La Commedia degli equivoci e i veri ispiratori di Dante

La Commedia degli equivoci e i veri ispiratori di Dante

Dire che l’Alighieri plagiava è come dire che Goethe scopiavazzava. Tanto più se si afferma che a subire il plagio sarebbe stato il Corano

© Foto: iicbuenosaires.esteri.it  – Purgatorio, Canto XVI, Divina Commedia

Arriva l’immancabile esperto e su un giornale tedesco ci informa che Dante era un fake: falso il genio, falsa la lingua, magari anche lui falso nemico di falso papa. Una magliarata durata otto secoli. Se così, onore al merito: ci ha preso tutti in giro per quaranta generazioni. Meno male che alla fine arriva l’esperto tedesco e ti spiega le cose.

Alzi la mano chi non ha mai sbirciato dal compagno di banco durante un compito in classe, o scrivendo un tema su Dante. Nemmeno gli specialisti e i professoroni, ci giureremmo, hanno la coscienza a posto. E allora perché tacciare Dante di plagio, pigrizia mentale, incapacità di elaborazione e scopiazzatura, magari con la debole affermazione a sostegno che il viaggio di Maometto in cielo (XVII Sura del Corano, se non andiamo errati) gli ha già fatto lo spoiler?

Sarebbe come dire che Goethe è una patacca solo perché immagina il diavolo che tenta l’Uomo (già nel Vangelo di Marco, 1, 12-13) o perché rivela all’Europa che ci si può ammazzare per amore.

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© Foto: iicbuenosaires.esteri.it

Purgatorio, Canto XVI, Divina Commedia 

Povera Lotte, sei solo una tra mille, in mezzo alle sgrinfie che per fare le preziose ne combinano una davvero grossa. Quanto al tedesco e all’italiano, una cosa in comune ce l’hanno: sono entrambi la sintesi di cento lingue e cento patois, che li precedono e a loro sopravvivono. Portate un bergamasco in Puglia e fatelo parlare in dialetto: crederanno tutti che sia di Amburgo. Portate un bavarese nel Meclemburgo e fatelo esprimere nel suo vernacolo, e tutti saranno sicuri che venga da Bitonto. Anche la lingua in cui si esprime la Frankfurter Rundschau, a questo punto, è una lingua di lavoro inventata ad arte.

Ora, quello che colpisce in questa critica non è tanto il negare a Dante la paternità dell’Italiano, ché di parto lungo e difficile si trattò e Jacopone e Cielo un qualche merito ce l’hanno. A dar fastidio è semmai l’idea che avesse copiato, il meschino, usando magari Google Translate perché incapace di capire l’arabo in versione originale. Perché è vero, copiare è un’arte e la si apprende a scuola per la vita, ma dire che Dante faceva il copia-incolla dal Corano non è solo ingeneroso: è assolutamente fuorviante. Una Commedia degli equivoci, alimentata magari da un giudizio che, se pronunciato nella Firenze del Trecento, avrebbe portato all’esilio perpetuo.

Se si voleva trovare qualche modello, la storia della letteratura ne è piena e non c’era bisogno di scomodare il Profeta. Ci proponiamo, quindi, come suggeritori all’esperto poco fantasioso.

Il Canzoniere nel cuore dell’Anatolia

Contemporaneo di Dante era, ad esempio, Jalal al-Din Rumi. Visse nell’Anatolia centrale una generazione prima di lui: giusto in tempo per essere copiato. Scriveva nelle sue liriche che l’amore era la forza del creato, e scatta il sospetto sull’Amor che move il sole e l’altre stelle.

Nelle sue liriche (si intitolano “il Grande Canzoniere” e allora si pensi a Petrarca: un altro fake colossale) nelle sue liriche, dicevamo, si legge: “Per baciare la rosa / che dona splendore alla coppa / il mondo ora mostra la lingua /come il fiore del giglio”. E qui casca l’asino: la rosa, quindi la Rosa Mistica del Paradiso; la coppa, quindi gli ammiccamenti alla cultura graalica di origine iranica sul modello di Wolfram compiuti da Dante; infine il Giglio, che non ha bisogno di spiegazioni: lo portano ancora sulle magliette da calcio.

Ma se si voleva trovare un precedente apparentemente scomodo, perché non si è pensato a Virgilio? Dante lo conosceva praticamente a memoria e l’Eneide (VI, 637-693) racconta giustappunto della discesa di Enea nell’Ade. Solo che Beatrice porta Dante a Dio, mentre Didone quel manigoldo che l’ha sedotta e abbandonata lo manda più o meno all’Inferno.

Prima ancora Ulisse nell’Odissea (X, 562 e seguenti) aveva fatto lo stesso, il precursore. Quindi anche Virgilio scopiazzava. Persino Omero. Tutti a fare il verso a Gilgamesh, eroe sumero, che interroga gli dei su come sia l’aldilà e come ci si trovi il suo compagno Enkidu. Viene accontentato nella sua sete di sapere, anche se poi capisce che avrebbe fatto meglio a non petulare. Orfeo ebbe più fortuna nell’andare a riprendersi Euridice, Proserpina invece riemerse a metà servizio, ma quel copione di Bernini ci fece lo stesso sopra una statua. Italiani, buoni solo a prendere le idee degli altri.

Il sogno del cavaliere

Dice quello: tutto vero, ma un conto è la discesa nell’Ade un altro il viaggio nell’aldilà cristiano. E no, perché anche qui c’è il precedente. Si intitola “Visio Tnugdali”, ed è talmente noto che Sellerio lo pubblicò anni fa in Italia. È la storia di Tnugdal, cavaliere celtico d’Irlanda, grande peccatore che nel mezzo del cammin di sua vita si ritrova in un sogno catartico, e vede l’inferno organizzato a gironi sulla base delle varie categorie del peccato commesso.

Poi però si guarda meglio e si scopre che il viaggio tra l’isola dei beati e quella dei dannati è uno dei punti centrali delle peregrinazioni di San Brandano, irlandese anch’egli, che a sua volta – c’è chi dice – riprende la narrazione di Bran il Benedetto che poi compare nel Mabinogion che contiene a sua volta i primi racconti arturiani che aiutano Chretien de Troyes a idealizzare l’amor cortese che poi è quello che fa da base alla donna dello schermo di Dante. E qui il ciclo, finalmente, si chiude.

Oppure no, perché è l’eterna storia dell’uomo e della sua speranza di vedere la Rosa mistica, a far muovere il sole e l’altre stelle, e magari anche la buona letteratura. Tutto il resto è un effimero articolo di giornale.


Redazione

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