Albania tra chi parte e chi arriva

Albania tra chi parte e chi arriva

Chiristian Elia

Trent’anni dopo la nave Vlora, i giovani continuano a partire per avere un’alternativa. Ma per i lavori che perdono manodopera qualificata iniziano ad arrivare i lavoratori stranieri.

L’effetto ottico è straniante: tre donne, che riparano a mano le reti da pesca, affiancate, mentre sullo sfondo un murales ritrae la stessa immagine. Porto di Durazzo, la parte dell’antichissimo approdo occupata dall’Associazione dei Pescatori della città. Andika, Melona e Vasha son da anni nello stesso posto, ogni mattina, tra una pausa caffè e molte risate.

Il murales, realizzato assieme a molti altri dopo la ristrutturazione del porto avvenuta qualche anno fa, è un omaggio a loro, che da sempre sono un monumento vivente e un elemento di continuità nella vita frenetica del porto, tra pescherecci che arrivano e barche che partono, manutenzione e sbarco del pescato, stoccaggio e carico dei furgoni frigorifero pronti a partire.

Son passati trent’anni da quando, dagli stessi moli, vecchie barche si lanciavano in mare, verso l’Italia e verso un’altra vita. Piene all’inverosimile, di uomini e donne, vecchi e bambini, ma soprattutto cariche di una grande fame di libertà.

Oggi, trent’anni dopo, l’Albania è molto cambiata, ma l’emigrazione resta un flusso senza fine. È cambiata, adesso, ma sempre con la valigia in mano. Secondo un sondaggio pubblicato alla fine del 2019 dalla fondazione tedesca Friedrich Ebert il 40 percento dei giovani albanesi vuole emigrare. L’Italia, oggi, nei desideri, viene dopo la Germania e il Regno Unito, ma forse i trent’anni passati dal crollo del regime non hanno realizzato le promesse del 1991.

Uno dei settori interessati dalla ‘fuga’ è la pesca. Besim Troplini è il veterano dei pescatori di Durazzo. Biologo marino, studi in Italia, da sempre vive e lavora nel porto della città. “Ai tempi del regime c’erano solo 40 barche attrezzate, a Durazzo. Mi sento fortunato, perché in quegli anni non potevi scegliere sempre cosa volevi fare. Io ho potuto studiare, anche in Italia, e stare in mare che è l’unica cosa che sognavo di fare. Il mercato all’epoca era solo interno: pescavamo e consegnavamo tutto allo Stato. Dopo il 1991 è accaduto di tutto – racconta Besim – i trafficanti usavano le barche per altro, mentre i pescatori italiani e croati, sapendo che non c’erano controlli, hanno saccheggiato i nostri fondali. Noi siamo rimasti qui, in pochi all’inizio, poi ci siamo ristrutturati. Oggi abbiamo l’Associazione dei pescatori, che funziona per coordinare tutto e gestiamo il porto. Sono 105 le barche ufficiali a Durazzo, 250 in tutto il paese. In totale impiegano fino a 1000 pescatori, fino a 4000 con l’indotto. Non sono pochi in questo paese, ma non è facile trovare pescatori.”

Besim, capelli bianchi e occhiali da sole, sembra respirare il mare mentre racconta nella caffetteria del porto. I giovani lo stanno ad ascoltare, ma non sono molti. “I giovani albanesi non ne vogliono più sapere di questa vita, è difficile, stanca, ci si vive, ma non si diventa ricchi. E diventare ricco è l’obiettivo di ogni albanese giovane, dopo tanta fame”, sorride Besim. “La situazione era complicata, ma per fortuna sono arrivati gli egiziani! Son bravi, hanno voglia di lavorare e ci capiamo al volo.”

Ed è così che, mentre tutto il mondo ricorda il 1991 e l’arrivo sulle coste italiane degli albanesi in fuga, l’Albania inizia ad accogliere migranti, decisivi per un settore che altrimenti collasserebbe man mano che la generazione di Besim si ritira.

Uno di loro è Ahmed. Un volto che sembra una carta nautica, bruciato dal sole di molti mari e molti imbarchi. Sorridente e accogliente, è contento di raccontare il contributo suo e dei suoi connazionali al mondo della pesca in Albania. “Siamo circa 250 a lavorare in Albania, tutti professionisti. Io vengo da Dumyāṭ, Damietta come dite voi italiani, me l’ha detto un vecchio compagno di barca. Non so davvero dirti da quando lavoro in mare, mi sembra di esserci da sempre, dalle mie parti è così. Ci sono dei miei paesani, ma la maggior parte arriva da Alessandria e Port Said. Da noi non c’è lavoro, si impara il mestiere dai vecchi e – appena si riesce – si parte. Ho lavorato per tanti anni in Grecia, anche in Bulgaria, ma tra di noi è iniziata a girare la voce che in Albania c’era richiesta e siam venuti.”

Un giovane collega egiziano ascolta in silenzio Ahmed, sorride, mentre stringe una bustina con un po’ di sardine che porta via per pranzo. “Le paghe sono tutto sommato buone”, dice Ahmed. “Noi riceviamo dall’armatore un fisso mensile, sui 200 euro, e il 40% dei proventi della pesca. Dipende da come va la battuta di pesca, ovviamente, ma quello è il destino dei pescatori. In Albania, alla fine, stiamo bene: la vita costa poco, la gente è accogliente con noi, curiosa. Magari i giovani fanno un po’ più fatica, sentono la mancanza delle famiglie, mentre alla mia età ti abitui a star da solo, ti abitui a stare con il mare”, racconta Ahmed, a bordo della barca con la quale di notte prenderà il largo.

“Sono simpatici, anche se i giovani sono un po’ troppo religiosi per i miei gusti!”, se la ride Andika, la veterana delle reti. “Si fanno voler bene e alla fine qui, al porto, ci diamo tutti una mano, perché il mare è fatica e quando si fatica assieme si diventa amici”, conclude, mentre le due socie annuiscono.

“Senza di loro il settore sarebbe in difficoltà”, conferma Besim. “Il nostro lavoro basta a vivere, grazie a polpi, gamberi e alici, esportiamo in Europa e altrove, mentre la pandemia ha praticamente bloccato il mercato del pesce fresco. Con gli aiuti di Stato che tengono calmierato il costo della nafta stiamo a galla, ma siamo preoccupati per lo stato dei fondali, sempre più poveri di pesce. Almeno grazie a questi marinai che sono arrivati dall’Egitto la manodopera non manca. Un problema in meno e un grande aiuto in più.”

La giornata volge al termine, una fila di lavoratori egiziani si avvia all’uscita, per un giro in città. Ahmed e Besim, le tre signore delle reti, molte altre persone, si muovono sullo sfondo del porto di Durazzo, che per anni è stato un muro invalicabile – durante il regime – poi è diventato un punto di partenza, oggi torna a essere un punto di arrivo per altre vite e altre storie. In fondo le migrazioni sono una corrente, che non smette mai di muoversi tra le onde di molti mari e di diversi periodi storici.

In copertina foto di Arber Xhaferaj (come tutte quelle presenti nell’articolo)


Redazione

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