Il “mio” Dante, dalla valle oscura a testimone del desiderio di felicità

Il “mio” Dante, dalla valle oscura a testimone del desiderio di felicità

Confesso che la mia esperienza delle Tre cantiche dal 1974 al 1976 di studente del Liceo classico, desideroso di apprendere ma ancorato al voto, non trovò un approccio felice perché costretto ad imparare a memoria qualche canto in maniera costrittiva, pena voto basso, più che invogliato ad approfondire l’architettura dantesca e la sua lingua lontana dalla nostra ma pur sempre dolce stil novo e quindi prima testimonianza della lingua italiana, tanto che mi creai una mia architettura dell’inferno dantesco, strumento personale di ausilio didattico che fu di  compagnia allo studio e mi incuriosì a tal punto da amare il poeta ancora oggi.

Sicuramente Venditti ci ha messo del suo quando ha scritto nel 1975 Compagno di scuola cantando “Ma le domande non hanno mai avuto una risposta chiara/E la Divina Commedia, sempre più commedia/Al punto che ancora oggi io non so/Se Dante era un uomo libero/Un fallito o un servo di partito/O un servo di partito/Ma Paolo e Francesca, quelli io me li ricordo bene/Perché, ditemi chi non si è mai innamorato/Di quella del primo banco/La più carina, la più cretina, cretino tu/Che rideva sempre, proprio quando il tuo amore/Aveva le stesse parole, gli stessi respiri del libro/Che leggevi di nascosto sotto il banco.” E che dire del celeberrimo verso “amor ch’a nullo amato amar perdona….lo scriverò sui muri e nelle metropolitane” utilizzato da Jovanotti nel 1994 nel primo rap italiano girato in bianco e nero sul cornicione di un palazzo in costruzione.

Forse negli anni non ho perso il desiderio di apprendere ed entrare nel mistero del personaggio Dante, un poeta che grazie alla poesia ha trovato la sua resurrezione, la redenzione oltre la giustizia umana. E quindi grazie ad un professore di latino e greco, sembra un paradosso,  ho avuto modo di assaporare la bellezza della Divina Commedia e delle altre opere come testimonianza di una vita vissuta pericolosamente, una vita spericolata e in totale libertà in cui la poesia rappresentava l’anelito del poeta ad affermare che fosse meglio morire esule a Ravenna piuttosto che tornare a Firenze e ammettere le sue inesistenti colpe. Apparteneva al partito dei Guelfi bianchi e ricoprì cariche di rilievo quali componente del Consiglio del popolo ed era nel consiglio dei dieci. Nel 1302 con due sentenze successive fu condannato con questo dispositivo:

“Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estorsive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5.000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia) e se lo si prende, al rogo, così che muoia”.

Una sentenza infamante che lo portò all’esilio perpetuo e proprio in esilio compose la Divina Commedia e morì a Ravenna dove fu sepolto.

Solo nel 2008 la città di Firenze riabilitò la sua persona anche perché non vi sono prove della sua “baratteria” corrispondente alla moderna corruzione. Papa Francesco nella ricostruzione dettagliata delle citazioni di Dante nel magistero dei papi  lo definisce “profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità”. Sottolinea altresì che Dante non ha paura di affrontare il giudizio dei potenti del suo tempo ma voce libera, diventa testimone del desiderio di libertà dell’uomo, vivendo a pieno la propria umanità, “accogliendo e vivendo con gratitudine il dono e l’impegno della libertà.”

E l’ultimo verso dell’Inferno  “…e quindi uscimmo a riveder le stelle” sia di speranza e sproni tutti a vivere una Pasqua diversa, di cambiamento radicale, convincendo le persone a incontrarsi senza barriere ideologiche in una umanità che conosce Dio non come aiuto a vivere ma come colui che indica in Gesù Cristo la strada da seguire in assoluta libertà per raggiungere la felicità, nella consapevolezza che solo insieme possiamo essere felici.

Dario Felice Antonio Patruno


Redazione

Redazione