Erboristeria delle lettere. Natura e mistero nella poesia medievale

Erboristeria delle lettere. Natura e mistero nella poesia medievale

La prossimità delle feste pasquali mi ha suggerito un pensiero che vorrei condividere con voi, cari Lettori, e che vuole mettere a tema, seppur a pennellate rapide e grossolane, il legame profondo che univa poesia e natura nei primi secoli dell’era cristiana.

Non tutti sanno che la poesia, tra la fine del tardo impero romano e l’avanzata età carolingia, ha giocato un ruolo predominante, non solo nella liturgia cristiana, ma anche nella formazione di quell’identità che noi oggi chiamiamo ‘mondo occidentale’. A sant’Ambrogio non sfuggì infatti che una ripetizione ritmica di precise verità di fede potesse essere utilizzata per tradurre il dogma in una realtà più accessibile al popolo, non sempre dotto, in grado comunque di assimilare, attraverso la bellezza della versificazione, i nuclei fondamentali della fede stessa: così nacquero gli inni.

Una delle caratteristiche che immediatamente balza all’occhio della produzione poetica tardo antica e alto medievale è senza dubbio la poliedricità, la cultura e la mancanza di preconcetti da parte degli Autori. Ci troviamo dinnanzi a persone estremamente colte, raffinate, di larghe vedute.

Tra di essi spicca, nel VI secolo, il vescovo di Poitiers Venanzio Fortunato, celebre autore di poesie in lingua latina. Una tra tutte ha colto il questi giorni la mia attenzione: Pange lingua gloriosi proelium certaminis, caratteristico inno che denota i vespri della Settimana Santa, restituito all’integrità della sua forma originale solamente qualche decennio fa.

Si tratta di un componimento dal marcato lirismo, attraversato da accenti dolci e drammatici, che ripercorre la vita del Cristo e la sua missione.

Rileggendolo in questi giorni, sono stato catturato da alcuni versi in particolare. Vediamoli:

[…]

en aceto, fel, arundo,

sputa, clavi, lancea;

mite corpus perforatur,

sanguis unda profluit

terra, pontus, astra, mundus

quo lavantur flumine.

Crux fidelis, inter omnes

arbor una nobilis,

nulla talem silva profert

flore, fronde, germine,

dulce lignum dulce clavo

dulce pondus sustinens.

L’intero complesso della natura viene coinvolto dall’Autore, attraverso un crescendo lirico, a partecipare del dramma che si sta consumando: è come se, attirato da una forza invisibile e calda, il lettore medesimo fosse a sua volta trascinato nell’andamento cosmico di questi versi.

Dice: “…scaturiscono sangue ed acqua, la cui corrente lava la terra, il mare, le stelle, il mondo intero. Croce fedele, nobile albero, unico tra tutti! Nessun bosco ne offre uno simile per fiore, foglie e germoglio…”.

Anche se la traduzione, nella sua ruvidità, smarrisce l’afflato del testo latino, da questi pochi versi intuiamo ugualmente quale poteva essere lo sguardo di un Padre della Chiesa verso la natura; ne emerge una visione armoniosa ed unitaria, tale da fondersi con la poesia, la fede ed il canto.

Sarebbe opportuno ascoltarne la versione cantata, facilmente reperibile su internet, per assaporare appieno tutta la bellezza del testo.

Questo, naturalmente, è solo un assaggio di quanto ha saputo produrre il Medio Evo, epoca in cui si ravvisava nella Natura un linguaggio mistico e primordiale, che attraverso la poesia era in grado di introdurre l’umanità alla contemplazione dei più alti misteri.

Al di là del mero fattore religioso, ci troviamo dinnanzi a monumenti perenni, che a distanza di secoli non cessano di emanare luce e meraviglia, in una cosmica sinestesia che abbraccia la parola ed il suono, affratellando la natura al mistero.

Stefano Toson


Redazione

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