivisione fin da piccoli è creatrice di pace

di un mondo nuovo che non è mai esistito.

Potrebbe mai essere?

Dipende solo da noi, senza pregare Dio.

La responsabilità di tutti i mali del mondo

è nostra.

Il 4 maggio 1941, nacque a Sappiane, nella provincia di Fiume, in Croazia,  Adriano Spatola.

Nel 1961 pubblicò la sua prima raccolta di versi; l’anno successivo creò la rivista BAB ILU, che uscì con due soli numeri. Dapprima impegnato a Bologna,  presso la redazione della rivista “Il Mulino”, collaborò successivamente a “Il Verri” e a “Nuova Corrente“. La sua scrittura fu caratterizzata dalla concezione della poesia come fatto visivo, gestuale, fonetico, direttamente connesso a diverse esperienze espressive: arti visive, musica, teatro. Praticò la poesia concreta e la poesia sonora. A partire dal 1966 inizia la sua attività di traduttore dal francese. Nel 1969 pubblicò il saggio “Verso la poesia totale” (Ed. Rumma, Salerno), che si impose immediatamente all’attenzione della critica. Ripubblicato nel 1979  da Paravia, costituisce ancora oggi uno dei più interessanti testi teorici dell’area della sperimentazione poetica novecentesca. Nel 1979, con l’editore Ivano Burani fondò “Baobab”, una rivista sonora, pubblicata in audiocassetta, che recava il sottotitolo Informazioni fonetiche di poesia. Durante l’arco della sua vita, Spatola ha tenuto performance in numerosi festival internazionali di poesia sonora ed ha preso parte a rassegne di poesia visiva in ogni parte del mondo, partecipando anche alla Biennale di Venezia. Amico del cantautore Francesco Guccini,  è citato in due canzoni: una è Bologna  , dove Guccini usa il soprannome con cui è noto presso gli amici, Baudelaire.

Senza finestra

L’odore dell’odore è denso e sopportabile

vivace con tono alto e isterico dolce

negli angoli spesso acuto e penetrante

però difficile da riconoscere intatto

imbarazzante nervoso pronto per l’olfatto

per la possibile sua visualizzazione

chiuso l’inferno gli rimane la visione

il disinfettante il fermaglio per le stampe

limoni gialli cipolle carta consumata

la pioggia inesistente e affogata

compressa per ora in questi fogli piagati

Il 5 maggio 1994 muore a Porto Alegre Mário Quintana, poeta, scrittore, giornalista, traduttore, uno tra i più amati artisti brasiliani. Soprannominato “il poeta delle cose semplici” per la capacità di fare della sua poesia una continua confessione autobiografica, trae ispirazione dalle piccole cose quotidiane. Pubblica i suoi primi versi, su una rivista di Porto Alegre, già all’età di tredici anni.  Nel 1928, entra al giornale O Estado do Rio Grande. Dopo avere partecipato alla Rivoluzione del 1930 si trasferisce a Rio de Janeiro. Nel 1936 torna nel Rio Grande do Sul, a Porto Alegre, e lavora con E. Verissimo alla Livraria do Globo. Ha tradotto Charles Morgan, Rosamund Lehman, Marcel Proust, Voltaire, Virginia Woolf, Giovanni Papini, Guy de Maupassant. Nelle sue opere c’è sempre un certo pessimismo e un grande affetto per un mondo che, dice, gli è «…contro..»

Guardo le mie mani: sole non sono estranee
perché sono le mie. Ma è talmente squisito distenderle
così, lentamente come quegli anemoni del fondo del mare …
Chiuderle, all’improvviso,
le dita come petali carnivori!
Con esse, tuttavia, prendo solo questo alimento impalpabile del tempo,
che mi sostiene, e mi uccide, e va secretando il pensiero
come i ragni tessono le tele.
A che mondo
appartengo?
Nel mondo ci sono pietre, baobab, pantere,
acque canticchianti, il vento che soffia
e in alto le nubi che improvvisano incessantemente,
ma niente, di questo tutto, dice: “esisto”.

Perché a malapena esistono …
Intanto,
il tempo genera la morte, e la morte genera gli dei
E, pieni di speranza e di spavento,
officiamo rituali, inventiamo
parole magiche,
scriviamo
poesie, povere poesie
che il vento,
miscela, confonde e disperde nell’aria …
Né la stella del cielo né la stella marina
sono state il fine della Creazione!
Ma, allora,
chi tesse eternamente la trama di questi vecchi sogni?
Chi fa in me – questa domanda?

Il 6 maggio 1859, nasce ad Amsterdam Willem Kloos, importante rappresentante dei Tachtigers (Movimento degli Ottanta).

