Recensione. Marcello   Veneziani, Dante, nostro   padre. Il pensatore visionario che fondò l’Italia

Recensione. Marcello   Veneziani, Dante, nostro   padre. Il pensatore visionario che fondò l’Italia

Vallecchi, Firenze 2020, pp. 222, €18.00.

Danilo Breschi

Lo sappiamo, ormai. L’Italia, caso unico al mondo, o quasi, non fu fondata da un condottiero in armi. Nacque dalla testa e dal cuore di un poeta in esilio. Il sommo tra i poeti. Nazione culturale, la nostra, ben prima che politica. Anzi, in tal senso ha faticato ad esserlo per una serie nutrita di problemi oggettivi. Non è questione di antropologia, non così come si legge sui giornali e si ascolta in radio e tv. Credo sia stato, e continui ad essere, ben più pesante e discriminante il fardello della storia. Lo aveva capito Machiavelli ad inizio Cinquecento. Agli albori del processo europeo di formazione dei primi embrioni di Stato-nazione lo aveva capito proprio il nostro Dante.

Si suole appellarlo “il Sommo Poeta”. Eccesso retorico? Non credo, se teniamo conto anche di questa osservazione iniziale con cui Marcello Veneziani introduce con un lungo saggio una interessante ed utile antologia critica di recente uscita per i tipi fiorentini di Vallecchi:

«nessuna opera e nessun autore può paragonarsi a Dante e alla sua opera per una ragione che trascende l’arte della narrazione, il prodigio della scrittura, la potenza delle immagini: è la capacità di trasformare il lettore, condurlo in un cammino spirituale e iniziatico verso la salvezza, accompagnato per mano dall’autore medesimo che si mette in gioco nel suo racconto, di cui è protagonista, testimone e medium». Siamo ben oltre il classico, la grande opera che sfida e vince l’usura del tempo, ci dice Veneziani. È certamente con la Commedia, opera poi appellata Divina, aggettivo attribuitole successivamente dal Boccaccio e divenuto comune dagli anni cinquanta del sedicesimo secolo, che Dante ha donato al genere umano uno di quei «capolavori che segnano una civiltà», ossia

«quelli che trasformano i suoi lettori, suscitano metanoia». Ci si converte, a leggere i danteschi versi. La loro potenza evocativa e penetrante malìa sono tali da indurre il lettore a fare un «esame morale ed esistenziale che mette in gioco tutto se stesso, senza alibi o menzogne». Dante come mistagogo, guida spirituale. D’altronde, è indubbio che quella dantesca sia, come la definì Giambattista Vico, una

«teologia civile ragionata della provvidenza divina», e la visione teologica domina e permea anche quella politica e civile. Pensa e scrive sub specie aeternitatis anche quando la sua parola e il suo pensiero affondano nella carne viva e vile dell’animalità umana.

Dicevo utile, oltreché interessante, l’operazione culturale, ancor prima che editoriale, compiuta da Veneziani. È così perché si muove nei cerchi concentrici che gravitano attorno al nucleo incandescente rappresentato dal capolavoro, La Divina Commedia appunto. Se si vuole capire a pieno il pensiero del Sommo Vate è quanto mai opportuno circumnavigarlo e attraversarlo in quelle che Veneziani chiama «le stazioni cruciali» del suo pensiero: l’Amore, la Sapienza, la Lingua, la Politica, l’Impero, l’Italia e la sua Firenze. L’antologia raccoglie testi in prosa, suggerendo come e dove nascono contenuti e finalità poi elevate al sublime canto della Commedia.

Grazie ai brani riportati nell’antologia, Veneziani consente anche al lettore digiuno di frequentazioni dantesche di entrare dentro il laboratorio teorico, ideologico e teologico del poeta. Soprattutto di ricavarne molti elementi preziosi per mettere a fuoco il pensiero politico dantesco, che si forma in opere come il Convivio e il De vulgari eloquentia, per approdare poi a compiuta dissertazione nel De Monarchia.

Spigoloso fu il suo carattere, come lo era il suo volto di profilo. La psicologia di Dante già si spiega tramite la fisiognomica. Poeta sommo, sì, ma anche in esilio, per colpe altrui e proprie, per uno spirito indomito, fiero, sempre contro il potere. Anche quando quest’ultimo si fa inizialmente accogliente nei suoi confronti, Dante sviluppa rapidamente una sorta di insofferenza e avversione all’esistente. Troppo forte il suo orgoglio, senz’ombra di dubbio, per piegarsi al compromesso, inevitabile su questa terra, inaccettabile per chi fiuta l’eterno e ne fa arte. Il già costituito non soddisfa mai l’ideale altissimo che serba e coltiva in cuor suo. Caratteraccio, si dirà, anche con fondamento, ma non di rado conseguenza di un’incomprensione di fondo del suo genio. Incomprensione durata secoli e secoli, peraltro. Fino almeno all’esordio dell’Ottocento, quando la sua riscoperta coincise con il Risorgimento, parola coniata da un gesuita con ben altro intento, poco dopo ripresa da Vittorio Alfieri a significare esattamente l’auspicio di Dante: liberazione, indipendenza e unificazione politica della penisola.

Il filo conduttore del saggio introduttivo, così come dell’antologia di prose scelte, è la figura fondatrice di Dante. Fondatrice come può esserlo un padre, non sempre ricordato con riconoscenza. In determinati periodi della vita di un figlio, la figura paterna viene magari riscoperta, osannata persino, anche senza alcun ritegno, ma l’omaggio finisce spesso per ridursi ad un rituale stanco, formalistico, sussiegoso, insomma insincero e infine falso. Un padre senza eredi, così Veneziani considera Dante. Ne ha forse avuti fuori dall’Italia. Penso solo al dantismo poetico e saggistico novecentesco di Ezra Pound e Thomas Stearns Eliot, non solo, né tanto, critici filologicamente accorti ed ossequiosi del verso dantesco, quanto piuttosto uomini del proprio tempo disposti a rispondere alla sfida lanciata a inizio Trecento dal polemico fiorentino.

