Debora Serracchiani è la nuova capogruppo del Pd alla Camera

Debora Serracchiani è la nuova capogruppo del Pd alla Camera

La vicepresidente dem si è imposta con 66 voti contro i 24 di Madia che commenta in modo polemico: “Le correnti non si superano in un giorno”

di Paolo Molinari

I deputati Pd hanno scelto Debora Serracchiani come nuova capogruppo alla Camera. In 66 hanno le hanno dato la preferenza, 24 hanno votato per Marianna Madia, un deputato per Barbara Pollastrini, una scheda è risultata bianca e un’altra nulla. Nessuna unanimità, ma competizione vera come ha riconosciuto la stessa Serracchiani dopo l’elezione.
“Che ci sia stata una competizione nel gruppo è sicuramente una novità, ma è anche un fatto positivo. Abbiamo un gruppo compatto ed è stato compatto nelle decisioni più complesse di questa legislatura e sono convinta che lo sarà adesso”, ha spiegato la nuova presidente dei deputati, mettendo da parte le tensioni che hanno attraversato il partito nelle ore precedenti al voto, con Serracchiani e Madia a confrontarsi a colpi di lettere.

L’ultimo scambio a distanza

L’ultimo scambio era arrivato al mattino mattina, quando Madia ha messo nero su bianco le ragioni delle sue perplessità su come si è sviluppato il lavoro per arrivare a questo voto e Serracchiani che segnalava i punti del ‘suo’ programma per il gruppo.

Un confronto a viso aperto scaturito dalla richiesta del segretario di avere due donne ai vertici di  un partito “profondamente incrostato di maschilismo”, come ammette lo stesso Letta.

Una scelta accolta, almeno pubblicamente, da cori favorevoli, se non fosse che il segretario confessa di aver dovuto “combattere in questi dieci giorni contro le critiche di maschi bianchi, cinquantenni, che dicevano: ma come, due donne pur che sia?”.

Letta non fa nomi di candidate, non interviene nella lunga disputa sull’avvicendamento al vertice dei Gruppi parlamentari. Fino a qualche ora prima della sua decisione di candidarsi alla segreteria dem, sembrava impossibile andare a toccare lo schema che si era creato quasi tre anni prima, dopo le elezioni politiche 2018 e l’arrivo in parlamento degli eletti con le liste redatte da Matteo Renzi.

La nuova maggioranza degli organi del Pd arrivata per sostenere Nicola Zingaretti poteva provocare un corto circuito nel partito, evitato solo con il ricorso alla gestione collegiale imposta dal governatore del Lazio. Fino alla nascita del governo Draghi, quando le correnti hanno rotto la pax zingarettiana e il segretario si è dimesso.

La scommessa di Letta sulle donne

Come smarcarsi dalle logiche correntizie, dunque? Letta punta sulle donne, soprattutto perchè si tratta di un passaggio necessario per un Pd che vuole giocare un ruolo da protagonista nel panorama dei progressisti europei, dove il tema della parità di genere ha già, da anni, una sua cittadinanza.

“Il tema delle donne è un tema profondamente incrostato che ha bisogno di una cura shock”, dice il leader dem. Eppure le correnti tornano a far parlare di sè. Lo fanno proprio quando la strada sembra avviata verso quella “competizione positiva”, libera dalla ricerca spasmodica dell’unanimità, evocata da Letta.

Sul nome di Serracchiani, dicono alla Camera, c’è stata una saldatura fra più correnti e, in particolare, fra quella di Base Riformista, guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti, e quella di Areadem che guarda a Dario Franceschini.

“I partiti politici sono lo strumento che seleziona la classe dirigente e propone soluzioni agli elettori”, dice Letta interpellato al riguardo da Milena Gabbanelli: “In tutto questo c’è però la responsabilità politica di chi guida e che deve premiare il talento e non le appartenenze correntizie. Sono legittime le differenze di pensiero, ma è sbagliata che l’organizzazione delle correnti si sclerotizzi e occupi tutti gli spazi del partito”.

“Le correnti strumento di spartizione”

Concetti che ritornano anche nella lunga lettera-intervento che Marianna Madia invia ai colleghi deputati: “Quando le correnti sono i luoghi di autonomia ed elaborazione e promozione di una linea politica hanno un senso, quando si riducono a strumenti di spartizione di posti diventano solo un riflesso incondizionato, una delle ragioni dell’indebolimento della nostra proposta politica. Siamo talmente esposti su questo tema che è diventato già oggetto di satira politica da parte del nostro popolo”.

All’intervento delle correnti – assieme all’accusa di “cooptazione mascherata” mossa da Madia nei confronti di Graziano Delrio e da questo respinta con decisione – a far deflagrare lo scontro interno. Una situazione tanto tesa da spingere il tesoriere Walter Verini ad appellarsi alle due candidate perchè respingessero gli accordi e, se questi fossero già conclusi, li disconoscessero.

Tanto tesa da far ipotizzare la possibilità di un sorteggio che evitasse il voto in assemblea. Il segretario respinge l’ipotesi e dice chiaramente che “all’interno del Parlamento è giusto che valga la regola dell’elezione”, anche perchè Madia e Serracchiani “sono entrambe brave, dopo di che i singoli parlamentari e’ giusto che abbiano una preferenza per l’una o per l’altra.

La soddisfazione del segretario

“Normalmente tutti gli organi di vertice del Parlamento vengono eletti a scrutinio segreto, fa parte della libertà dei parlamentari”. La soddisfazione del segretario Letta è affidata a un Tweet: “Dopo il voto di oggi sarò felice di lavorare insieme a Debora Seracchiani e Simona Malpezzi. Due donne determinate, di qualità e competenti. Saremo un’ottima squadra. Guardare avanti”.

Ora, come dice Madia lasciando la sala Berlinguer, sede di seggio del gruppo Pd alla Camera, c’è da “costruire insieme, perché questo è un Gruppo parlamentare”. E l’accento, ad ascoltare Madia, sembra cadere su quel ‘un’, con l’accezione di unico, contro il partito frazionato delle aree politiche.

Fonte: AGI


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