La poesia di Ernst Stadler

La poesia di Ernst Stadler

di Rossella Cerniglia

Anche se poco conosciuta in Italia – e solo recentemente proposta dalla casa editrice “Due punti” di Palermo, in una bella edizione curata da Maurizio Pirro – un posto a sé merita la poesia di  Ernst Stadler, nel panorama letterario tedesco dei primi anni del secolo scorso.

Intellettuale di origini alsaziane, nato a Colmar nel 1883, morì giovanissimo, all’età di soli trentun anni, a Zandvoorde, nelle fasi iniziali del primo conflitto mondiale, precisamente il 30 ottobre 1914, in una battaglia combattuta sul fronte alsaziano contro le truppe inglesi.

Ingegno poliedrico e versatile, studiò nelle università di Strasburgo, di Monaco e di Oxford. A Bruxelles ottenne la prima cattedra universitaria, e in seguito avrebbe dovuto insegnare anche a Toronto, alla cui università era stato assegnato, ma non riuscì ad imbarcarsi e a raggiungere il Canada per lo scoppio della guerra.

Giovanissimo si distinse per la collaborazione alla rivista Der Sturmer del coetaneo ed amico René Schickele e per l’attività di traduttore di opere di Balzac, Peguy e  Francis Jammes.

Germanista e filologo provvisto di notevole acume critico, recensì con particolare lucidità i testi di molti giovani autori espressionisti, contribuendo in larga misura, alla formulazione degli assunti programmatici del nascente movimento letterario.

La sua prima raccolta Praeludien del 1905, si muove ancora nell’orbita simbolista e decadente, e rimane legata a schemi tematici e formali che hanno a riferimento la poesia di Stefan George, ma grazie all’incontro e alla frequentazione del gruppo costituitosi attorno alla rivista Der Sturmer, e degli ambienti berlinesi d’avanguardia, Stadler si avvia a diventare uno degli elementi più rappresentativi del clima culturale che prelude all’imminente scoppio della guerra, caratterizzato dal crescente sentimento di una fine prossima, imminente, e dalla tensione verso un riscatto palingenetico che acquieti le inquietudini e le lacerazioni dell’anima.

  Prodotto di questa nuova consapevolezza e di questa nuova visione della realtà è la sua seconda  -ed ultima raccolta di versi- Der Aufbruch, (La partenza, ovvero La riscossa, o L’insurrezione), dove risulta evidente l’intenzione programmatica che ne informa il sostrato, legando l’ottica del critico e del saggista a quella del poeta; e la stessa scelta del verso lungo, ritmato in maniera irregolare, che appare ispirato dalla lettura di Withman,  assimila la versificazione stadleriana a quella di una prosa ritmica che parrebbe esemplificare gli assunti teorici del suo programma.

Nel pensiero di Stadler – e di molti giovani frequentatori degli ambienti dell’avanguardia berlinese –  prende corpo, in quegli anni, il vagheggiamento di una identità culturale franco-tedesca che prelude ad una più ampia koinè che abbracci l’intera Europa, e il cui compito parrebbe affidato alla cultura alsaziana, capace di risolvere lo scontro tra opposti nazionalismi, prospettando per Francia e Germania, un’alternativa di coesistenza pacifica e collaborazione costruttiva. Ma tale programma, il cui centro risiedeva nella fede in una alsazianità spirituale che coinvolgeva le culture tedesca e francese, ebbe breve durata, e non si concretizzò mai, seppure circolò nei primi anni del Novecento intorno a riviste e circoli letterari cui facevano capo giovani artisti operanti a Strasburgo, come Stadler e Schickele.

In questa seconda raccolta, che rimane l’opera più rappresentativa del poeta, i versi si sostanziano di una carica vitalistica che lega in uno risonanze bergsoniane e nicciane; ed è da esse che trae conforto la rinnovata visione della realtà che pone al centro la forza creatrice del singolo individuo, del poeta, che con slancio penetra la dimensione panica e misteriosa dell’essere e lo mette in contatto con ogni forma vivente.