Eppure Dante fu davvero padre, grande e fecondo, nel senso che realmente pensò l’Italia come unità, la descrisse persino come una penisola delimitata dalla catena alpina e dai mari. Un territorio la cui linea divisoria andava per la spina dorsale degli Appennini, che separavano un lato tirrenico da uno adriatico. Non tanto Nord/Sud, piuttosto Est/Ovest. È indubbio che Dante abbia linguisticamente unito l’Italia, scovandone, indirettamente, anche i dialetti, intesi come volgari municipali. Impresa compiuta proprio per aver deciso l’uso del volgare allo scopo di favorire la maggiore divulgazione possibile del suo magnum opus. Adopero questo termine non a caso, dato che, come ricorda a più riprese Veneziani, forte è in Dante la dimensione simbolico-esoterica di molta sua opera. Magnum opus è l’itinerario alchemico di lavorazione e trasformazione della materia prima. Procedimento in più passaggi, che conduce alla realizzazione della pietra filosofale. La materia muta e con lei si produce pure la metamorfosi personale e spirituale dell’alchimista. Anche in questa chiave, senza estremizzarla e men che meno mitizzarla, è però possibile leggere ed apprezzare il capolavoro dantesco, così come larga parte della sua opera.

Metafisico, senz’altro, fu il Sommo Vate, ma anche terrestre e sanguigno il suo dire. Alcuni insegnamenti del dantismo politico e civile meritano recupero e trasmissione odierna: l’amor patrio non è il cupo nazionalismo tribale; l’universalismo è il riconoscimento di un’umanità che è tale perché, e nella misura in cui, tende verso Dio. Vi è dunque un perfetto equilibrio tra visione universale e radicamento nella propria terra, nella propria lingua. Per capire sia l’indole poetica sia la visione politica di Dante, al contempo innovatrice e conservatrice, basti tener conto di questo: il Convivio è un’opera scritta in lingua volgare, dunque in italiano corrente del suo tempo, ma al tempo stesso è un elogio della nobiltà e della primazia della lingua latina; d’altro canto, il De vulgari eloquentia è scritto in latino e celebra la superiorità del volgare capace di essere, al contempo, illustre, cardinale, aulico e curiale. Dunque, volgare o latino? Paradosso apparente. Dante ci fa capire come solo nella tensione, sempre mantenuta elevata, tra antico e moderno può crescere e prosperare una civiltà e, al suo interno, forgiarsi moralmente una comunità di liberi e forti.

Dante è sempre necessario perché irrimediabilmente inattuale, in vita come in morte. Non c’è stato secolo che lo abbia fino in fondo sentito interamente come proprio. Se non due epoche: quella fondativa dell’unità politico-territoriale dell’Italia, ossia l’Ottocento risorgimentale; quella che rischia di essere dissolutiva di forma e contenuto della sua identità nazionale, vale a dire la nostra malinconica contemporaneità, gravemente segnata da una pandemia. C’è una differenza tra queste due epoche, però. Enorme. La prima epoca avvertì Dante e lo recuperò come tratto distintivo per la costruzione di un’identità politico-istituzionale che aveva bisogno del cemento culturale. La seconda, invece, ha recuperato Dante come un gadget imperdibile nel gran bazar della post-modernità, dove si ammassa di tutto e di più nella quotidiana messa in scena dell’industria culturale a ruota della società dello spettacolo. Che il Dantedì non mummifichi il padre, ma lo resusciti.

Il 25 marzo non è stato dunque istituita soltanto la Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri. In quel giorno, di fatto, non celebriamo solo un poeta, il più grande in lingua italiana. Celebriamo quel che siamo e soprattutto potremmo essere, se solo desiderassimo porre noi stessi all’altezza di ciò a cui lo stesso poeta fiorentino anelava. Il primo passo per costruire una comunità è la condivisione di una lingua. Se poi questa lingua è temprata e lustrata al fine di nobilitare la nostra postura morale, con la ferma volontà di esprimere tutto il potenziale di pensiero che ciascuna parola contiene, ebbene, quella stessa comunità si eleva. Una compagine nazionale cerca alloa di strutturarsi verticalmente, di essere composta di abitanti fieri e degni di quella libertà che si «va cercando, ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta» (Purgatorio, Canto I, vv. 71-72), nello stesso momento in cui si amalgama e consolida orizzontalmente come collettività di eguali in diritti e doveri. Dante ha fondato una civiltà, prima ancora che una nazione. Forse è da lì che si potrebbe cominciare il recupero di materiali di ricostruzione di uno Stato fragile, dall’identità smarrita ma dalle radici profonde, che attecchirono proprio fra Trecento e Quattrocento. Veneziani ha ragione nel sottolineare la tensione che contraddistingue il caso italiano: un senso civico debole e conflittuale, da un lato, un carattere nazionale spiccato e radicato, dall’altro. Forse, ci potremo salvare, ma solo a patto di recuperare dignità di lingua, profondità d’intelletto e raffinatezza di gusti, contrastando l’afasia, il pressapochismo e il più generale imbarbarimento (nel senso di una volgarità che nulla ha più a che fare con l’operazione linguistico- culturale dantesca), fenomeni che incombono sull’Italia come potenziale colpo di grazia. Forse non diverremo mai potenti come Stato, ma torneremmo a rispettarci e farci rispettare in quanto forti di spirito e liberi di mente. Dante, aprici il cammin di nostra vita nazionale e sii la paterna guida che c’illumina.


Redazione

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