Non chiamatelo “condono”

Non chiamatelo “condono”

Quello previsto dal governo non è un “condono”, così come siamo stati abituati ad immaginarlo, attraverso le numerose trascorse esperienze. In tutte queste la contropartita della pace fiscale era rappresentata dal denaro. I condoni erano a pagamento: soldi, pochi, maledetti e subito. Questa, così come si prevede, è una sanatoria più vicina a quella di cui alla Legge numero 882 del 1980 che a costo zero cancellava tutte le pene pecuniarie relative a irregolarità formali e minori infrazioni in materia tributaria. Per esempio: il tardivo versamento di ritenute da parte dei sostituti d’imposta; le dichiarazioni dei redditi presentate nei termini ma ad ufficio non competente per territorio; gli oneri deducibili detratti per competenza e non per cassa, e via dicendo.

In fatto di condoni non ci siamo fatti mancare niente: tributari, edilizi, scudi valutari, ce ne sono stati per tutti e per tutti  i gusti. Quando lo Stato è stato a corto di soldi ecco spuntare un condono, con l’immancabile seguito di polemiche e distinguo sulla natura poco educativa del medesimo ma, in ogni caso, legati tutti da un filo rosso: sono stati un buon affare per lo stato famelico e in pari tempo un indiscutibile vantaggio per gli evasori.

Uno dei più datati risale al 1973. Il fisco si era appena dotato di una corposa quanto moderna legge fiscale. Via Ricchezza Mobile e Complementare, Imposte sui beni immobili, sostituite da Irpef e Irpeg; addio arrugginita Ige e legge sui dazi, per fare spazio all’Iva e, soprattutto, benvenuta riforma delle leggi sull’imposizione indiretta e del contenzioso tributario. Tutto più moderno ed efficiente.  Un consistente insieme di norme che andavano a sostituire vecchi metodi di tassazione come ad esempio quelli contenuti del Testo Unico varato nel 1951. Troppo moderno, però,  per una amministrazione “agé”, tanto che faticosamente entrò a regime, al punto che il fabbisogno nazionale fu in un primo tempo assicurato dalle ritenute d’acconto dei dipendenti (novità assoluta per quel tempo) e dalle iscrizioni provvisorie su vecchi redditi.

Fu con la scusa del passaggio di consegne tra leggi tributarie, che spuntò il perdono fiscale; fruttò 3mila miliardi di lire. Erano i tempi dei governi Rumor e di Emilio Colombo al ministero delle finanze. Quello stesso Emilio Colombo della prima “una tantum” sui bolli di circolazione.

Molto appetibile per i contribuenti infedeli e per lo stato bisognoso, fu il condono del 1982 recante la firma di Rino Formica. Era appena entrata in vigore la riforma del contenzioso penale tributario e bastò, quindi, legare un’amnistia a tutti gli aderenti alla sanatoria tombale per assistere a un successo di portata storica, al punto di ritenere utile prorogare la scadenza del provvedimento in più occasioni. Gettito: 11miliardi di lire di allora. Una bella cifra.

Ve ne furono altri di provvedimenti di clemenza, via questo avanti un altro, tutti aventi un unico comune denominatore: fare cassa (a parte la sanatoria detta in premessa) e, poiché “pecunia non olet” una scusa per legittimarne la convenienza e la purezza d’intenti si è sempre trovata.

E arriviamo a oggi: Consiglio dei Ministri del 19 marzo. Oggetto: Norme sulle cartelle a saldo stralcio, come si dice. Preceduto da un travaglio che ha determinato il rinvio del consesso ministeriale, è nato un topolino dalla classica montagna, in contraddizione con i grandi annunci di sanatoria per tutti i possessori di cartelle, bollette, more, avvisi e quant’altro solo la riscossione sa inventare, purché relativi al periodo 2000-2015 e di singolo importo non superiore a 5 mila euro, e soprattutto, udite! udite! a costo zero.

Non è così, oggi come oggi. Il testo licenziato prevede sì il limite di 5000 euro ma nel contesto di un periodo ridotto, tra il 2000 ed il 2010 e per chi non ha redditi superiori a 30mila euro. Ora, a parte che un reddito fisso lordo di tale misura si riduce a un netto che si aggira sui 23mila, giacché il resto sono imposte, e che è sul netto che si campa, quale manifestazione di agiatezza sarà mai un tale introito da non meritare clemenza?

Di certo la Lega è non esce bene dal confronto con le altre forze della coalizione se il provvedimento diventasse legge così come licenziato dal CdM. Ha troppo e  da troppo annunciato “azzeramento vecchie cartelle per tutti”. Ma non accadrà, perché ognuno, sull’argomento, non vuole perdere la faccia, cosicché in Aula, tra un emendamento e l’altro, ognuno rinunciando a qualcosa, vedrà il decreto sarà modificato magari con un innalzamento del reddito di riferimento e aggiungendo qualche anno in più a quelli oggi previsti per entrare nella rottamazione. La chiave di lettura dello slittamento dell’orario della riunione governativa, unito alla volontà di dare agli italiani un’immagine di unità, ci spinge a credere che il governo abbia voluto dire al suo interno: “La sanatoria oggi approviamola così, poi si vedrà”.

Arrivederci in Aula entro sessanta giorni.

Giuseppe Rinaldi


Redazione

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