In tale tensione trova annullamento ogni residuo di individualità che pare sciogliersi nel fluire indistinto della vita, e l’intenzione di fondo che sorregge la raccolta è proprio in questo elementare dinamismo vitalistico che presiede alla concezione del reale.

La suggestione del pensiero di Nietzsche e di Bergson, e naturalmente dello stesso Freud, nel costituirsi del nucleo di questa visione, è infatti palese. Nei versi di Der Aufbruch si svolge il racconto calmo, misurato, essenziale, di uno scorrere di realtà che, appena nominate, trapassano nell’interiorità di una visione che assimila il soggetto alla totalità di questo fluire inarrestabile di forme, di piani e livelli interconnessi di realtà.

Ma se in essi sono presenti temi innovativi del repertorio espressionista- il travolgente dinamismo, il superamento della realtà esterna ed oggettiva, l’irruzione dell’irrazionale, l’afflato universale che abbraccia tutti gli esseri viventi – il suo dettato si mantiene lontano dai presupposti formali dell’avanguardia espressionista: conserva una cadenza prosastica e uniforme che raramente eccede la misura, mantenendosi essenziale e scabra come è nei canoni del simbolismo francese e tedesco. Non riscontriamo nella sua versificazione né distorsioni di senso, non il grido inarticolato che traduce sentimenti di orrore e di angoscia in una forma primordiale.

Questo perché, in Stadler, la struttura formale non detiene alcun valore per se stessa in quanto portatrice di livelli di significato autonomi, come voleva l’espressionismo, ma svolge solo una funzione sussidiaria rispetto alla assoluta priorità del contenuto. E, dunque, almeno da questo punto di vista, è difficile considerare i versi di Der Aufbbruch, come un prodotto significativo, esemplare di tale avanguardia.

Tuttavia la bellezza folgorante delle immagini che prorompono dai versi non può non sorprenderci, dandoci l’impressione di uno scorrere inarrestabile di pensieri, sentimenti e visioni che perennemente  rifluiscano nel fiume inarrestabile dell’essere. E l’Aufbruch è da intendersi, appunto, come incamminamento per una meta sconosciuta, come attraverso un fiume che non ha sponde, un flusso nel quale si incanala la nostra stessa creatività che è parte del perpetuo divenire, della sua inarrestabile forza.

L’intensità emotiva della lirica stadleriana risiede spesso nelle antitesi tra un mondo disgregato, in dissoluzione, e una realtà nuova, agognata, sintomo del riscatto dell’umano e di una palingenesi che vedrà rifiorire l’umanità. Così, pur nell’orrore delle battaglie e dei massacri  cui assiste, combattendo sul fronte alsaziano, germinano in lui inni alla vita, come Resurrectio, dove, nell’ultimo verso la colomba reca nella bocca il ramoscello sacro, sintomo di rinascita e augurio di un’umanità rigenerata. Nei versi di Estate o in quelli di Vendemmia e in diversi altri testi, si disegna il quadro idillico di una realtà rurale, dove emergono figure non ancora consegnate all’alienazione delle realtà metropolitane, simboli essi stessi di una visione altra, positiva del vivere umano: valori, questi, che appaiono rinviati ad una prospettiva di riscatto ancora da venire.

Nei versi di La liberazione, la prospettiva di riscatto è esemplificata nell’incontro compassionevole con  la sofferenza dei più umili tra gli uomini “Le folle di diseredati, mendichi, ubriachi, prostitute e rifugiati/ mi diventarono fratelli. La mia umiltà cadde in ginocchio/ al cospetto della luce di quegli occhi/…” e la dimensione panica di immedesimazione, e presenza dentro il Tutto, spalanca l’anima a ineffabili, indicibili frontiere. E come nei versi leopardiani che chiudono L’Infinito, anche l’anima del poeta alsaziano in questa inaspettata beatitudine “…a dismisura naufragava”.


Redazione

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