Era figlio di un sarto; la madre morì nel 1860 e il padre si risposò nel 1861. Studiò lettere classiche all’Università di Amsterdam. Le sue prime poesie furono ispirate al poeta inglese Shelley. Uno “slogan” di Kloos molto citato è che l’arte deve essere l’espressione più personale dell’emozione più personale. Per Kloos forma e contenuto sono inseparabili e il principio da seguire è quello contenuto nella formula l’art pour l’art (l’arte per l’arte). Il poeta ha due strumenti per descrivere ciò che è nella sua anima: musicalità e immaginazione; egli pensava che ogni singola sensazione portasse con sé la propria immagine. Alla fine del 1885 scrisse il romanzo “Julia. Un racconto dalla Sicilia”, insieme al suo amico Albert Verwey. Il libro, che era un’imitazione di Beets e del suo stile antiquato, nacque come uno scherzo per prendere in giro i critici letterari del tempo. Lo scherzo riuscì, anche se la rivista più importante di quel periodo, ‘De Guids’, non reagì. Nella brochure  a ‘L’incapacità della critica letteraria olandese’ Kloos e Verwey rivelarono che si era trattato di uno scherzo. In seguito ci furono dei contrasti all’interno del movimento dei ‘Tachtigers’. Van Eeden pensava che il socialismo avrebbe migliorato l’arte, mentre Kloos pensava che il socialismo avrebbe portato un livellamento nell’arte. Cominciò a soffrire di psicosi e a bere. Nel 1900 sposò Jeanne Reyneke van Stuwe, scrittrice di romanzi sociali. Le sue poesie continuarono a essere pubblicate dalla ‘Nieuwe Guids’, con cui il poeta continuò a collaborare fino alla sua morte, nel 1938.

Io sono un Dio nel profondo dei miei pensieri

Io sono un Dio nel profondo dei miei pensieri,

e siedo nell’intimità della mia anima in trono

su me e tutto il governo, secondo i comandamenti

di guerre vinte con i miei poteri.

E quando un’armata di oscuri cavalieri

mi si leva contro e si ritrae, messa in fuga

dal mio gesto e dalla lucente corona:

io sono un Dio nel profondo dei miei pensieri.

Eppure a volte senza fine bramo stringere

il tuo adoratissimo corpo tra le braccia,

e singhiozzando forte, con tutto l’ardore

e l’orgoglio e la calma gloria morire

sulle tue labbra in un fiume impetuoso

di baci, dove non troverei più le parole.

Il 7 maggio 1903, nacque a Kazan Nikolaj Alekseevič Zabolockij , poetascrittore e traduttore russo. È considerato uno dei grandi poeti russi del XX secolo, ma rimane ancora poco conosciuto in Occidente. È il primo poeta dell’era sovietica. Dalla sua educazione provinciale ha imparato ad amare la natura e a vedere in essa una parte delle follie dell’uomo.  Ha frequentato  l’Istituto Pedagogico a Leningrado, dove ha cominciato a scrivere poesie. Si è laureato nel 1925, e dopo un anno nell’Armata Rossa, ha cominciato a collaborare con una casa editrice statale che si occupava di letteratura per l’infanzia. Nel 1937 viene  accusato di appartenere a un gruppo sovversivo; è arrestato e mandato al confino in un gulag nei pressi di Qaraǧandy. Dopo il ritorno dall’esilio, comincia a fare il traduttore e pubblica nuove poesie nel 1948 e nel 1957. Muore per un infarto nel 1958, a Mosca, dove si era stabilito due anni prima. Zabolockij apparteneva al ristretto gruppo di «poeti moderni difficili ed è, come Boris Pasternak, un ‘poeta per i poeti’. È stato un innovatore, con la sua nervosa, frammentaria e surrealistica visione del mondo urbano sovietico, una visione sospesa tra satira e disperazione.

Pioggia

Nella nebbia di nebulose rovine

Incontrando l’alba mattutina,

Essa era quasi immateriale

E svestita di forme di vita.

L’embrione, nutrito da una nube,

Si agitava, ribolliva,

E a un tratto, allegro e potente,

Toccò le corde e prese a cantare.

E brillò l’intero querceto

Di un fulmineo bagliore di pianto,

E le foglie di ogni giuntura

Vibrarono nelle betulle.

Tirata da migliaia di fili

Tra il cielo cupo e la terra,

Irruppe nel torrente degli eventi,

Con la testa rivolta all’ingiù.

Cadeva da lontano, inclinata,

Sul canuto stuolo dei boschi.

E tutta la terra col possente grembo

La beveva, dopo tanti fremiti.

L’ 8 maggio 1753 nacque in Senegal (o Gambia) Phillis Wheatley  . Boston5 dicembre 1784).

Nata in Africa, fu catturata e venduta come schiava all’età di sette anni e fu acquistata dalla famiglia Wheatley di Boston. I suoi padroni le insegnarono a leggere e scrivere e la incoraggiarono e sostennero nelle sue aspirazioni letterarie. È stata la prima scrittrice afrostatunitense a veder pubblicata una propria opera. I suoi scritti rappresentano la nascita della letteratura afroamericana . La pubblicazione, nel 1773, di ‘Poems on Various Subjects, Religious and Moral’ le diede fama, e personalità come George Washington lodarono il suo lavoro. La Wheatley fece anche un viaggio in Inghilterra e fu celebrata dal poeta afrostatunitense Jupiter Hammon in un suo componimento. Al raggiungimento del successo come poetessa, i suoi proprietari le concessero la libertà, ma scelse di restare con la famiglia fino alla morte del suo primo padrone e alla conseguente dispersione della famiglia. Sposò quindi un nero anch’egli libero, che però la lasciò ben presto. Morì in miseria nel 1784, mentre stava lavorando ad un secondo libro di poesie, andato poi perduto.

Fu la pietà che mi portò dalla mia terra pagana,

Insegnò alla mia anima ottenebrata a comprendere

Che c’è un Dio, che c’è anche un Salvatore:

Una volta non conoscevo né cercavo la redenzione.

Alcuni guardano alla nostra scura razza con occhio sprezzante,

“Il loro colore è diabolico.”

Ricordate, Cristiani, i Negri, neri come Caino,

Possono essere purificati e unirsi al coro degli angeli.

‘Twas mercy brought me from my Pagan land

Taught my benighted soul to understand

That there’s a God, that there’s a Saviour too:

Once I redemption neither sought nor knew.
Some view our sable race with scornful eye,
“Their colour is a diabolic die.”
Remember, Christians, Negros, black as Cain,
May be refin’d, and join th’ angelic train.

(Traduzione Milena Vallero)

Il 9 maggio 1975, moriva a Milano Giorgio Cesarano, poeta, scrittore e traduttore italiano. Nato da una famiglia del Sud di origini aristocratiche, inizialmente aderì al fascismo e si arruolò a 15 anni nella Xª Flottiglia MAS. Durante questa esperienza rischiò la fucilazione da parte dei partigiani, ma, terminata la Seconda guerra mondiale, mutò orientamento politico, iscrivendosi al Partito Comunista Italiano. Iniziò a collaborare con varie testate giornalistiche, tra cui l’Unità. Dal Partito fu poi allontanato nel 1946; lavorò a Bergamo come antiquario, proseguendo a collaborare con alcune riviste. Nel 1959 uscì la sua prima opera, una raccolta intitolata ‘L’erba bianca’. Frequentò i circoli culturali della Lombardia conoscendo, tra gli altri, Franco Fortini, Giovanni Raboni, e Giovanni Giudici. Lavorò poi come traduttore dal francese e autore di sceneggiati per la RAI, trasferendosi da Milano a Pieve di Compito (LU), dove ospitò in tumultuosa amicizia Guy Debord e Jacques Camatte, elaborando insieme a Gianni Collu le prime teorie critiche sulla biopolitica. Nel 1975, tornato nel capoluogo lombardo, morì suicida.

 

I riflettori

Giocando per strada.

Finché viene sera.

La luce del lampione, prima

come una polvere

leggera: brilla, sfuma,

si consuma, ma poi

s’addensa

e cade

sul lastrico, in tondo, cono

dove non si può entrare, limite

che non si varca (come

certi stralunati gatti

si potrebbe restare, trattenuti

appena percettibilmente

prigionieri).

(Da Reperti del Ghetto e del Lager, 1961-1962)

Il 10 maggio 1961 è nato, ad Alessandria, Roberto Cotroneo, giornalista, scrittore e critico letterario italiano. Ha studiato Filosofia all’università di Torino e pianoforte al Conservatorio di Alessandria. Dal 2004 è editorialista dell’“Unità” e collaboratore di “Panorama”.
Nel 2003 esce per Mondadori Chiedimi chi erano i Beatles. Lettera a mio figlio sull’amore per la musica, un racconto sulla musica vista attraverso storie, ricordi, pensieri e grandi suggestioni.
Ha curato il volume delle “Opere” di Giorgio Bassani per la collana di classici “i Meridiani” di Mondadori (1998) e ha scritto saggi su Fabrizio De André e Francesco Guccini. Alcuni suoi racconti sono pubblicati in varie antologie. I suoi libri sono tradotti in molti paesi del mondo.
Finalista al Premio Campiello, nel 1996, con Presto con fuoco,  nel 1999 vince il premio Fenice-Europa con il libro L’età perfetta. Ha scritto e pubblicato anche libri di poesie: I demoni di Otranto (2012), L’innocenza dell’errore (2014), In quest’alba dove ricomincia il tempo (2016)

Non conforta

l’assenza non è neppure

un dolore con cui avvolgersi,

come fosse una coperta

necessaria,

per quanto non voluta.

L’assenza non è la curva

della strada.

L’assenza è

un miraggio rovesciato.

Viviamo di apparizioni

divine e terrene.

E non sappiamo capire

quell’assenza che è un fruscio,

il cigolare sommesso di una porta,

la linea d’ombra che va a spegnere

il bianco di un muro,

il grigio di certi pomeriggi,

appena prima che arrivi

un tramonto,

quando il sole si è deciso

a sfumare sotto l’orizzonte,

ma non ha deciso di farlo

nel solito modo,

quello che piace a tutti.

L’assenza non è

un telefono muto,

quella è la morte.

L’assenza è un telefono

che squilla una volta soltanto

e smette

prima che tu dica

“Pronto…”


Redazione

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